STRYX ROLLER DERBY: Whip it tra civette, pattini e cime di rapa

La prima volta che ho sentito parlare del roller derby ero un’adolescente. In tv stavano passando Whip It, un teen-movie sportivo dal sapore anni ‘80, tratto dal romanzo Derby Girl di Shauna Cross. La stessa Cross ha poi scritto l’adattamento cinematografico per Drew Barrymore, esordiente alla regia, con un cast quasi tutto femminile. Il risultato è un film senza troppe pretese, ma a suo modo adorabile.

La trama: Bliss Cavendar (Ellen Page) è una diciassettenne più o meno ribelle di una minuscola cittadina più o meno morta del Texas. Bliss indossa ironiche T-shirt di band heavy metal cristiane e la sua vita scorre tra la scuola, il lavoro in un diner e i concorsi di bellezza – l’ossessione della madre (Marcia Gay Harden) che sogna per la figlia un futuro da reginetta del liceo. Bliss non è fatta per questo tipo di cose, ma non si ribella finché non viene a conoscenza del roller derby e trova la via per l’emancipazione entrando nella squadra delle Hurl Scouts, con il nome da battaglia di Babe Ruthless.

Whip it rispecchiava tutto quello che la me stessa adolescente desiderava vedere in un film: l’ironia svampita di Drew Barrymore, bei personaggi femminili, una protagonista tosta e sarcastica, una storia d’amore che non finisce come ti aspetteresti e le divise del diner più ridicole di sempre – che danno quel tocco trash indimenticabile.  Per non parlare della colonna sonora che è un vero gioiellino, dove riescono a farci stare una cosa come 60 brani, spaziando da Dolly Parton ai Ramones.

Devo essere sincera, non imparai molto sul roller derby, mi rimasero impressi pochi passaggi e i nomi da battaglia (derby-name) più divertenti, come Jaba the Slut. Con il tempo però mi sono dimenticata dei loro caschetti verdi, del trucco accesso e degli spintoni.

Oggi so che il roller derby è uno sport di contatto sui quad – i pattini con le rotelle non in linea. Due squadre si affrontano su una pista ellittica (track) per 60 minuti divisi in due tempi, a loro volta suddivisi in brevi riprese (jam). Si tratta di una gara di velocità ma anche di strategia, ed è uno sport prevalentemente femminile. Nato in USA, si è diffuso in tutta Europa e, al momento, i team italiani di roller derby sono ventuno.


Le squadre sono composte da cinque pattinatrici: quattro blocker e una jammer. Le jammer devono riuscire ad oltrepassare il pack, cioè il gruppo di blocker di entrambe le squadre. Da questo momento si calcola il punteggio: le jammer devono fare un giro completo per raggiungere di nuovo il pack e poi superarlo. Il ruolo delle blocker consiste nell’aiutare la propria jammer e ostacolare quella avversaria. Ogni blocker avversaria sorpassata dalla jammer vale un punto. Vince chi totalizza il maggior numero di punti.

Flashback: 13 giugno 2015. Vivevo a Lecce da quasi tre anni con la stessa coinquilina. Abitavamo in una via dal nome complicato, in un fatiscente quartiere studentesco. Casa nostra consisteva in un piccolo piano terra umido con giardino, il soffitto di legno la faceva sembrare uno strano incrocio tra una baita e una casa al mare. Eravamo piene di gatti e tutto sommato felici, per quanto possano esserlo delle universitarie in sessione estiva con quaranta gradi all’ombra.

Il giorno più caldo di sempre, tre ragazze hanno scroccato la nostra connessione internet per un’intervista via Skype con una piccola radio indipendente: Cime Di (Rapa) Radio Web. Sedute un po’ per terra e un po’ sul divano, ballando durante tutti gli stacchi musicali, parlavano e sorridevano entusiaste come lo si può essere solo delle nuove avventure. Mentre raccontavano agli intervistatori come avevano fondato la prima squadra di roller derby del Salento, io pensavo che in un un’altra vita mi sarei fatta trascinare dall’euforia generale e sarei entrata in squadra.
In un’altra vita, appunto.
In questa ho fatto quello che faccio sempre: la spettatrice esterna. Sono andata a vedere le prime prove su pista allo Spazio, quando ancora non si trovava un posto al chiuso per i giorni di mal tempo. Lì ho capito come funziona davvero questo sport, non era più una cosa lontana o una roba da film.

Quella è stata l’estate della prima festa in terrazzo, della gente che affittava pulmini per andare a vedere i Rolling Stones, della colonia di gatti in giardino, del mio tiramisù per i venticinque anni di Annamaria e delle lanterne arancioni sui tetti.

Contemporaneamente è stata l’estate della scelta del logo della squadra, dei caschi ordinati su internet, della ricerca di uno sponsor e del reclutamento fatto per strada: con i pattini, davanti ai bar del centro (best recruiting ever). Mi ricordo la paura di Annamaria per il test in inglese e le corse sotto il sole. I primi lividi e la prima ragazza con il gesso. Le nuove che si aggiungevano, quelle che comunque ci provavano e quelle che poi ce l’avrebbero fatta.
Pian piano prendeva forma il logo, il nome e l’identità della squadra alla fine era tutta lì: Stryx. Un nome nato dall’insonnia e dalle repliche di un programma musicale trash. L’animale totem di una Dea, civetta rapace e ala protettrice.

A distanza di anni non siamo più vicine di casa, non abitiamo neanche nello stesso Stato. Annamaria ora parla spagnolo, Cinzia sembra la stessa e Claudia non ha più i capelli rosa, ma sono riuscita a rintracciarle per farvi raccontare questo bellissimo sport, perché nessuno avrebbe potuto farlo meglio di loro.

Claudia, Annamaria e Cinzia. Foto di Emi Marmorino e BW di Ralph Christian Rosenbauer.

Intervista alle tre fondatrici delle Stryx: Claudia Speciale, Cinzia Rollo e Annamaria Lavino.

– Diteci qualcosa di voi: nome, derby-name, ruolo, da dove venite e in che squadra giocate adesso.
CL: Il mio nome è Special Toxic 2000 a.C., il mio alter ego è un’archeologa palermitana di nome Claudia Speciale. Attualmente gioco per le Stryx Roller Derby Salento, la squadra di Lecce, della quale sono anche coach. L’altra squadra a cui appartengo è una interleague, chiamata Seasters Adriatic Roller Derby League, che raccoglie le squadre della costa adriatica e con la quale abbiamo appena giocato il torneo internazionale SalenTrack in provincia di Lecce.
CIN: Vengo dalla provincia di Lecce e mi chiamo Cinzia, ma quando gioco il mio derby-name è Red Moth #27, tradotto “Falena Rossa”. La mia squadra è la Stryx Roller Derby Salento di Lecce – da dove per me è nato tutto – e sono una sorella del mare giocando nelle Seasters! Ci alleniamo in tutti i ruoli, ma principalmente gioco come blocker e ogni tanto provo a fare la jammer!
ANN: Mi chiamo Annamaria e sul track prendo il nome di Trouble Maker #23, nome affibbiatomi da Special Toxic e Red Moth durante un allenamento mentre le infastidivo giocando da jammer, appunto una piantagrane. Il mio ruolo è prevalentemente quello di jammer, ma mi alleno anche da blocker. Vengo da un piccolo paese in provincia di Taranto e per questioni di lavoro mi sono trasferita a Lecce! Attualmente vivo nelle Canarie a Tenerife e gioco nel Tenerife Roller Derby.

– Quando e come avete scoperto il roller derby?
CL: Tutto cominciò nel 2014, durante un “freddo” inverno palermitano mentre attendevo alcune risposte professionali. Grazie alla mia migliore amica (“questo sport fa per te”), mi lanciai in un fresh-meat day (l’open day delle skater che accolgono nuove leve per la squadra) con le Holy Roses Roller Girls. Avevo visto alcuni video prima di andare e la prima reazione era stata qualcosa del tipo “ma chi sono ‘ste pazze/sceme in calze a rete che si spintonano?”, ma poi la curiosità e l’attrazione per i pattini hanno prevalso e mi sono lanciata. Da allora si può dire che non passa più di una settimana senza mettere skates e protezioni!
CIN: Fine ottobre 2014, centro storico di Lecce, un volantino ha trovato me! Ancora ce l’ho conservato quel volantino: al centro, delle ragazze con pattini e protezioni che si spintonavano, sotto la frase “Cerco ragazze interessate a metter su una squadra di roller derby!” M’informai subito su internet per capirne qualcosa. Mi era del tutto nuova questa realtà sportiva, ma l’idea di fare un sport di contatto sui pattini m’incuriosì molto e dopo i mille dubbi se chiamare o meno, contattai Special per incontrarci e, sapendo che solo una persona poteva condividere con me questa esperienza, chiamai subito Trouble Maker per farmi accompagnare al primo allenamento.
ANN: Fine ottobre 2014, un giorno Red Moth mi chiama chiedendomi: “ma… sai pattinare?!” (classica domanda per iniziare con il RD). Vedendo una locandina in giro per Lecce, la curiosità di provare è venuta immediatamente a galla, sia a lei che a me. Il 2 novembre dello stesso anno ho indossato per la prima volta i pattini quad di Special Toxic e da quel momento è nata la mia più grande passione: il ROLLER DERBY!

– Come è nata l’idea di fondare una squadra insieme?
CL: Lasciata Palermo pochi mesi dopo, fondare una squadra nella città dove mi ero trasferita sembrava l’unica scelta possibile. Così ho fatto degli orribili volantini sgranati da spargere per i locali più frequentati di Lecce per reclutare persone. I primi due mesi sono passati nella solitudine totale, con una pagina FB semi-deserta e le mie foto da sola alla pista di pattinaggio con richieste consolatorie di compagnia. All’inizio è stato particolarmente difficile far passare il messaggio e mettere insieme il gruppo, ma la risolutezza di Trouble Maker e Red Moth sono state fondamentali. Per il nome, ne abbiamo passate tante – abbiamo seriamente rischiato di chiamarci Misfit Dolls (!) e altre scelte trash fortunatamente scartate. Quello di cui eravamo sicure era evitare gli stereotipi legati al Salento, tipo la pizzica, anche se abbiamo accarezzato per un attimo l’idea delle attarantate!
CIN: Il volantino parlava chiaro e i miei mille dubbi all’inizio erano soprattutto per quello. Non stavo iniziando semplicemente uno sport nuovo, ma si doveva, partendo da zero, formare una squadra di uno sport completamente sconosciuto qui al sud. Non è stato facile, ma l’impegno che abbiamo messo nello stalkerare tutta Lecce e provincia (siamo arrivate anche a Bari) sta dando i suoi frutti, adesso in squadra siamo in quindici. Ci abbiamo creduto, impegnandoci davvero e dopo quasi tre anni sono orgogliosa di tutti i nostri risultati.
ANN: In realtà io non avevo la più pallida idea di cosa stesse per succedere! L’idea di mettere su una squadra è stata principalmente di Claudia (Special Toxic 2000 a.C.), che ha fondato così le Stryx. Dalle notti insonni di Cinzia, invece, è venuto fuori il nome della squadra prendendo spunto da un programma televisivo degli anni ‘80 molto trash e trasgressivo per quegli anni, con la correzione del termine latino “strix, strigis”, che significa “civetta”, animale totem di Minerva, e termine che indica anche la strige, animale leggendario. Abbiamo capito subito che faceva al caso nostro! Il logo ce l’ha disegnato un amico tatuatore, che ha avuto l’idea geniale di disegnare due pattini che formano una civetta. A tal proposito posso felicemente affermare che sin da subito sono state molte le persone a noi vicine che hanno sostenuto le nostre idee e il nostro progetto. Progetto che va avanti alla grande!

– Per entrare nel team servono dei requisiti particolari?
CL: La “policy” di squadra che ad oggi ci rappresenta è cresciuta a volte nell’inconsapevolezza, seguendo semplicemente alcune regole non dette che condividiamo tutte/i. Quello che ci interessa sono l’impegno, la voglia di fare squadra e il rispetto delle/degli altri/e skaters. Ognuno/a con i propri modi e le proprie possibilità. Quello che sto imparando personalmente è che se ci metti davvero la testa, il corpo ti segue, qualunque sia la tua preparazione atletica: con un po’ di dedizione, il risultato è un mix di adrenalina e divertimento. E anche che il dover rimettere ad un gruppo le decisioni importanti ti insegna a fidarti e ad accettare che non puoi fare tutto solo con la tua testa: con un po’ di pazienza, l’altro risultato è quello di sentirsi davvero rappresentati da una squadra. Chiudo parafrasando una citazione (sentita da qualcuno in un’intervista che ascoltai una volta, mi dispiace non ricordare chi fosse), perché è riuscita a racchiudere in una frase quello che secondo me dovrebbe essere questo sport per tutte/i:

“Il RD ti aiuta a capire che devi lottare per guadagnarti il tuo posto, ma nel pieno rispetto delle regole e degli altri”.

CIN: Non servono requisiti per entrare, ma bisogna aver consapevolezza di far parte di una squadra, quindi rispetto e condivisione, oltre all’impegno e la passione da mettere negli allenamenti e in partita.
ANN: Entusiasmo, voglia di condividere e impegno! Il risultato sarà divertimento assicurato, rispetto per i valori e grandi soddisfazioni. Non ha importanza la preparazione atletica se ci sono questi tre valori fondamentali.

– Alcune di voi giocano sia in Italia che all’estero, quali differenze ci sono tra il roller derby italiano e quello straniero?
CL: Avendo la necessità di viaggiare abbastanza spesso, quello che metto sempre in valigia dopo lo spazzolino sono i pattini. E dopo aver fatto il biglietto, contatto le squadre locali per “accollarmi” ai loro allenamenti. Ma è una cosa assolutamente normale nel mondo del roller derby. La squadra con cui ho avuto più a che fare e con cui mi sono allenata per alcuni mesi sono le Pirate City Rollers di Auckland (Nuova Zelanda), che è anche la prima squadra nata fuori dagli USA. Devo dire che paradossalmente ho trovato il loro gioco molto più simile al nostro rispetto a quello delle francesi, per esempio. Poi ho seguito un bootcamp con il Victoria Roller Derby League di Melbourne (al momento la squadra numero uno al mondo): lì capisci veramente cosa significa fare wall – anche se poi metterlo in pratica è un po’ più complicato! Possiamo dire che il roller derby ha un linguaggio, ma che in effetti esistono tanti dialetti. Conoscerli ti arricchisce e ti rendi conto che esistono modi quasi infiniti di interpretare sia la tecnica individuale che le strategie di squadra.
ANN: Sicuramente ci sono delle differenze: strategie, modo di giocare e quant’altro, ma la filosofia del roller derby, che prevede emancipazione sportiva (e non delle donne), è mondiale!

– Ci sono pregiudizi e stereotipi su questo sport e su chi lo pratica?
CL: Purtroppo veniamo dipinte come le “cattive ragazze” che se le danno sui pattini fin troppo spesso. Il roller derby ha avuto una fase iniziale (direi comunque necessaria) molto dilettantistica e legata all’immagine pin-up/tatuaggio/calze a rete che possiamo dire ormai ampiamente superata. Chi si avvicina al roller derby solo per farsi i selfie e sentirsi figa, non sopravvive più di una settimana. Poi, va be’, oltre ad impegnarci e credere in quello che facciamo, siamo comunque tutte fighe, ma questa è un’altra storia!

– Viene definito uno sport non adatto alle “femminucce”. Possiamo dire che invece è adatto proprio a tutte?
CL: Quando mi dicevano che il roller derby era uno sport per tutte/i, non ci credevo. Ho cambiato idea nel tempo. Non solo perché ogni fisico ha delle caratteristiche che possono adattarsi più o meno a tutti i ruoli (in genere velocità e agilità sono più frequenti per le jammers, e forza e stazza più tipiche delle blockers), ma anche perché in realtà ho visto fisici tra i più disparati ricoprire ruoli che apparentemente non gli si addicevano. Nel roller derby contano un sacco di cose, fra tutte, tecnica e strategia che, se ben calibrate, annullano qualunque gap fisico. La nostra squadra è aperta a qualunque persona maggiorenne (uomini e donne) che abbia voglia di pattinare, ma anche a chi vorrebbe diventare un Official (uno di quei meravigliosi personaggi dalle maglie zebrate o rosa che permettono al roller derby di esistere, arbitrando le partite). Vi assicuro che non è meno divertente di giocare, perché si entra a far parte della community in tutto e per tutto. Infine, per la stagione 2017-18, mi piacerebbe avviare un piccolo gruppo di roller derby Junior, cosa che sogno ormai da anni. Se ci riesco, nel prossimo articolo ne riparliamo!
CIN: In principio si pensa che sia uno sport davvero violento e che pattinare sia difficile, infatti le varie obiezioni che ricevo quando recluto riguardano la paura di farsi male o il non saper pattinare. La verità è che ho visto ragazze e ragazzi che, da pattinatori attaccati alla transenna, adesso sfrecciano spensierati, e delle “bamboline” delicate che adesso sfondano i muri e che mai te le saresti immaginate così agguerrite!
ANN: Diciamolo, è uno sport adatto veramente a tutti, anche alle “femminucce”! Come dicevamo prima, non esistono stereotipi né di età e né di corporatura!

– Definite il roller derby in tre parole.
CL: Condivisione. Energia. Sorrisi.
CIN: Unione. Strategia. Soddisfazioni.
ANN: Adrenalina. Emozioni. Crescita.

 

Molti articoli definiscono il roller derby come lo sport delle ragazzacce, o delle ragazze sexy sui pattini. Secondo la mia esperienza, il roller derby è più lo sport delle donne che amano fare squadra.

Forse, anche un po’ di quelle che non hanno mai dimenticato Roller Boogie (1979) e Linda Blair che si scatenava in una roller disco molti anni prima di vomitare verde e ruotare la testa come se non avesse mai avuto il torcicollo in vita sua.

 

Foto: copertina di Errico Tommasi, gallery di Benedetta Bassi.
Stefania Covella
Stefania Covella

Redattrice

Gemella uno di tre. È nata negli anni di Trainspotting e del walkman riavvolto con la Bic. Lavora nel magico mondo del cinema indipendente, scrive sceneggiature ed è devota a Netflix. Vorrebbe sposare Elena Ferrante, coltivare tulipani e vivere in un Cat Cafè. Dice di non dipendere dai social, ma di solito la trovate su Pinterest a dividere il cinema mondiale per colore.

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