«Sì, okay, ma che cos’è per te il femminismo? E poi cosa vuol dire intersezionale

 Ecco, potessi riassumere in poche parole cosa riesce a mandarmi in assoluto panico da prestazione, il susseguirsi di queste parole, penso, rappresenti un ottimo esempio.

Eh già, perché sebbene io mi sia a lungo concentrata su una risposta da dare che sia esauriente, legittima e che non lasci da parte sentimentalismi per me importanti quando si tratta di femminismo, nella praticità dei fatti a quelle domande spesso mi trovo a rispondere con degli imbarazzanti “ehm” (o in alternativa, a citare estratti dalla mia personale Bibbia del femminismo, “Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie).

Volendo rimanere vicine a quella che è una definizione universale e maggiormente condivisa del femminismo intersezionale, allora potremmo definirlo come un fitto reticolo di intersezioni tutte legate l’una all’altra, non solo da una comune matrice, ma anche da uno stesso scopo: la lotta a tutti i privilegi e al patriarcato. Questa rete, a differenza di molti femminismi di prima e seconda ondata, trova al suo interno chiunque subisca discriminazioni e oppressioni, da quelle legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale, a quelle legate ai retaggi coloniali alle classi sociali. Nel femminismo intersezionale, infatti, tutte le oppressioni sono interconnesse.

 

 

Nella mia mente, ogni volta che penso al femminismo intersezionale, colori, forme e tridimensionalità si combinano insieme nella creazione di un puzzle variegato e sfaccettato, nel quale ogni singolo pezzo che lo forma prende il volto di una storia diversa, importante tanto quanto le altre, ma soprattutto necessaria a mantenere il suddetto puzzle intatto. Per questo, nella foga di voler includere tutto e tutti nella mia definizione di femminismo intersezionale, spesso mi ritrovo a non riuscire a tradurre in parole, come vorrei, le immagini che ho nella testa.

Il femminismo intersezionale, un puzzle che prende forma

Su un piano astratto, infatti, il femminismo intersezionale per me è questo: un puzzle in perenne costruzione al quale possiamo e anzi dobbiamo aggiungere quanti più pezzi per renderlo il più inclusivo possibile,  affinché nessuno si senta mai fuori posto. E se già così ho sudato nel riuscire a metterlo nero su bianco in meno di mille parole, cercando di evitare il rischio Inception, vi lascio immaginare quanta fatica io faccia nel cercare di includere in una conversazione di cinque minuti  quanti più pezzi/volti-storie possibili.

Diviso (per ora) in quattro macro-aree, che poi corrispondono alle varie ondate, questo mio puzzle del femminismo intersezionale trova inoltre proprio nel suo stesso nome la legittimità della sua esistenza,  lasciando spazio paradossalmente persino a chi, femminista, proprio non voglia definirsi.

Disposto un po’ caoticamente in verticale, come una linea del tempo, a incorniciare questo puzzle c’è infatti il diritto all’autodeterminazione, che libera chiunque non ami le definizioni, o senta come propria solo quella di un singolo pezzettino specifico, dalla necessità di sentirsi “incasellato” in un concetto più ampio. Sebbene io sia una fervente sostenitrice del «Sì, devo fare la femminista a tutti i costi», questa ulteriore libertà che il femminismo intersezionale lascia mi spinge a sua volta, ancora di più, a dichiararmi tale.

Libertà di scelta a parte, perché dunque dichiararsi femministi e non –inserire qui un altro termine (che spesso è antisessimo o un altro presunto sinonimo di femminismo)-?

Seguendo il filone delle risposte il più esaurienti possibili, qui dovrei ritornare a qualche pezzo di puzzle più in là, incastrato nel corso degli anni Novanta da moltissime e moltissimi attivisti. L’ondata di femminismo che più di tutte ha posto solide radici per la via all’intersezionalità come la conosciamo oggi è stata infatti la terza, spesso ricordata nell’immaginario collettivo sotto le grida del Girl Power!.

Quella del Girl Power è stata, però, solo una delle mille voci e sfaccettature delle lotte di quegli anni, e quindi solo uno dei pezzi di puzzle che hanno poi effettivamente dato vita alla terza ondata di femminismo. I volti di questa ondata, come mai prima, si sono colorati di background culturali, nazionalità, storie di vita e visioni sull’identità di genere diverse, spostando di migliaia di chilometri il focus dal prototipo “donna bianca eterosessuale cisgender e di classe media” che le ondate precedenti, sebbene non nella loro totalità, avevano eretto a modello unico dal quale partire per sconfiggere il patriarcato.

Partendo dall’assunto che ogni essere umano abbia il diritto di autodeterminarsi come meglio creda e che ogni singola lotta contro i pregiudizi sia una lotta comune, da combattere insieme per raggiungere l’uguaglianza, la terza ondata di femminismo ha aggiunto al puzzle i volti di chi ha iniziato a portare nelle accademie, per le strade e anche nelle proprie case le nozioni di colonialismo e post-colonialismo, quelle delle teorie queer e dell’anti-binarismo, così come quelle che denotavano l’importanza di un movimento sex-positive e di uno che denunciasse, invece, la rape-culture. I pezzi del puzzle della terza ondata si sono persino inoltre colorati sempre più di verde, grazie a coloro i quali  hanno capito l’importanza di unire ecologismo e femminismo. La carica di empowerment data dai volti del Girl Power ha inoltre aiutato a reclamare a gran voce termini considerati denigratori come “queer” e bitch”, per riappropriarsene in chiave positiva e liberarli da catene pesanti come secoli di oppressioni. Sia che fossero più accademici o pop, questi pezzi di puzzle della terza ondata hanno contribuito a spianare la strada per la quarta ondata di femminismo, dalla quale a sua volta nascerà la quinta e così via.

Legittimando la validità di storie che nelle ondate precedenti non erano state abbracciate nella loro pienezza, la terza ondata non solo ha dato la riprova che nel puzzle del femminismo ci sia spazio per chiunque, ma anche che finché ci saranno volti da ritrarre, questo puzzle non smetterà mai di crescere e di venir costruito da tutti, insieme, a prescindere dalla propria identità di genere, orientamento sessuale, etnia, religione, o classe sociale di appartenenza. Tutti sono inclusi e tutti ne traggono vantaggi, compreso chi, preferendo altre definizioni, si distanzia da quella di femminismo intersezionale.

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