Non fraintendetemi: adoro Taylor Swift.
I Knew You Were Trouble è una delle canzoni che preferisco ascoltare mentre mi faccio la doccia, mi sono sciolta in pianti irrefrenabili sulle note di All Too Well dopo una rottura (e, ehm, ogni volta che la ascolto) e potrei asfaltarvi al karaoke a ritmo di We Are Never, Ever Getting Back Together.
È decisamente la mia star problematica preferita.
Ma cacchio, se è problematica.

E per quanto io apprezzi che le cantanti pop che mi piacciono si definiscano femministe, mi dà proprio fastidio che lo facciano nel nome del marchio di quel fottuto sistema anti-oppressione conosciuto come Femminismo Bianco.
Ora, il Femminismo Bianco, per coloro che non dovessero saperlo, non è un termine peggiorativo coniato per descrivere tutti i femministi che hanno la pelle chiara.
Piuttosto, il Femminismo Bianco indica un femminismo che prende come modello le donne bianche (cis, etero, prive di disabilità, magre, di classe medio-alta), evitando di proposito qualunque tipo di analisi critica su qualunque piano che non sia il genere, portando così a un femminismo prefabbricato che non può che risultare utile alla sola categoria per la quale è stato ideato: le donne bianche.
Ecco qual è il problema.

E per quanto io sia una fan di Taylor, prima di tutto sono una femminista (bianca, per la precisione), e non accetterò nessun tipo di femminismo che giustifichi, per esempio, il fatto che Taylor non abbia capito che l’etnia è irrilevante nella politica della cultura pop (vedasi il battibecco con Nicki Minaj).
Quindi, se qualcuno là fuori fosse ancora confuso riguardo il fatto che la versione di femminismo di Taylor sia troppo bianca per essere utile, ecco cinque esempi tratti dai video che ha prodotto in concomitanza con i singoli del suo ultimo album, 1989.

 

1. Shake it off

Conosciuta anche come: “Le donne di colore sanno come muoverlo”.

Taylor, la gente potrebbe pensare che tu abbia la testa vuota (that’s what people say, mmm mmm), e io li contraddirei di certo. Sei intelligente e sveglia, e sai perfettamente quello che fai. Ed è proprio per questo che il mondo non è rimasto sorpreso di fronte all’appropriazione culturale e all’oggettivazione delle donne di colore che hai fatto in questo video.
Di sicuro in molti hanno affermato che, probabilmente, il video non è una manifestazione né di appropriazione culturale né di oggettivazione, dato che le scene in questione (vedi: scene di break dance con ballerini in felpa, cappellino e stereo portatile; vedi anche: scene di twerking in pantaloncini inguinali e un mucchio di gioielli addosso) seguono lo stesso copione del resto del video, in cui viene ritratta una Taylor che c’entra ben poco e rimane a bocca aperta di fronte ai ballerini (più talentuosi) che la circondano.
E capisco quest’affermazione. Perché quest’ironia pervade l’intero video.

Ma la vera domanda è questa: Taylor, l’hip-hop è davvero qualcosa su cui pensi di poter scherzare?
E quando presenti un’immagine di te pulita, non erotizzata perché presunta pura che squittisce mentre letteralmente gattona sotto i didietro di una serie di donne di colore per poi ridere su quanto sarebbe impossibile per te emulare qualcosa di così erotizzato dallo sguardo maschile, chi è per davvero la vittima della battuta, visto che alla fine del video ne esci comunque vincitrice (anche se in modo maldestro)?
Perché c’è una bella differenza fra apprezzare e condividere una cultura e appropriarsene senza scrupoli, come se si trattasse di un vestito da provare per poi cambiarlo quando ti fa più comodo. Quest’ultima cosa sì che è un caso di appropriazione, ed è sempre, sempre, sempre dannosa.

 

2. Blank Space

Conosciuta anche come: “La violenza domestica è carina e divertente in certi contesti”.

Blank Space mi piace quasi tutta, sia come canzone che come video. Per quanto non mi sentirei di parlare di lei come “la donna che stavamo aspettando”, apprezzo decisamente la stoccata che Taylor ha inferto all’immagine che i media danno di lei.
Parlando di ciò che ha ispirato la canzone, Taylor spiega di aver “assistito alla creazione di una sorta di sensazionale immagine romanzata della [sua] vita privata” in cui i media la dipingono come una da “appuntamento compulsivo” che “non riesce a tenersi [i suoi interessi amorosi] per sé perché è troppo emotiva e bisognosa di attenzioni”. E alla fine della relazione? “Va nel suo covo infernale a scrivere canzoni per vendetta”.
Batti cinque, Taylor Swift, per esserti presa gioco di quelle cazzate. E, caspita, la canzone è davvero orecchiabile. È entrata immediatamente tra le mie preferite dell’album.
Ma poi è stato distribuito il video e la mia reazione è stata tipo: “Uhm…”.

Perché per quanto si possano dire un sacco di cose belle a riguardo, c’è un gran bel problema: banalizza la violenza fra partner. A dirla tutta, sembra farla apparire come qualcosa di sexy.
L’intero video, messo in relazione con il testo della canzone, parla di come intrappolare gli uomini in un mondo di fantasia con regali e attività sfarzosi solo per poterseli tenere con qualcosa che non può che essere definito abuso.
Taylor lascia cadere il cellulare in una fontana quando si rende conto che lui la tradisce. Va su tutte le furie (screaming, crying, perfect storms), gliene grida di tutti i colori e lo spinge. Si dispera e inizia a piangere, rivestendo questa volta il ruolo della vittima in stile è-tutta-colpa-tua. Poi quando prova ad andarsene lo minaccia con un coltello, dà fuoco ai suoi vestiti, tenta di avvelenarlo e distrugge la sua auto.

Se la situazione fosse l’opposto e in questo video ci fosse un uomo che fa le stesse cose a una donna (anche se per scherzo), nessun lo definirebbe femminista o progressista.
Una cosa piuttosto preoccupante.

Ma da una prospettiva femminista in cui solamente donne bianche ed etero possono subire violenza domestica dal proprio partner, ci fa quasi tenerezza e ci strappa un sorriso il fatto che Taylor possa inscenare una vendetta nei confronti di quello che è il suo ragazzo nel video. E che lo faccia più di una volta. Dopo tutto, il video finisce con lei che se ne trova un altro.

3. Style

Conosciuta anche come: “Non ho idea di cosa stia succedendo in questo video, ma mi fa venire voglia di andare in spiaggia”.

Okay, lo ammetto: a una prima occhiata, non sono riuscita a vederci nulla di violentemente e instrinsecamente antifemminista. E persino mentre mi preparavo per scrivere questo articolo, l’ho riguardato, analizzandolo in cerca di qualcosa di palesemente razzista, omofobico o abilista. Ma non mi è uscito niente di particolare.

Quindi mi prendo questo spazio per dire un’ovvietà: ogni amore che Taylor ha avuto finora – per quanto ne so, sia nella realtà che nei suoi video – è un tizio etero, cisgender, normodotato, in buona forma, di classe tra la media e l’alta e bianco.

E mentre è un diritto di Taylor essere attratta da e frequentare chiunque le piaccia, i suoi mondi fantastici fatti di torri d’avorio non stanno facendo molto per respingere l’oppressione del sistema – che tipo è quello che i femminist* dovrebbero fare.

4. Bad Blood

Conosciuta anche come: “Squad Goals – se hai solo donne bianche come amiche”.

Ascolta. Nel video c’è Lena Dunham. Devo aggiungere altro?
Chiunque si definisca femminista dopo aver imparato qualcosa sul movimento da qualcuno, di tutte le persone, Lena Dunham non è una di cui fidarsi. Voglio dire, l’hanno dovuta veramente riprendere per non aver incluso donne di colore in una serie TV ambientata a New York City. E penso che abbia passato la stessa svista a Tay, perché non sono proprio sicura che Taylor abbia amiche di colore.
E se guardi il video di Bad Blood – che dovrebbe essere un film d’azione in miniatura sulle gang femminili – si vede subito.
Certo, nel video Taylor include sia Selena Gomez che Zendaya, così come altre donne di colore, ma è qui il problema: Selena, che effettivamente è una delle migliori amiche di Taylor, è lei stessa conosciuta per aver perpetuato il femminismo bianco attraverso l’appropriazione culturale. E nonostante Zendaya faccia costantemente discorsi femministi sempre impeccabili, non ci credo che il suo rapporto con Taylor sia davvero così stretto. Il loro rapporto mi sembra un po’, cioè, “questa è la mia amica nera”. Il problema non è il video in sé e di per sé (si può sostenere che, considerando i suoi lineamenti, Kendrick Lamar – un uomo nero – abbia molta visibilità sullo schermo per compensare la bufera di bianchezza). Il problema è il modo in cui il video sottolinea il problema più grosso di Taylor Swift come femminista nella vita reale: si circonda costantemente di donne belle, magre, ricche, famose e bianche.

E personalmente, non mi fido dei bianchi quando sono amici solo di altri bianchi.

E qualcun altro ha mai notato che più Taylor viene richiamata per il suo femminismo bianco, più persone di colore appaiono come ospiti nel suo tour? Questa non è amicizia. Questa non è autenticità. Questa non è intersezionalità. Questo è fare pubbliche relazioni.

5. Wildest Dreams

Conosciuta anche come: “La colonizzazione dell’Africa è stata très romantique”.

Um, okay.
L’ultimo video di Taylor è ambientato in un film degli anni ‘50 su pianure deserte in quello che si stima essere, in base alla fauna selvatica, un anonimo, esageratamente generalizzato paese “africano” – senza che si veda una singola persona di colore.
Ma ci sono tante zebre! E giraffe! E un leone tranquillissimo che passa il tempo sul set tutto il giorno!

Ma se l’allusione che tutta l’ “Africa” (un continente intero, occhio, non un paese) consista di orizzonti stupendi e safari non è abbastanza negativa, il video richiama alla mente l’imperialismo europeo e la “lotta per l’Africa” – ma, tipo, romanticamente.

Zoé Samudzi (che è geniale – per favore, per favore, per favore andate a seguirla su Twitter) ha analizzato perfettamente questo video descrivendolo come “la romanticizzazione dell’era della dominazione bianca (mediante violente conquiste e genocidi) a causa dell’estetica” e come “l’uso letterale dell’africanità nera come estetica culturale senza l’uso di corpi neri che l’hanno creata e la rappresentano profondamente.”
Vale a dire, il problema più grosso con Wildest Dreams è che non lo è. Non è un sogno selvaggio. È una diretta rappresentazione di accuratezza storica: la colonizzazione dell’Africa, attraverso gli occhi del colonizzatore.

E se non pensi – tra l’altro – che la colonizzazione sia razzista, temo quindi che anche tu soffra di femminismo bianco.

Il video di Wildest Dreams dimostra perfettamente i modi in cui Taylor manca continuamente il bersaglio: vedendo la vita solo attraverso la sua esperienza (e quella di chi è collocato nella stessa condizione socio-politica) è incapace di notare – figuriamoci di mettere avanti – i bisogni dei più emarginati. Quindi il suo femminismo aiuta solo lei.
Questo è femminismo bianco.

Fonte: Everyday Feminism
No more articles
20 Condivisioni
Condividi20
Tweet
Condividi
+1