Ogni nuova stagione televisiva porta delle novità, è naturale. Alcune buone, altre mediocri, altre ancora eccezionali — come Westworld, per esempio, nuovo prodotto di casa HBO, o The Crown, che però è uscito dagli studios di Netflix e quindi non stupisce nessuno nel suo essere completamente su un altro livello. E poi c’è NBC, che dopo grandi classici come Friends e ER, per l’autumn season ha tirato fuori una serie che ha tutte le carte in regola per salire nell’Olimpo dei “pezzi grossi”. O perlomeno nell’Olimpo del cuore dello spettatore, perché This Is Us è tutto quello che si vorrebbe da una serie drama. Tutto e anche di più.

Creata da Dan Fogelman — già sceneggiatore di Cars, Rapunzel, Crazy Stupid Love e Galavant — e andata in onda per la prima volta lo scorso 20 settembre, This Is Us racconta le vite di una famiglia di cinque persone: Jack e Rebecca, i genitori, le cui vicende si svolgono negli anni Ottanta, e quelle di Kevin, Kate e Randall, i loro tre figli, visti sia da bambini che da adulti, al giorno d’oggi. Fin qui, niente di strano, rientra più o meno tutto nel classico copione del family drama. Ed è proprio qui che voglio arrivare: This Is Us non introduce strani turning point della trama o storyline mai sentite prima, ma ha qualcosa che lo fa risaltare in mezzo a tutti gli altri show dello stesso genere, e quel qualcosa sono i personaggi.

Ci sono due tipi di storie: quella basate sulla trama, plot-driven, dove a tenere alto l’interesse degli spettatori è la storia, e il bisogno di rispondere alla domanda “cosa succede dopo?”; e poi ci sono quelle basate sui personaggi, character-driven, dove gli spettatori invece si affezionano alle persone di cui si raccontano le vicende e vogliono sapere come reagiranno alle nuove sfide che vengono messe loro davanti. This Is Us è una di quest’ultime: il cast di personaggi che ha messo in scena è unico nel suo genere, e di conseguenza lo sono anche le storie raccontate. E la loro unicità è il motivo per cui questa serie è proprio a casa qui su Bossy.

Partiamo da Jack e Rebecca, interpretati da Milo Ventimiglia e Mandy Moore. Il loro nucleo tematico, quello che porta avanti la loro storia, è l’essere genitori. E non solo le difficoltà a crescere tre figli (gemelli, tra l’altro), tra la gestione economica e del tempo, i litigi coniugali che vengono fuori dalla stanchezza, no: la questione va molto più a fondo, arrivando alla domanda “figli: li vogliamo o no?“. La risposta è che Jack non ha dubbi, li vuole, tanti, subito. Rebecca no. Non vi dirò come si risolve il tutto, ma vi basti sapere che nessuno dei personaggi attorno a lei demonizza Rebecca perché non è sicura di voler diventare madre. È una sua scelta, e basta. This Is Us lo presenta con così tanta semplicità, con così tanta ovvietà, che ne basterebbe un decimo a buona parte dell’opinione pubblica e politica per risolvere ogni dibattito in merito.

Questi bambini, però, alla fine ci sono: tre, per l’esattezza. Crescendo, ciascuno di loro ha avuto un rapporto unico con entrambi i genitori, e da adulti, ciascuno di loro ha i suoi problemi. Mai banali, mai affettati, ma meravigliosamente — e a volte dolorosamente — reali. Incominciando da Kevin, interpretato da Justin Hartley, il maggiore, professione attore, invischiato a fare una commedia televisiva di infima categoria che sì, gli ha regalato soldi e fama, ma gli ha anche affossato lo spirito. A prima vista, la sua potrebbe sembrare una situazione neanche poi troppo brutta, e confesso che il mio primo pensiero, durante le scene in cui viene presentato agli spettatori, è stato qualcosa del tipo “ma dovremmo sentirci male per quest’uomo oggettivamente bello, ricco, bianco e famoso?“.

La risposta è sì. Perché Kevin nasconde una fragilità che non è comune, soprattutto tra i protagonisti maschili belli, ricchi, bianchi e famosi. E allo stesso tempo ha anche un sostrato di arroganza di cui dovrà sbarazzarsi quando decide di lasciare Los Angeles e trasferirsi a New York per cercare di avviare una carriera da attore teatrale, scelta che lo porterà a capire che non tutto gli è dovuto.

 
 

Poi c’è Kate, interpretata da Chrissy Metz. Sorella gemella di Kevin, probabilmente il personaggio più iconico della serie, e quella a cui mi sento più vicina. Kate è obesa, e la relazione con il suo corpo è talmente brutta e talmente difficile che è l’unica cosa di cui lei riesca a preoccuparsi, l’unica a cui riesca a pensare. Si unisce a un gruppo di supporto per persone che cercano di dimagrire, si impegna a cercare di tenere sotto controllo la sua alimentazione, ma non vede risultati, risultandone ancora più abbattuta. I pensieri di Kate sono pensieri che mi hanno personalmente accompagnata da sempre, e dei quali posso garantire l’assoluta veridicità: da bambina, durante una giornata in piscina con i genitori, una Kate non più grande di otto anni sfoggia entusiasta un bikini nuovo, e le ragazzine che credeva sua amiche le danno un biglietto in cui le dicono di non giocare con loro, “perché ci imbarazzi“. Da adulta, Kate dice: “Non riuscirò mai a guardare oltre al mio corpo. Tutto quello che faccio, lo faccio da grassa.”

Eppure Kate non è solo il suo corpo: è una grande appassionata e esperta di football americano, è stata per anni la manager del fratello, è brillante. Quello che spero per lei è che possa scendere a patti con il suo aspetto fisico: che scelga di dimagrire molto, un po’, per nulla, ma per stare bene con se stessa, non perché si odia a tal punto da non poter fare altro. La strada della body positivity non è facile, ed è giusto e utile e bello che ci sia un personaggio come Kate in televisione — la visibilità è sempre il primo passo, per tutto.

 
 

E poi c’è Randall, interpretato da Sterling K. Brown, che è sicuramente il più complesso di tutto il cast. Randall non è il fratello biologico di Kevin e Kate: è stato abbandonato dal padre ed è finito all’ospedale proprio lo stesso giorno della nascita dei gemelli, e alla fine Jack e Rebecca hanno scelto di adottarlo. E lo si capisce subito, perché Randall è nero, mentre tutta la sua famiglia è bianca: famiglia che lo ha cresciuto con amore, dandogli le migliori possibilità in fatto di educazione (che lo hanno portato ad essere dirigente di una compagnia economica che gli frutta un bel po’ di soldi), sì, ma nella quale si è sempre comunque sentito un po’ fuori posto. La sua storia ruota attorno alla ricerca delle sue origini, ossia la ricerca del proprio padre biologico, e la delicata situazione “razziale” in cui si trova, vivendo in un quartiere bianco e benestante della periferia di New York, dove le persone quasi non lo vedono come nero, perché diverso da “quegli altri là“. E appunto, forse Randall, inserito nel complicato discorso sociale americano, è il più attuale e interessante. Ma di nuovo, come i suoi fratelli, il suo personaggio non si esaurisce lì: Randall è padre di due bambine, ha una moglie con la quale condivide un rapporto sincero e collaborativo, e un equilibrio che deve raggiustarsi quando il padre biologico farà il suo ingresso nelle loro vite.

 
 

Quindi, ecco qui, la mia piccola ode a una serie televisiva che mi ha conquistata, e che spero andrà avanti a lungo. Perché la storia di questa famiglia è una storia che vale la pena di raccontare e di ascoltare, magari dotandosi di fazzoletti, perché le lacrime sono praticamente garantite ad ogni puntata. Happy watching!

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