Se state leggendo questo articolo, probabilmente vi starà a cuore la tutela dei diritti delle donne. Ma avete mai pensato di girare il mondo per denunciare le condizioni in cui vivono le donne in Medio Oriente, in Asia, in America centrale?

Beh, questo è esattamente quello che fa Johanna Higgs. Australiana, antropologa, attivista, avventuriera. Quando ho avuto l’opportunità di intervistarla via Skype, stava raggiungendo il Tajikistan per svolgere delle ricerche per Project MonMa, l’organizzazione benefica che ha creato nel 2013 per sensibilizzare la gente sul tema della violenza contro le donne.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è Project MonMa e da dove viene la tua passione per i diritti delle donne?

Quando avevo 19 anni ho iniziato a viaggiare e sono stata testimone, ovunque nel mondo, di svariate ingiustizie e discriminazioni attuate nei confronti delle donne. Ho cominciato a fare domande e a ricevere risposte terribili. Così ho deciso di continuare a viaggiare e, dopo un po’, ho fondato Project MonMa per sensibilizzare la gente e tentare di cambiare la percezione della donna come cittadina di seconda classe e come oggetto. Specialmente oggetto sessuale. Le mie prime tappe sono state l’Indonesia, l’India e l’Etiopia. All’inizio pensavo: “È solo l’India, non può essere tutto il mondo”. Ma poi sono stata in America Centrale. In Argentina, e così via. Il fenomeno è terribilmente diffuso.

In un tuo articolo affermi che lo scopo di Project MonMa è “mostrare che la violenza e la discriminazione sono problemi globali e non limitati ad alcuni paesi, religioni o culture. È un problema di tutti”. Credi che sia anche un problema degli uomini?

Certo, è un problema di tutti e quindi anche un problema degli uomini. Secondo me ci sono uomini che capiscono l’entità del problema, uomini che non comprendono quanto il fenomeno sia grave e uomini a cui neppure importa.

Credi che dovremmo enfatizzare il fatto che dovrebbero aiutarci a cambiare la situazione?

Certamente, e credo che l’unico modo per farlo sia la discussione: per far loro comprendere l’entità del problema è necessario aumentare le occasioni di dibattito tramite campagne ad hoc, programmi radiofonici e televisivi. Dobbiamo rendere la questione più pubblica possibile. Questo è il modo principale che abbiamo per modificare i nostri riferimenti culturali. Inoltre, è necessario anche inasprire le pene per i responsabili.

Hai scritto che: “Non c’è un singolo posto in cui sia stata in cui la violenza e la discriminazione contro le donne non siano un problema serio”. Come mai hai deciso di considerare il problema della violenza contro le donne a livello globale, invece che locale?

Credo che in questo modo la lotta alla violenza contro le donne sia più efficace: le persone hanno bisogno di una prospettiva diversa. Se la gente sente che alcune cose accadono in Argentina, in Iraq e così via, allora capirà che non si tratta di un fenomeno marginale, ma, appunto, globale. Dev’essere quindi trattato di conseguenza.

Qual è la situazione peggiore, e quale quella più rosea, per le donne che hai testimoniato in giro per il mondo?

La violenza e la discriminazione sono fenomeni globali, ma chiaramente si manifestano in modo diversi e più o meno intensi. Credo che la situazione peggiore che ho testimoniato sia nell’Iraq settentrionale: la cultura lì è terribile nei confronti delle donne in termini di limitazioni, violenza e mancata istruzione. Quella più rosea credo sia in Scandinavia.

Ho letto una frase illuminante in tuo articolo riguardo al victim blaming: “Se molesti una donna, è colpa tua. Nessuno ti ha costretto a farlo, sei padrone del tuo comportamento”. In Italia non è affatto raro sentire commenti di giornalisti e politici in cui viene incolpata la vittima di una violenza. Perché credi che viviamo in una società che insegna alle donne come non essere stuprate e non insegna piuttosto agli uomini a non stuprare?

Quello che accade in Italia è tremendo, ma non si tratta assolutamente di un caso isolato. Il motivo per cui continuiamo a permettere l’esistenza di un sistema fondato sul victim blaming è perché abbiamo bisogno di pretesti per permettere la libertà sessuale maschile. La concezione dello stupro come violenza strutturale è talmente radicata nelle nostre menti da non far vedere, a volte, alle donne stesse le violenze compiute nei loro confronti. In alcune culture, per esempio, agli schiavi venivano inflitti atti di violenza in modo così profondo che questi arrivavano a convincersi di meritarsi la condizione di schiavi. La società misogina e patriarcale in cui viviamo potrebbe avere lo stesso effetto sulle donne che sono state violentate. Dobbiamo continuare a denunciare la situazione e a lamentarci di quello che sta succedendo indipendentemente dalle critiche ricevute. Io stessa ne ricevo moltissime per il solo fatto di denunciare stupri e stupratori, ma dobbiamo andare avanti.

Cosa credi che renda certi uomini desiderosi di avere il controllo?

Questa è una domanda interessante. Con Project MonMa abbiamo lanciato un formulario per cercare di capirlo: abbiamo disperatamente bisogno di sapere cosa sta succedendo. Il formulario si chiama Male attitudes to violence against women ed è pensato per essere presentato solo agli uomini.

Qual è lo scopo di questo progetto? Cosa volete provare o scoprire tramite la raccolta di questi dati? [Il formulario include domande del tipo “come definiresti una molestia sessuale?”, “credi che la violenza domestica sia una faccenda da risolvere privatamente?”, N.d.R.]

Purtroppo ci sono poche ricerche sull’argomento. Noi crediamo che solo facendo rispondere direttamente i responsabili, facendoli riflettere sul perché si comportino in un certo modo e gettando così luce sul tema sarà possibile capire cosa sta succedendo e perché così tanti uomini si comportino in modo violento e percepiscano le donne come degne di meno valore.

Credete quindi che i responsabili di molestie risponderanno onestamente alle domande?

Chiaramente è quello che speriamo, anche se non possiamo saperlo con certezza. Molti uomini che ho conosciuto (specialmente in Marocco) non si vergognano affatto delle molestie compiute, perché è quello che si ci aspetta da loro. Questi uomini, per esempio, non avrebbero problemi a scrivere o confessare che il motivo per cui si comportano in un certo modo è la percezione delle donne come soggetti inferiori. Tuttavia, in altri paesi e in altre culture non sappiamo quanto onesti saranno i partecipanti.

Cosa significa per te femminismo?

Il femminismo è una lotta per la parità tra uomini e donne e per permettere a entrambi i sessi di godere di diritti sessuali, di libertà sessuale e di essere liberi da violenza, molestie e comportamenti indesiderati.

Credi che anche gli uomini dovrebbero essere femministi?

Certamente. Se un uomo non è femminista significa che crede nella violenza e nella discriminazione contro le donne. Se un uomo non è femminista, c’è qualcosa che non va in lui.

Secondo la tua esperienza, com’è percepito il femminismo in giro per il mondo?

Il femminismo si sta diffondendo sempre di più negli Stati Uniti e in Australia, ma sta anche emergendo in altre parti del mondo. Altrove, invece, il concetto di femminismo sembra essere proibito, come in Medio Oriente. Una volta ero in taxi in Libano e l’autista si lamentava della situazione politica del paese quando io ho innocentemente suggerito che forse servivano più donne in politica. Lui era indignato. Dopo ho raccontato la conversazione a un altro gruppo di uomini ed erano d’accordo sul fatto che fosse meglio non parlare di cose del genere. È come andare controcorrente e parte tutto dalla stessa idea: le donne sono inferiori.

Chi è la tua più grande fonte di ispirazione?

Ne ho diverse, ma la figura che ammiro di più è Ayan Hirsi Ali. All’arrivo di un gruppo estremista nel suo villaggio in Somalia, è stata costretta a sposare un uomo canadese che chiedeva una moglie che gli avrebbe dato sei figli. Spedita in Germania, è riuscita a fuggire nei Paesi Bassi e chiedere asilo, che gli è stato concesso grazie alla sua menzione del matrimonio forzato. È diventata un’avvocata, ha abbandonato l’Islam e prodotto il cortometraggio Submission, che critica duramente gli abusi subiti dalle donne nel mondo musulmano. Il regista è stato assassinato e da allora lei vive sotto scorta. Ammiro il suo coraggio e il fatto che non si arrenda mai, nonostante viva sotto continue minacce di morte. Lei lotta per i diritti delle donne e non la ferma nulla.

Considerando tutti i paesi che hai visitato e tutte le persone che hai incontrato, quanto sei ottimista sul fatto che prima o poi raggiungeremo la parità dei sessi?

Sono assolutamente ottimista sul fatto che raggiungeremo la parità, perché vedo questa realtà in alcune parti del mondo. Persino il modo in cui vivo in Australia, dove ci sono ancora alcune forme di misoginia, è inconcepibile per le donne che vivono in altri paesi. C’è una comunità in Cina dove donne e uomini vengono trattati allo stesso modo, non c’è violenza e tutti godono di libertà sessuale. Ma anche in un campo profughi che ho visitato in Algeria la situazione è generalmente buona per quanto riguarda la parità dei sessi: se un uomo picchia la moglie, lei può liberamente decidere di divorziare e nessun’altra donna l’avrebbe risposato, visto quello che aveva fatto. Le principali figure di potere lì sono ancora uomini, ma quando ho chiesto com’era possibile che tutti vivessero in armonia rispettando la parità dei sessi, la risposta che ho ottenuto è stata: “Perché l’Islam ci insegna che uomini e donne sono uguali”. Tornando alla tua domanda: sono molto ottimista che prima o poi raggiungeremo la parità dei sessi ma non succederà a meno che non saremo noi a farlo succedere. Le donne devono combattere e ottenere quello che spetta loro di diritto.

La soluzione è lottare. Insieme.

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