di Nicolamaria Coppola

L’ordinanza di sospensione delle proprie attività per 30 giorni che l’associazione tunisina Shams-Pour la dépénalisation de l’homosexualité en Tunisie si è vista recapitare segna un precedente molto pericoloso nella storia della Tunisia democratica e liberale. Le motivazioni alla base dell’ordinanza sono assai nebulose: il vice presidente dell’associazione Hedi Sahly, che si è rifugiato a Bruxelles dopo le minacce di morte ricevute per il suo impegno nel gruppo, ha indicato ai media locali che la ragione principale della temporanea sospensione di tutte le attività di Shams sarebbe il non rispetto dei principi dello stato di diritto. Cosa si voglia intendere per “non rispetto dei principi dello stato di diritto” non ci è dato sapere. Ciò che è certo, invece, è che la prima, e fino ad adesso unica organizzazione LGBT tunisina formalmente riconosciuta dal governo il 18 maggio 2015 deve sospendere la propria lotta.

Negli ultimi mesi Shams si è distinta per i suoi comportamenti a difesa di alcuni cittadini condannati dai tribunali tunisini a tre anni di reclusione per il reato di sodomia, e sin dalla sua formazione si batte per l’abolizione dell’art. 230 del Codice Penale tunisino che, appunto, condanna l’omosessualità.

Shams non è sola nella rivendicazione di pieni diritti e libertà per la popolazione LGBT: ad aiutarla in questa battaglia di civiltà c’è l’organizzazione “Without Restrictions, “Senza Restrizioni”, fondata da un giovane ragazzo tunisino che ha fatto dell’attivismo il suo pane quotidiano. Ramy Ayari si batte giornalmente per vedersi riconosciuto il diritto ad essere se stesso in una società che, invece, vuole imbavagliare i propri cittadini omosessuali. Noi di BOSSY lo abbiamo contattato, e lui ha deciso ancora una volta di metterci la faccia. In questa intervista esclusiva, Ramy parla a tutto tondo della difficile condizione degli omosessuali tunisini, e non usa mezzi termini: la Tunisia ha ancora tanta strada da fare per diventare quello Stato democratico che già dice di essere.

Ramy Ayari 1N. Ciao Ramy! Prima di tutto grazie per aver accettato l’intervista. Ci puoi dire qualcosa su di te? Quando hai capito di essere gay e come ti sei dichiarato?

R. Sono Ramy Ayari, ho 22 anni e sono uno studente di informatica. Ho capito di essere gay a 15 anni. Ho militato indipendentemente per due anni fino a quando non ho fondato l’associazione Without Restrictions, nel 2014.

N. Come ci si sente ad essere un giovane dichiaratamente gay in Tunisia?

R. Francamente, mi sento bene, sono orgoglioso di me stesso perché non ho paura di nessuno – assolutamente nessuno; e perché so come gestire la mia vita nonostante il pericolo che affronto ogni giorno. L’unica volta che non mi sono sentito molto bene è stato quando la mia famiglia non mi ha sostenuto e mi ha allontanato, per il mio essere omosessuale. Anche se questo non vuol dire che tutti i gay vivano le stesse esperienze come le ho vissute io.

N. La rivoluzione in Tunisia è iniziata cinque anni fa, il 17 Dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi, un povero venditore di strada, si è dato fuoco per protestare contro l’umiliazione e le molestie che aveva subito da un ufficiale del governo, nella sua città. La Tunisia rimane, secondo molti analisti politici, il paese dove gli effetti della rivoluzioni sono stati più positivi. Ma l’ascensione al potere di Ennhada, un partito islamista affiliato con il movimento transnazionale della Fratellanza Musulmana ha fatto preoccupare molti omosessuali tunisini. A cinque anni dalla rivoluzione, qual è la situazione della comunità LGBT in Tunisia?

R. Di fatto, l’attuale situazione per gli omosessuali tunisini è la stessa da anni: le persone LGBT non possono vivere come gli altri, in caso di aggressione o molestie sessuali o stupri non possono denunciare niente, dato che c’è una legge che criminalizza il loro orientamento sessuale e rischiano il carcere. Ciononostante, la realtà omosessuale tunisina che per anni  è rimasta nell’ombra ed era costretta al silenzio è oggi diventata più chiara: i media ne parlano di più, soprattutto dopo la nascita di associazioni LGBT che cercano di fare del loro meglio per denunciare pubblicamente le pratiche dello Stato che mette in galera quei cittadini “diversi” dalla maggioranza. All’epoca di Ben Ali c’erano più arresti e aggressioni ma nessuno ne parlava perché avevano paura. E la stessa cosa è successo con Enahdha: la gente ha paura degli islamisti e anche chi ha e ha avuto il coraggio di esprimersi è stato minacciato di morte ed è stato obbligato a andarsene dalla Tunisia per combattere dall’estero. È il caso di Hedy Sahly, il militante di Shams.

N. Essere gay in Tunisia è tecnicamente e legalmente vietato. Secondo l’articolo 230 del Ramy Ayari 2codice penale, il crimine di “sodomia” (che parola orrenda!) è punibile – e punito – con il carcere fino a tre anni. Lo scorso dicembre sei studenti universitari gay sono stati incarcerati per tre anni e banditi dalla loro città per il loro orientamento sessuale. Hai mai avuto problemi seri per essere gay? Sei mai stato vittima di discriminazione per questo?

R. Sono stato minacciato da alcuni poliziotti e anche da persone che nemmeno conoscevo, soprattutto dopo la pubblicazione di alcune mie foto in cui baciavo un ragazzo in un luogo pubblico, che hanno fatto parlare in Tunisia. Purtroppo non ho potuto denunciare le minacce. Sono stato licenziato da alcuni bar nei quali lavoravo perché gay, e alcuni si sono rifiutati di lavorare con me perché “Non vogliamo che un gay lavori per noi”, dicevano.

N. Qual è il ruolo che l’Islam ha nel condannare l’omosessualità in Tunisia? Pensi che il problema sia di natura religiosa o di altro tipo?

R. Il problema in Tunisia è che il Corano viene male interpretato: personalmente, non vedo nessun problema nell’Islam perché non ci sono versi nel Corano che affermino che l’omosessualità è un peccato o che si devono uccidere gli omosessuali, ma il problema in Tunisia viene dalla Shariia islamica che domina la nostra società.

N. Sei un giovante attivista LGBT. Ci spieghi quanto può essere difficile, soddisfacente ed edificante essere un attivista gay in Tunisia?

R. Certo, è difficile militare per la causa, perché mi rivolgo ad una società arabo-musulmana e soprattutto conservatrice, una società che non conosce quasi niente della libertà. Stanno cercando di escluderci, hanno passato più di venti anni sotto un regime dittatoriale, e è difficile far cambiare la mentalità e il modo di pensare, di far capire che l’omosessualità non è una malattia, che non è importata dall’estero e che le differenze vanno accettate anche quando non ci piacciono.

N. Come pensi che gli attivisti gay possano introdurre la discussione sulle tematiche gay in Tunisia e qual è, secondo te, il miglior modo per aiutare i tunisini ad accettare la comunità gay?

R. Bisogna che la comunità LGBT sia più visibile e che si dimentichi della paura di essere respinta. Dobbiamo iniziare a organizzarci e scendere nelle strade, per manifestare! Dobbiamo lavorare con tante associazioni di diritti umani per avere più sostegno e solidarietà, e serve lavorare per sensibilizzare le persone, dato che è veramente vergognoso stare ancora a discutere se l’omosessualità sia una malattia o meno nel 2016.

N. Cosa ne pensi della decisione del governo tunisino di sospendere le attività dell’organizzazione LGBT Shams – Pour La Dépénalisation de l’homosexualité en Tunisie?

R. Penso che la decisione del tribunale sia terrificante e scioccante. Questo minaccia fortemente i diritti fondamentali dell’uomo, il diritto di associazione e soprattutto la libertà di espressione. Ancora più scioccante è che la decisione di sospensione è implicita e vaga, e permette molte interpretazioni possibili.  È molto pericoloso: bisogna che la società civile non rimanga in silenzio perché questo metterebbe in pericolo tutte le associazioni: oggi Shams, ma domani non sappiamo chi potrebbe essere il prossimo.

Ramy Ayari 3N. Sei il fondatore e presidente di un’organizzazione partner di Shams, chiamata Without Restrictions: raccontaci della tua iniziativa, del tuo programma e dei tuoi progetti.

R. La nostra associazione ha come scopo la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia e l’abolizione degli articoli 230 e 226, che prevedono il carcere per gli omosessuali e per i travestiti, il cui abbigliamento è considerato una minaccia al pudore. Lavoriamo per la comunità LGBT con training di formazione sui diritti dell’uomo e sulla sensibilizzazione, e incoraggiamo le persone omosessuali a militare per ottenere i diritti. Allo stesso tempo, lanciamo delle campagne internazionali per denunciare le violazioni fatte alle persone LGBT: abbiamo lanciato una campagna il 17 maggio 2015, che si è svolta sotto forma di graffiti sulle mura delle istituzioni e delle autorità governative tunisine come le stazioni di polizia, la Kasbah, ecc.

N. Quali sono le sfide che la società civile tunisina è chiamata ad affrontare e superare nel vicino futuro?

R. Le sfide che la nostra società affonta sono principalmente legate alla sicurezza, dato che la gente preferisce la sicurezza alla libertà, sia per la politica di intimidazione guidata dal nostro governo, sia per l’estremismo dell’Islam che i Fratelli Musulmani vogliono imporre in Tunisia. C’è ancora grande confusione tra il vedere la Tunisia come stato civile o come stato islamico.

N. Quali consigli ti senti di dare ai giovani attivisti gay in Tunisia che, proprio come te, vogliono cambiare il clima di ostilità verso gli omosessuali nel Paese?

R. Non dobbiamo mai chinare il capo, la lotta continua sia dentro la Tunisia sia all’estero; dobbiamo essere più solidali che mai. Tutto il mio rispetto e la mia solidarietà alle persone LGBT che hanno dovuto lasciare la Tunisia. Verrà il giorno che tornerete a casa a testa alta.

Ramy Ayari Tunisia

 

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