Il femminismo, è stato giustamente detto e scritto, non è solo una cosa che si studia, si legge e s’impara da libri e testi: è una pratica di vita, una cosa che si fa, un modo di essere nel mondo e verso gli altri che non ha senso se relegato nella sfera delle idee.

Proprio perché il femminismo è sempre situato in un determinato tempo e luogo – che può essere un decennio in una città come un secolo in una nazione – mi sono sempre sforzato, quando e dove possibile, di usare il plurale femminismi se mi voglio riferire genericamente a questo universo di idee, pratiche, esperienze e testi. Credo sia molto più onesto in virtù di una storica ricchezza di posizioni differenti, a volte anche inconciliabili tra loro. Le storie e le geografie dei femminismi raccontano infatti anche di aspri conflitti, di inconciliabili opposizioni, di assolute diversità.

Non credo ci si debba stupire più di tanto: in due secoli abbondanti di storia, e con radicati precedenti molto più remoti, qualsiasi movimento teorico, pratico, politico che ha a che fare con gli enormi problemi sociali che affrontano i femminismi si caratterizza per approcci molto diversi. La storia dei femminismi è nota, con le sue ondate e le sue differenze epocali, nazionali, economiche, non staremo qui a ripeterla; e in questo contesto – e credo sia successo a molti – anche io ho scoperto che ci sono femminismi che non mi piacciono. Quello che vale la pena ricordare credo sia, a proposito dei differenti femminismi, tre cose.

La parola “estremismo” non significa nulla.

Non è solo la retorica maschilista o genericamente disinformata ad appioppare l’aggettivo “estremista” a tanti femminismi; capita di leggere accuse di estremismo formulate da un femminismo verso un altro. Quello che mi preoccupa sempre, in questo modo di qualificare un femminismo, è la scala di valori in base alla quale si giudica “estremo” un femminismo.

Proprio perché si tratta sempre di teorie e pratiche situate in corpi, luoghi e momenti ben precisi e identificabili, rispetto a cosa si qualifica un femminismo come “estremo”?

Molti uomini continuano a sentirsi respinti o addirittura offesi “in quanto uomini” da tanti discorsi sullo stupro, sulla violenza del linguaggio e sul patriarcato – quegli stessi uomini che non fanno nulla per capire da quali esperienze di vita, da quali studi consolidati e da quali situazioni sociali e politiche vengono quei discorsi.

Molte donne continuano a sentirsi respinte o addirittura offese “in quanto donne” da tanti discorsi sulla prostituzione e sulla GPA – quelle stesse donne che non fanno nulla per capire da quali esperienze di vita, da quali studi consolidati e da quali situazioni sociali e politiche vengono quei discorsi.

Forse ci si dovrebbe chiedere l’origine, prima di tutto, di quei valori e di quelle definizioni che spesso appaiono sullo sfondo di un discorso femminista come valori assoluti o definizioni perentorie; valori sostenuti e definizioni ritenute come “non negoziabili” ma che non vengono da quelle realtà che hanno generato quel particolare femminismo – o quella condotta di vita che si vorrebbe criticare come non femminista. È facile bollare come “estremista” una posizione lontana dalla propria – meno facile è far parlare quella posizione, libera di essere vicino alla nostra.

Una delle poche cose che forse sono comuni a tutti i femminismi – e che il patriarcato ha dimostrato di temere – è il rispetto della forma di vita che ciascuno e ciascuna vogliono liberamente per sé. L’unica cosa che trovo “estremista” è violare questo rispetto, e credo che nessun femminismo possa permetterselo.

I femminismi possono essere anche strumenti di potere.

Nessun femminismo, solo perché si definisce tale, è immune da possibili derive autoritarie dovute a una posizione di potere in un particolare contesto. Molti femminismi esistono da parecchi decenni, e le loro esponenti (non ho notizia de i loro esponenti) hanno avuto prestigiose carriere nel mondo accademico, nel mondo dell’informazione, nella politica istituzionale. Anche se queste sono strutture di potere del tutto improntate al patriarcato e al potere maschile – anzi, forse proprio per quello – non è raro che da quelle posizioni si eserciti una indebita pressione a favore del “proprio” femminismo a scapito di altri.

Il potere piace, non c’è alcun dubbio, è il motivo per cui tanti e tante lottano per averne anche pochissimo, in qualsiasi situazione. Il confronto continuo con le pratiche di vita altrui, e con il pensiero che le informa, dovrebbe servire proprio a evitare che un femminismo assuma le tipiche caratteristiche dell’autorità patriarcale. Eppure tra femminismi si vedono usare tranquillamente, nei dibattiti pubblici, nelle comunicazioni e nei luoghi di confronto, gli strumenti retorici tipicamente maschilisti: l’appello alla tradizione come infallibile, l’assunzione di un privilegio dovuto all’età, la sovradeterminazione di altre realtà giustificata dal numero, dalla “cultura” o dall’autorità istituzionale, pregiudizi sociali e sessismi di ogni tipo.

E, cosa non da poco, come nella più maschia delle lotte di potere, si tenta di screditare il lavoro altrui, specie se va nella stessa direzione del proprio: un esempio per tutti, Non una di meno. Qualunque cosa organizzi – cose che di solito riescono molto bene – fior di femministe ne scrivono malissimo; evidentemente le migliaia di persone che ne sono entusiaste sono tutte manipolate (e da chi?), o cretine, o in malafede. Si legge e si sente dire sia che Non una di meno odi gli uomini, sia che ci siano troppi uomini nelle sue assemblee; eppure la vecchia pratica di andare a vedere e sentire di persona sarebbe sempre opportuna, come dovrebbe esserlo seguire la strada del potere per capire i motivi di certi conflitti.

I femminismi identitari forse non sono femminismi.

Come in tutti i movimenti di pensiero che hanno una forte ripercussione nella politica e nella vita sociale delle persone, esistono gruppi che a un certo punto si arrogano il diritto di definire – non a caso a proprio favore – le regole del gioco e chi vi partecipa.

Non sto parlando di tattiche politiche che vengono scambiate per definizioni di identità sessuale, come ancora succede col separatismo – purtroppo una scarsa informazione e una pessima comunicazione continuano a far apparire questa pratica come una violenza verso qualcuno. Mi riferisco a quei femminismi che definiscono non solo la propria identità, com’è normale, ma anche quella altrui, decidendo che altri femminismi non sono femminismi; o più radicalmente, decidendo addirittura chi è donna e chi non lo è. Il tutto appellandosi o alla propria insindacabile autorità, o alla natura (!) o a qualche altra forma di potere patriarcale.

Decidono anche, a seconda delle occasioni, chi può parlare dei femminismi e chi no, chi può partecipare alle manifestazioni e chi no, chi può definirsi femminista e chi no. In questo modo sottraggono alla libera discussione tra pari identità proprio quegli argomenti che tanti femminismi hanno faticato – e ancora faticano parecchio – per farceli restare, in quello spazio libero. Tra l’altro, con questa prassi politica isolante ed escludente aiutano il patriarcato nella sua più antica ed efficace strategia per mantenersi: divide et impera. È molto difficile continuare a chiamare femminismi quelle realtà che si comportano in questo modo discriminante.

Il fatto che personalmente mi sia trovato a subire tutte queste situazioni (mi è stato dato dell’estremista, mi è stato detto che non posso essere femminista, sono stato invitato a non partecipare a manifestazioni femministe, e così via) non conta nulla.

Conta invece il fatto che esistano femminismi che mettano in pratica e difendano in teoria discriminazioni di natura patriarcale, e in nome del femminismo.

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