Il Guardian ha recentemente realizzato un breve documentario, riproposto dall’Internazionale con i sottotitoli in italiano, dal titolo Arrivano i robot del sesso, sul quale sono stati immediatamente espressi diverse reazioni e commenti.
Questo articolo, però, non si propone di analizzare strettamente l’etica di un simile uso dell’intelligenza artificiale: le possibili riflessioni sono molte e molto vaste, spaziano dalla morale al progresso tecnologico, fino ai bisogni della società odierna. Ho scelto invece di affrontare l’argomento da un punto di vista femminista, analizzando quella che sembra essere la nuova frontiera della mercificazione del corpo femminile; non perché questo aspetto sia più importante degli altri, ma perché è spesso meno in evidenza rispetto agli altri oltre ad interessarmi particolarmente. Cominciamo.
Il documentario si apre mostrando la sede dell’Abyss Creations, a San Diego, dove delle bambole a grandezza umana, già in produzione e in vendita da una ventina d’anni, stanno subendo un’evoluzione graduale diventando veri e propri robot del sesso che saranno disponibili sul mercato entro la fine del 2017. Così è nata Harmony: scollatura mozzafiato, quarta di reggiseno, perfettamente truccata e con le labbra belle gonfie. Grazie all’intelligenza artificiale, Harmony è in grado di parlare e quando le viene chiesto qual è il suo più grande sogno risponde che la sua unica ambizione è quella di “essere una buona compagna” e dare “piacere e felicità” al suo proprietario. Questo è, dopotutto, quello per cui è stata programmata. Harmony sarà persino in grado di memorizzare le posizioni sessuali preferite del partner, potrà essere realizzata con un’ampia gamma di inserti vaginali o capezzoli differenti e sarà dotata di sensori su tutto il corpo in modo da sapere dove la si sta toccando. Potrà persino avere un “roborgasmo”; insomma la “donna” dei sogni. O no?
Oltre a trasmettere un messaggio particolarmente inquietante e squallido sulla nostra società del tutto-e-subito, questa nuova tecnologia, che permetterà di fare sesso con un robot, la dice lunga sulla mercificazione del corpo femminile e sulla cultura dello stupro. Nel documentario si accenna esplicitamente alla mercificazione del corpo femminile solo una volta, quando una modella si presta a fornire il suo corpo per la realizzazione dei robot e, messa in guardia sul significato del suo gesto, ammette di non averci riflettuto sotto questa luce. Ad ogni modo, il pensiero di contribuire ad aiutare qualcuno, probabilmente solo ed emarginato, la fa sentire quasi socialmente utile. Questo ci porta allo scopo ufficiale del progetto, ossia prestare assistenza, portando gioia, compagnia e piacere, a quelle persone impossibilitate a interagire con altre persone.
Questa tecnologia, che si presenta come una pratica assistenziale, potrebbe però in futuro creare più danni di quanti non voglia risolverne, rendendoci sempre più attaccati a oggetti meccanici e inanimati e sempre meno capaci di relazionarci con il prossimo, ignorando le sacrosante complicazioni delle interazioni sociali che la tecnologia minaccia sempre più.
Come se ciò non bastasse, come sottolinea Kathleen Richardson, ideatrice del progetto Campaign against sex robots, questi robot nascono dal presupposto che le donne possano essere concepite come la proprietà di qualcuno e che non siano quindi completamente umane. Il fatto che Harmony sia in grado di memorizzare quello che piace al partner e agire di conseguenza, senza ovviamente pensare a cosa preferisca la controparte femminile, rimanda a un meccanismo patriarcale molto pericoloso che mette in secondo piano l’interesse della donna.
E se la logica conseguenza dell’emancipazione femminile fosse la costruzione di robot ad hoc il cui unico scopo è il piacere della classe maschile? Se la donna si concentra su se stessa, sulla sua carriera o sulla sua realizzazione personale, alcuni uomini potrebbero sentirsi minacciati a tal punto da ricorrere, in un futuro nemmeno troppo lontano, a questi stratagemmi fantascientifici per esaudire i propri desideri e soddisfare i propri bisogni. Il documentario, infatti, non perde più di qualche secondo per mostrare i robot uomini ad uso delle donne.
Come suggerisce Kate Delvin in un interessante TED Talk sull’etica dei robot del sesso, è dai tempi della fantascienza che i robot hanno, anche al cinema, soprattutto forme o voci femminili e questo è chiaramente dovuto alla maggior presenza di registi, tecnici e informatici uomini. Chi domina un settore esercita sullo stesso un potere non indifferente.
Un’altra grave problematica è la creazione dell’ennesimo ideale di “bellezza” irraggiungibile per le stesse donne. Come sottolinea la giornalista del Guardian ammirando le numerose bambole dotate di taglie di reggiseno decisamente abbondanti, labbra pompate e rigorosamente socchiuse, trucco impeccabile e gambe e inguine perfettamente rasati, queste assomigliano più a porno star che a donne comuni. Cosa succederebbe se gli uomini si abituassero sempre di più a questi standard lasciando alcune donne nella posizione di sentirsi, ancora una volta, inadeguate persino di fronte a una concorrenza robotica?


Tuttavia, il culmine viene toccato quando, verso la fine del documentario, un altro produttore di robot del sesso, questa volta meno evoluti di quelli dell’Abyss Creations, spiega che l’utilizzo di questi modelli femminili potrebbe addirittura ridurre i casi di violenza sulle donne. Infatti, i robot, che chiaramente non provano alcun dolore né alcun sentimento, fornirebbero degli strumenti ideali per sfogare la propria rabbia repressa e la propria violenza risparmiando, così, le donne.
Ecco la dimostrazione di come i robot del sesso contribuiscano alla cultura dello stupro: invece di educare i violenti al rispetto e al rifiuto di atteggiamenti di terrore, preferiamo costruire dei robot che forniscono loro una sorta di punching-ball sessuale, senza riflettere sulle possibili conseguenze di una tale filosofia di mercato. Questo tipo di tecnologia, tanto più se accompagnata da un pensiero del genere, non farà altro che aumentare e incentivare la violenza verso le donne, portando gli uomini a credere che la loro rabbia e la loro violenza siano in qualche modo giustificate.
Sradicare la violenza contro le donne non è però una campagna di marketing altrettanto efficace e di sicuro non lo è abbastanza da competere con il maschilismo e la misoginia, largamente diffusi nella nostra società. Come viene sottolineato alla fine del documentario, sono i guadagni a farla da padrone: se centinaia di persone si mettono in coda per una donna robotica dalle tette enormi con la quale possono fare qualsiasi cosa desiderino, questo è quello che avranno.
Alla domanda si risponde con l’offerta e se questo è quello che il pubblico vuole, il pubblico lo avrà.

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