Volevo nascere lesbica per essere tutta in lotta: storie di pansessualità

Volevo nascere lesbica per essere tutta in lotta, non solo una parte di me. Volevo nascere lesbica per non dover spiegare ogni volta il mio orientamento sessuale: se parlo del mio ex pensano che sia etero, se parlo della mia ex pensano che sia lesbica, e comunque sia anche se parlo del mio ex e della mia ex non capiscono che non è il genere che mi attrae, o per lo meno che il genere non è limitante. Mi piacciono uomini di tutti i tipi, donne di tutti i tipi, persone di cui non riesco a identificare il genere e persone in transizione.

D. mi piaceva perché era molto femminile, S. perché era un ragazzo dolce e gentile, F. per i suoi fianchi larghi e materni e il seno morbido, R. perché era un uomo forte, T. perché…be’, T. non lo so. Probabilmente T. perché la crocerossina dentro di me ha visto la sofferenza e ha creduto di poterla alleviare.
Di T. mi piacevano le braccia, i muscoli semplici ma presenti, e le mani con le dita grosse. Mi piaceva il suo volto pieno di storia, i buchi di piercing rinnegati e le orecchie afflosciate da dilatatori che non indossava quasi più. Mi piacevano i peli lunghi sul suo petto e il fatto che accorciava quelli attorno al pene. Mi piaceva la sua lingua a metà e la storia di quando se l’è procurata, intenzionalmente. Mi piacevano le sue storie, i suoi amori, la dedizione e la convinzione che metteva in ciascuno. Quando mi ha detto che è transessuale, che dentro si sentiva donna da molto tempo e che voleva diventarlo anche fuori, è stata dura all’inizio, anche se non gliel’ho detto: d’altra parte, lei era nata nel corpo sbagliato, lei viveva un dramma, come potevo io spiegarle il mio dolore e pretendere che valesse qualcosa? In ogni caso ci ho messo relativamente poco a superare il momento di difficoltà, e adesso che ci penso bene è possibile che ciò che mi ha fatto innamorare di lei fosse proprio il suo essere, in fondo, una donna. Ricordo, quando ci siamo conosciute, che aveva una cura e un’attenzione nei confronti delle donne, che mi affascinò subito. Le donne le piacevano, le corteggiava, e credo che spesso riuscisse ad averle se le voleva. Ma non era solo questo: le metteva su un piedistallo, le adorava. Il suo amore senza misura, visto oggi col senno di poi, era forse ammirazione, il desiderio intimo e profondissimo di essere loro. Di essere noi.

Da T. ho imparato quasi tutto quello che so sull’amore e sul desiderio.
Ho imparato ad ascoltare il mio corpo. Sembra una sciocchezza o una frase fatta, ma non lo è. In tante cose non ascolto il mio corpo: per esempio quando mangio. Quando mangio mangio oltre la sazietà, esagero e sento che non mi fa bene. Lo sento, lo so, eppure lo ignoro. Nel sesso e nel desiderio, prima di T. non lo sentivo nemmeno parlare, il mio corpo. Per me era una specie di appendice del cervello, da manovrare a seconda delle necessità e da far andare dove richiesto, a volte anche con scarso successo. Avevo fatto sesso prima, e mi era anche piaciuto, ma non avevo mai veramente ascoltato il mio corpo. A stento mi ero resa conto che mi stava parlando.
L’ultima cosa che questo amore complicato mi ha insegnato è stata chi sono, in termini di orientamento sessuale.

In generale non sono una grande amante dei nomi usati per categorizzare gli impulsi e le identità: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, sono tutte parole che tollero a fatica. Non perché tolleri a fatica ciò che indicano, ma perché sono incasellanti e discriminatorie. Se oggi mi definisco lesbica e domani mi innamoro di un uomo, inizia la crisi d’identità. Ma se oggi mi dichiaro umana e domani mi innamoro di un altro umano, che differenza fa? L’unico ruolo di queste parole è quello di affermare l’esistenza di persone a lungo negate, di validarne desideri e pulsioni, di lottare dove necessario e di festeggiare quando possibile. Ma io sogno un mondo in cui queste parole saranno obsolete scatole troppo piccole per rinchiuderci qualcosa di così complesso come un essere umano. Premesso ciò, se dovessi scegliere la mia scatola fatta di lettere, la parola giusta per me sarebbe pansessuale. Pan, tutto, come se potessi amare una scrivania o un computer, che fastidio. Eppure è così, se leggo la definizione di pansessuale io mi ci riconosco come in uno specchio.

Da Wikipedia: La pansessualità (dal prefisso greco pan-, “tutto”) è un orientamento sessuale caratterizzato da una potenziale attrazione (estetica, sessuale o romantica) per delle persone indipendentemente dal loro sesso. Questo include una potenziale attrazione per persone che non rientrano nella concezione binaria di maschio/femmina, come ad esempio gli individui che si identificano con entrambi o nessuno dei due sessi. La pansessualità è a volte definita come la capacità di amare una persona indipendentemente dal suo genere. Alcune persone pansessuali sostengono anche che sesso e genere siano insignificanti per loro.

È così, io posso amare una persona indipendentemente dal suo genere. Amare, o esserne attratta. Per me l’amore non è mai esistito senza attrazione, mentre l’attrazione senza amore sì, anche se di solito almeno un po’ di simpatia o affetto li provavo.
In ogni caso, ritorno al punto di partenza: volevo nascere lesbica. Non volevo nascere etero perché le donne sono troppo belle, e perché in una relazione omosessuale ci si libera degli stereotipi di genere, e perché comunque mi piace essere parte di una minoranza, lo ammetto.

Se l’essere etero è facile da spiegare, addirittura viene spesso dato per scontato, l’essere lesbica è un po’ più complicato ma spesso basta menzionare en passant una vecchia fiamma e usare tutti i pronomi personali femminili possibili, fino allo sfinimento. Essere bisessuale è già più complesso, perché se parli prima di una ex, poi devi per forza parlare anche di un ex al maschile, e spesso comunque l’interlocutore sarà confuso e magari crederà che sia indelicato chiedere (mentre dentro di me io sto urlando “chiedimelo”). Ma se sei pansessuale, allora l’unico modo per spiegare chi sei è intavolare una conversazione sulla tua sessualità.

Così come non discuto con ogni singolo umano che incontro ogni singolo aspetto della mia natura e della mia personalità, non amo nemmeno discutere la mia sessualità. D’altra parte, anche se preferisco le uova strapazzate alle uova sode, nessuno dà mai per scontato che io preferisca le uova sode e quindi non sento il bisogno di stabilire che preferisco quelle strapazzate. Al contrario, l’assunto di base quando si incontra una persona è sempre che sia etero, e questo a me fa sentire come se non fossi vista. Quando qualcuno, appena scopre che sono italiana, pensa io sappia fare la pizza, sento il bisogno di smentire tale convinzione. Quando qualcuno, appena vede che sono una donna, pensa che mi piacciano gli uomini (e basta), vorrei poter smentire anche questa convinzione. Ma spiegare che sono pansessuale, cosa vuol dire essere pansessuale, e che io stessa detesto il termine ma tant’è, qualcuno lo ha coniato e a me tocca farmelo andare bene… ecco tutto questo, al primo incontro con potenziali nuovi amici, magari davanti a una birretta in un clima rilassato, non è esattamente come dire “mi spiace, ma non so fare la pizza”.

Caterina

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