Da qualche giorno è in sala “Black Panther”, diciottesimo film prodotto dai Marvel Studios che esce non troppo casualmente proprio in occasione del Black History Month. Sulla pellicola gravava giusto un filo di aspettativa per una serie di ragioni fra le quali:

  • l’essere il primo grosso cinecomic stand-alone dedicato a un supereroe nero (Blade era più un antieroe e glisserei su Spawn e “Steel” con Shaquille O’Neill)
  • dover abbracciare un’audience che va dal fan attempato cresciuto a pane e Jack Kirby al bimbo che va al cinema per vedere un’avventura spettacolare
  • non aggirare il tema della discriminazione razziale, ma senza abbandonare la propria dimensione di puro intrattenimento
  • descrivere da zero e in maniera autosufficiente un mondo del tutto sui generis ancora non rappresentato nei precedenti film Marvel, ma agganciarsi al tempo stesso con coerenza agli eventi di “Captain America: Civil War” prima e “Avengers: Infinity War” dopo
  • rientrare nell’investimento (elementare, Watson)

Sempre in tema di aspettative elevate, mi viene in mente una frase che nella bella serie TV “Master Of None” il personaggio della veterana Angela Bassett (presente anche nel cast di “Black Panther”) rivolge alla figlia piccola che le chiede cosa sia una minoranza: “È un gruppo di persone che deve lavorare il doppio nella vita per ottenere la metà”. Capirete che se da un lato l’hype giocava a favore della pellicola, dall’altro la gara a trovare tutto ciò che non funziona in un film su un adulto vestito da gattone avrebbe costituito una tentazione troppo gustosa per i denigratori dell’operazione, ma anche per quei liberal che dovendo scegliere se distinguersi dal mainstream oppure mettersi in coda a un trend – benché progressista e da supportare – optano narcisisticamente per il primo caso.

Intanto vi anticipo la mia opinione – che è pur sempre quella di una persona estranea alla comunità nera, per quanto mediamente documentata sull’argomento: al netto di qualche ingenuità di sceneggiatura, di alcuni momenti di CGI discutibile, di scene d’azione fiaccate dal PG-13 e di quella solita struttura in tre atti non proprio foriera di sorprese, “Black Panther” ce la fa, su tutti i fronti. Anzi, mi sbilancio: trovo che sia ad oggi il miglior film prodotto dai Marvel Studios. Nelle prossime righe proverò a spiegarmi meglio, senza spoiler.

Penso prima di tutto che non si dovrebbe mai dare nulla per scontato, soprattutto il contesto, che ha fatto sì che dopo anni si creassero le condizioni perché “Black Panther” esistesse. Sul fronte interno infatti, la dipartita di Ike Perlmutter da CEO della Marvel Entertainment ha tolto dai giochi uno dei più grandi oppositori all’introduzione delle minoranze nella narrazione supereroistica, proprio mentre i ripetuti successi al botteghino dei Marvel Studios consentivano di provare a rischiare un po’ di più. Sul fronte esterno, è accaduto che, in un periodo in cui la cultura occidentale “tradizionale” appare stanca e reazionaria, i grossi moti afroamericani del 2013 abbiano prodotto una rinnovata urgenza di cose da dire che è andata ad alimentare diverse forme espressive: nella politica con il movimento Black Lives Matter, nella musica con gente come Kendrick Lamar (non a caso autore della O.S.T. del film che – altro primato – è il primo a cui la Marvel ha dedicato una serie di canzoni originali) e Run The Jewels, nella letteratura con autori come Paul Beatty, Ta-Nehisi Coates e Reni Eddo-Lodge, nelle serie TV grazie a fenomeni come “Atlanta”, “Dear White People” e “She’s Gotta Have It”, nel fumetto con casi come quel “Destroyer” con cui Victor Lavalle rilegge il mito di Frankenstein raccontando l’elaborazione del lutto di una madre afroamericana che riporta in vita il figlio ucciso in una sparatoria con la Polizia.

Ora, sul Pantera Nera dei fumetti non mi dilungherò e se volete approfondire ci sono articoli che lo presentano già bene. Ad ogni modo, queste le basi: T’Challa (qui interpretato da Chadwick Boseman) è il sovrano del regno del Wakanda, uno stato immaginario dell’Africa ultratecnologico e volutamente nascosto al mondo la cui ricchezza deriva dall’aver saputo sfruttare un minerale alieno chiamato vibranio. La Pantera Nera non è altro che l’alter ego dei sovrani che si sono avvicendati alla guida del Wakanda, una figura protettrice che deve i propri superpoteri a una pianta misteriosa (ah, la magia!) e alla propria tuta in vibranio (ah, la tecnologia!).

Ma torniamo alle ragioni per cui ritengo che “Black Panther” sia un’operazione riuscita.
Sul fronte prettamente cinematografico Ryan Coogler, già regista di “Creed”, dimostra di avere la giusta sensibilità e solidità per portare a casa la missione, pur non eccellendo per inventiva e guizzi (rimane aspro il dibattito su quanto le esigenze di showrunning del progetto MCU pesino sull’omologazione degli stili registici). L’opera di world building fatta a livello di production design, poi, è un trionfo: soprattutto costumi, tecnologia e musiche contribuiscono a portare sullo schermo un immaginario fantastico finalmente fresco – seppur non nuovo a chi conosceva già il personaggio.

Che bomba

Ancora più interessante è analizzare l’approccio alla storia: gli autori hanno scritto un film molto semplice nello sviluppo e nei fattori che lo compongono, attingendo a piene mani da cliché e topos narrativi consolidati. Ci sono un protagonista segnato da una tragedia, un conflitto per una posta in palio, dei comprimari buoni e dei comprimari cattivi.
In questo modo, si sono assicurati di dare allo spettatore un primo livello superficiale di coinvolgimento e comunicatività, limitato al puro intrattenimento.
A un secondo livello di lettura però, il film risulta molto più complesso di come appare perché tutti questi elementi “standard” della narrazione di genere sono stati caricati di motivazioni direttamente correlate alle diverse manifestazioni della cultura afroamericana. Di fatto, ogni personaggio è la personificazione di un tema che infiamma la comunità.

Mi spiego meglio: di regola un film di supereroi funziona nella misura in cui l’antagonista è convincente. Ma come si misura quanto una nemesi è riuscita? La risposta che do io – ma che dà in maniera abbastanza evidente anche Alan Moore nel suo acclamato “The Killing Joke” – è che un cattivo è efficace quando rappresenta l’esatto opposto ontologico dell’eroe, la persona che lui stesso sarebbe diventato se avesse ceduto ai suoi istinti più negativi. In questo senso il Killmonger interpretato dal bravo Michael B. Jordan è efficacissimo perché rappresenta la reazione rabbiosa del movimento nero. Le sue motivazioni sono tangibili perché radicate nel reale. Per certi versi, ha pure molta più ragione del moderato T’Challa, che, pur consapevole della condizione in cui versano i suoi fratelli nel mondo, persiste a rinchiudersi nel suo personale El Dorado. In fin dei conti, il sovrano del Wakanda ha sempre vissuto in patria, mentre il suo nemico ha conosciuto la discriminazione vivendo in America: che effetto può avere l’ingiustizia verso chi l’ha subita? Il carnefice creerà un nuovo carnefice o una persona che interromperà la spirale? Questo conflitto rende Killmonger il cattivo più interessante visto in un film Marvel, col quale si finisce per empatizzare nel momento in cui rivendica il diritto di decidere del proprio corpo come fecero tragicamente i suoi antenati gettandosi dalle navi che li avrebbero condotti a sicura schiavitù.

Lui non era tanto interessante, ad esempio

Anche i comprimari non sono da meno in questo gioco di simboli: c’è tanto bel female empowerment nelle figure della sorella Shuri e della guerriera Okoye (che in una scena si esprime senza mezzi termini nei confronti della sua temporanea parrucca di capelli lisci – chi segue i temi afro saprà che è una questione molto più profonda di quanto sembri). Non vedo casualità nemmeno nella scelta di inserire il topos della madre che piange il proprio figlio – non spoilero nulla – che, se in un qualsiasi altro film d’avventura sarebbe passato inosservato, qui diventa una specie di monumento alle famiglie che hanno perduto i propri cari per colpa dei crimini della Polizia.
Le diverse tribù del Wakanda riflettono poi la frammentazione interna al movimento black: qui è meno riuscito il personaggio di Daniel Kaluuya, il cui arco mi è sembrato davvero molto forzato, mentre è più interessante il M’Baku di Winston Duke. Viene comunque subito da pensare sia a come in America vengano ad esempio percepiti diversamente i nativi africani dai “cugini” americani, ma anche a quelle dinamiche fratricide della comunità afroamericana descritte con foga da Ta-Nehisi Coates quando parla della strada nel suo “Tra me e il mondo” (lettera al figlio che costituisce una lettura imprescindibile per comprendere quanto sia irrisolta e compromessa la questione nera negli USA). Sempre non casualmente, Ta-Nehisi Coates è anche l’autore del più recente ciclo fumettistico dedicato al supereroe che si concentra proprio sul conflitto interno al Wakanda, piuttosto che con il mondo fuori.

Il personaggio di Nakia interpretato da Lupita Nyong’o (già premio Oscar per “12 Anni Schiavo”) poi, propone una ulteriore prospettiva denunciando le mancate responsabilità di chi sta bene nell’aiutare chi sta peggio e finendo per diventare la vera artefice della crescita di T’Challa. Nemmeno il grande eroe del film sta facendo abbastanza, figuriamoci tu, spettatore. L’arco narrativo del protagonista è arricchito anche dal rapporto con il padre: quanto i conflitti irrisolti della generazione precedente alimenteranno quella successiva? Anche su questo punto è illuminante la lettura di “Tra me e il mondo”, molto meno conciliante di quanto faccia questa pellicola.

Pure i luoghi diventano simboli: Oakland, dove si verifica uno degli eventi chiave della storia, è la città dove fu fondato nel ’66 il movimento delle Pantere Nere, una delle metropoli col più alto tasso di criminalità degli USA, nonché la spia di tutto quello che non va fuori dalla prigione dorata del protagonista. Il Wakanda invece diventa un paradosso per riflettere controintuitivamente su quali siano i reali confini di uno stato, fin dove si estendano le sue responsabilità, cosa succederebbe se le minoranze fossero finalmente in grado di autodeterminarsi anziché dipendere dalle scelte altrui e a quali dilemmi andrebbero incontro.

I migliori cinecomic sono quelli che trattano il supereroe come iperbole del presente. Lo era il “The Dark Knight” di Nolan nell’affrontare le paure post 11 settembre e il rapporto fra ordine e caos. Lo è a suo modo anche “Black Panther”, che reputo il miglior film della Marvel perché – pur in una dimensione che nasce e si risolve nell’intrattenimento per tutti – ritrova un’urgenza reale, connessa all’attualità, che era stata quasi completamente accantonata dai tempi dell’antimilitarismo post Iraq del primo “Iron Man”.

Siccome poi non si può non parlarne, trovo molto buffa la polemica citata ad esempio in questo articolo di Michael Harriot sul modo con cui alcuni di “coloro che si credono bianchi” (cit. James Baldwin) hanno accolto questa pellicola, accusando “Black Panther” di razzismo al contrario – percezione che in realtà sto riscontrando anche in alcune timide reazioni in Italia. Davvero disturba un film con un cast al 99% black? Incredibile come quella gente che ritiene “si esageri” ogni qualvolta si portano avanti le istanze di una minoranza sia la stessa che dà di matto appena per una volta, una sola volta, non vede se stessa al centro del mondo (se viriamo il discorso in tema LGBTQ+ il ragionamento non cambia di una virgola). Capisco anche cosa porti la Eddo-Lodge a stufarsi e scrivere “Why I’m no longer talking to white people about race”.

Per concludere, la pellicola di Coogler si trova a fare intrinsecamente i conti con moltissime questioni spinose e le va dato merito di non dribblarne nessuna: usa un genere di successo come cavallo di Troia attraverso cui dare visibilità a temi come razzismo e colonialismo e nel prendere posizione avverte su come la chiusura e la mancata comunicazione fra le parti perpetuino l’ingiustizia anziché estinguerla. Del resto, come dice il film:

“In tempi di crisi, i saggi costruiscono ponti, gli stupidi alzano barriere.”

Boh, io non chiedevo davvero di più.

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