Il capolavoro di Palacio affronta il mondo della diversità a 360°, Wonder è un racconto per ragazzi che fa commuovere e riflettere soprattutto gli adulti

Ho visto Wonder al cinema e mi è piaciuto tantissimo. Premessa: non ho ancora letto i libri e non so quante e quali differenze ci siano con il film.

In uscita nelle sale cinematografiche italiane il 21 dicembre, Wonder, tratto dall’omonimo romanzo di R. J. Palacio, non ha deluso le mie aspettative né quelle di tanti altri che sono accorsi a vederlo. Un cast di eccezione con Julia Roberts, Owen Wilson  e il giovane Jacob Trambley per un film toccante che tratta la diversità nei bambini e ci offre molteplici punti di vista. 

LA TRAMA

August Pullman detto “Auggie” è un bambino di 10 anni affetto dalla sindrome di Treacher Collins, una patologia autosoma dominante che genera deformazioni facciali con conseguenti difficoltà respiratorie e uditive. Vissuto protetto nella sfera famigliare, con la madre che gli ha fatto da insegnante privata, Auggie non ha mai avuto troppi contatti con il mondo esterno e si prepara, per la prima volta, ad affrontare i suoi coetanei nella scuola media.

L’impatto con la scuola è arduo, non ci sono scorciatoie né nascondigli segreti per un bambino che fino ad allora preferiva nascondersi sotto un caschetto da astronauta e da lì sognare un mondo adatto a lui. La sua disuguaglianza fisica spaventa, incuriosisce o diverte gli altri bambini capaci di essere al contempo teneri e crudeli.

Comincia così per Auggie il lungo percorso per accettarsi e farsi accettare. Che poi sarebbe meglio dire “per conoscersi e farsi conoscere”Combattere contro qualcosa di così poco comprensibile a quell’età non è semplice, ma Auggie decide di affrontarlo con tutto il coraggio di cui è capace.

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Il MONDO DI AUGGIE 

In questo film emozionano profondamente i dialoghi: ci spianano la strada nella vita di ogni personaggio. Palacio ha fatto un enorme lavoro intorno alla psiche di ognuno e affronta con prudenza le loro vite in qualche modo sconvolte dalla diversità di Auggie. Si delinea così un quadro complessivo del rapporto di Auggie con il mondo e del mondo con lui e la sua patologia.

La madre, interpretata da Julia Roberts, si presenta ora vulnerabile, ora forte come un uragano capace di ristabilire un equilibrio in una vita di rinunce vissuta da troppi anni in relazione con la patologia di Auggie. Il papà, un simpaticone tutta ironia e dolcezza, è probabilmente la vera forza di questo film, colui che in silenzio e attraverso pochi gesti, fa la differenza nella vita del bambino e della famiglia. Il personaggio più intenso è sicuramente Via, la sorella di Auggie, che incarna i sentimenti di tutti i fratelli e le sorelle di persone con disabilità, spesso messi da parte nelle piccole attenzioni quotidiane che non osano richiedere.

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E poi ci sono loro, i veri protagonisti: i bambini nelle loro mille sfumature. Gli amiconi, i bulli, gli emarginati e gli incompresi, i furbi e gli indifferenti, sono il microcosmo che riflette la società degli adulti, nei quali (ed è chiarissimo anche nel film) si riconoscono simili. Ed è così che la diversità viene scrutata e filtrata attraverso i loro occhi e assume consistenze diverse.

Wonder è un film per ragazzi e proprio per questo è adatto a tutti. Ma Wonder è soprattutto un film per gli adulti, affinché tengano a mente che sono responsabili delle azioni dei più piccoli e insegnino loro il coraggio, la gentilezza e il rispetto per ogni individuo e per le molteplici diversità che ciascuno di noi possiede.

Auggie è un bambino intelligente, con i suoi pregi e i suoi difetti, sorride, si arrabbia, gioca, sogna e piange. Auggie è tante cose, ma non è la sua patologia e la patologia non è Auggie. Per tutta la durata di questo racconto, l’autore del romanzo e il regista del film accompagnano lo spettatore per mano, lo invitano ad avvicinarsi, a non aver  paura nemmeno di commettere errori dinnanzi alla diversità. Fa bene domandare ciò che non è chiaro, fa bene curiosare nelle vite degli altri, fa bene ridire insieme delle debolezze di cui tanto ci vergogniamo. Fa bene Wonder perché ci insegna che l’indifferenza genera ignoranza. Fa bene perché non punta il dito contro nessuno, nemmeno contro chi sbaglia.

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