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10 personaggi femministi nelle serie tv (e non solo loro)
Dark Light

10 personaggi femministi nelle serie tv (e non solo loro)

Eugenia Fattori

Mai come in questo periodo la serialità televisiva offre una panoramica ampia di donne e persone appartenenti alla comunità lgbt+ in ruoli da protagonista, sfruttando un momento storico senza precedenti che ha visto il lato decisionale e produttivo del cinema e della televisione accorgersi delle potenzialità commerciali enormi di un pubblico storicamente sottovalutato.

Finalmente non è più necessario identificarsi sempre in personaggi maschili eterosessuali cisgender ma è disponibile una scelta, per quanto ancora limitata, di ruoli tridimensionali e decisionali (non limitati a funzioni comprimarie o a servire lo sviluppo dei personaggi maschili) affidati a categorie storicamente marginalizzate.

Come accade però spesso nelle fasi in cui il mercato scopre un nuovo filone di argomenti, questa necessaria e attesa evoluzione in film e serie ha anche portato con sé un universo di “strong characters” generici e ricalcati pedissequamente sugli stereotipi degli antieroi maschili, dando luogo a operazioni che si vestono di femminismo ma che nella sostanza sono spesso poco più che gender swap o si limitano a mettere in bocca parole femministe a personaggi che sotto ogni altro aspetto continuano a essere disegnati per soddisfare lo sguardo maschile.

Per orientarsi nel complesso universo del femminismo televisivo, quindi, ecco dieci e più personaggi femministi della serialità, con una prospettiva intersezionale e l’obiettivo di farvi scoprire qualcosa di nuovo.

1) The Doctor (Doctor Who)

Due anni fa, la serie televisiva più longeva della tv britannica ha preso una decisione epocale: la tredicesima rigenerazione di Doctor Who, essere alieno proveniente da Gallifrey, sarebbe stata affidata per la prima volta a una donna, ovvero l’attrice Jodie Whittaker.

Doctor Who è un personaggio eccentrico e dalla grande complessità morale, cosa che raramente vediamo in personaggi femminili e che nell’incarnazione di Whittaker dà vita a una Doctor estremamente vitale, onesta, dalla saggezza antica contenuta in un corpo finalmente non iper sessualizzato.

Ne sono scaturite due stagioni che hanno rivoluzionato completamente l’impianto dello show, sia per il loro impatto narrativo sul canone della saga, sia per l’approccio ecologista e intersezionale ai temi degli episodi e alle scelte di cast. Per esempio, introducendo companion – le persone che viaggiano con Doctor, nella sua astronave TARDIS camuffata da cabina telefonica – che finalmente non sono soltanto belle ragazze e coppie eteronormate ma un gruppo eterogeneo per età, etnia e orientamenti.

2) Eve & Villanelle (Killing Eve)

Sta per tornare con una terza stagione la coppia guardia-ladra più sexy mai vista in televisione: Villanelle e Eve sono forse i personaggi più concretamente e meno programmaticamente femministi in circolazione, che mettono in discussione non solo l’eteronormatività del percorso della “fascinazione del male” che caratterizza molte storie di detection, ma anche la stessa natura delle relazioni amorose.

Villanelle è un personaggio totalmente amorale che riesce a non far leva sulla sessualità per intrappolare gli uomini, Eve un’eccellente variazione sul tema della detective impacciata che non fa leva sugli stereotipi per tracciare invece un ritratto di donna originale e pieno di contraddizioni. E che vede in Villanelle un punto di attrazione e l’occasione di fuggire dalla trappola della normalità, senza poterne dimenticare il lato oscuro.

3) Sarah Manning e le sue sorelle (Orphan Black)

Passata quasi in sordina per qualche anno ma oggetto di culto per le appassionate di sci-fi dalla vena cyberpunk, Orphan Black brilla non soltanto per l’interpretazione da applausi di Tatiana Maslany, che offre il suo volto a un totale di ben 33 cloni della protagonista Sarah (quasi tutti dotati di una personalità indipendente e di una storyline dedicata), spesso nella stessa scena. È anche uno show che mette al centro l’identità femminile e i suoi presupposti culturali, sulla sorellanza e sulla solidarietà, nelle confezioni di avventura e fantascienza che troppo spesso hanno messo le donne da parte.

4) Claire Beauchamp Randall/Fraser (Outlander)

Non fatevi ingannare dal cognome dei mariti: la protagonista di Outlander è quanto di più lontano ci sia dallo stereotipo della moglie e della madre che di solito va per la maggiore nel romance, il genere storico/avventuroso in cui rientra il ciclo di libri a cui la serie è ispirata.

Claire è sessualmente consapevole, economicamente indipendente, intelligente e piena di talento scientifico, nonché in grado di esprimere valori femministi pur essendo immersa in epoche (gli anni ’50 e ’60, e poi la fine del ‘700 in cui finisce catapultata grazie a un salto temporale, perché Outlander è anche una storia sci-fi) di limitata consapevolezza sull’argomento.

Ma il vero plus della serie è la sua relazione col marito Jamie: una storia credibile e profonda, con assoluta interdipendenza e parità sessuale, decisionale e di ruoli, in grado di dominare completamente il plot come in ogni romanzo d’amore che si rispetti, ma da una prospettiva molto più evoluta di tante serie drammatiche e convenzionalmente anticonformiste.

5) Veronica Mars (Veronica Mars)

È stata la detective adolescente più amata degli anni Zero, per poi tornare prima con un film e poi con una stagione revival nel 2019; ma Veronica Mars è soprattutto una serie che sotto la confezione gialla e i dialoghi ironici nasconde discorsi piuttosto sofisticati sulle classi sociali, sull’autodeterminazione femminile e sulla famiglia come nucleo che può essere protettivo ma anche traumatizzante.

Veronica è un’antieroina senza compromessi che non si addomestica mai e rifiuta costantemente di adeguarsi alle aspettative della società, pur senza mai sfociare nello stereotipo della bad girl e quindi tenendo dritta la barra della moralità e del rispetto per gli altri.

6) Le Pose families (Pose)

Il cast più vario in termini di identità di genere mai visto in un prodotto audiovisivo, la sensibilità spiccata verso la necessità di raccontare le storie delle persone della comunità lgbt+ finora invisibili sullo schermo, la capacità di mettere in risalto una cultura (quella delle ballroom) che non appartiene agli autori senza mai appropriarsene: basterebbe questo per comprendere l’importanza storica rivoluzionaria di Pose, eppure non è tutto.

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Il vero motivo per cui i personaggi di Pose sono femministi è il modo in cui la serie riesce a ritrarre persone e donne trans come “donne vere senza virgolette”, evitando la trappola delle intenzioni educative così come quella del feticismo. Le donne di Pose non sono mai raccontate con un occhio oggettivante o come soggetto “altro”, ma come parti integranti e dotate di agenda nella propria storia.

7) Lo studio legale Reddick, Boseman, & Kolstad (The Good Fight)

Se cercate uno show in grado di mettere in scena le donne nelle loro infinite sfumature culturali, tutte alle prese con un mestiere e un momento storico che le mette sotto pressione sia come esseri umani che come espressione di un genere che la situazione politica americana mette particolarmente a rischio, il tutto inserito in un contesto intersezionale in cui razza, provenienza sociale ed educazione giocano un ruolo fondamentale e dichiarato, The Good Fight è la serie per voi.

Il legal drama più politicizzato di sempre, spin-off dell’amatissimo The Good Wife, mette in scena lo sconforto dei liberal nell’era di Trump senza l’idealizzazione semplicista di Sorkin: i personaggi della serie infatti non sono programmatici, non aderiscono a stereotipi, sono invece tutti esseri umani complessi la cui capacità di leggere il mondo viene messa costantemente alla prova e li costringe a imparare dai propri errori. E non c’è nulla di più femminista di questo.

8) Il distretto 99 del NYPD (Brooklyn Nine-Nine)

Esattamente come in The Good Fight, il femminismo di questa comedy poliziesca dal format apparentemente vecchio stile (episodi brevi e verticali, stagioni lunghissime) e diventata oggetto di culto, riguarda molto di più l’approccio complessivo delle interazioni tra i personaggi e il modo di guardare al mondo che le caratteristiche di una singola protagonista.

Certo, a livello superficiale non è possibile non accorgersi che le detective Rosa Diaz (Stephanie Beatriz) e Amy Santiago (Melissa Fumero) sono personaggi femminili sviluppati a 360° e in possesso della propria agenda, che spesso è un’agenda femminista. Oppure non notare l’attenzione alla queerness nella rappresentazione della stessa Rosa, bisessuale, e del Capitano Holt, forse il primo capitano di polizia apertamente gay della storia della TV. O bypassare il fatto che ogni stereotipo culturale e di razza viene affrontato e demolito costantemente.

Ma lo spirito femminista della serie pervade interamente ogni episodio, dando vita a una scrittura che intenzionalmente aggira i cliché del genere (sia quello poliziesco che quello comedy) ed è capace di far ridere senza mai appoggiarsi su di essi. Spesso è più difficile vedere la buona scrittura televisiva nei dialoghi comici che nei lunghi monologhi drammatici, ma se prestate attenzione a come Brooklyn Nine-Nine gestisce le interazioni e le relazioni tra i suoi personaggi potrete senz’altro notare la complessità della costruzione di un universo narrativo che decide consapevolmente di guardare al mondo con uno spirito profondamente intersezionale.

9) Grace Hanson e Frankie Bergstein (Grace and Frankie)

Potendo scegliere solo una manifestazione pratica del sessismo a Hollywood, forse il fatto che non esistono praticamente ruoli per le attrici sopra i cinquant’anni sarebbe quella ideale per rappresentare tutte le altre. La comedy di Netflix che vede Lily Tomlin e Jane Fonda nel ruolo di due signore over 70 dalla vita sociale, intellettuale e sessuale scoppiettante, per nulla ancorate al ruolo di mogli, madri o nonne, può essere quindi considerata una rivoluzione, non soltanto per l’età delle sue protagoniste ma anche per la scelta di ritrarre due donne nella loro “golden age” che si rifiutano categoricamente di diventare invisibili o irrilevanti per il mondo. Grace and Frankie riesce a parlare di età senza edulcorarne il lato più realistico ma al tempo stesso infrangendo ogni limite possibile di quanto è convenzionalmente considerato adeguato per le “donne di una certa età”.

10) Abbi e Ilana (Broad City)

A proposito di rompere le convenzioni, le due protagoniste (e autrici) di Broad City ci hanno costruito sopra il format di un’intera serie. Abbi Jacobson e Ilana Glazer in cinque stagioni hanno saputo creare il vero erede millennial di Sex and the City: una celebrazione dell’amicizia e un’accurata e complessa analisi di cosa vuol dire essere donna e giovane oggi, raccontata con un umorismo surreale, irrispettoso e sempre sopra le righe. Abbi e Ilana sono femministe, scavalcano le barriere dell’identità sessuale e se ne fregano di schemi e aspettative non perché siano “strong female characters”, ma perché sono presupposti necessari per esplorare il mondo in maniera sincera. È uno show radicale che non ha paura di non prendersi sul serio e che forse, più di tutti i precedenti, racchiude la sintesi di tutte le sfaccettature del femminismo contemporaneo.

Leggi i commenti (1)
  • a hollywood ci sono ruoli per attrici ultra-cinquantenni adatti alla loro età come è per i loro colleghi uomini.

    usare la sessualità per “intrappolare” uomini o donne è una cosa che esiste, e non c’è niente di male a rappresentarla. e non c’è ipersessualizzazione, il sex appeal maschile e femminile è cosa bella e umana e se un film o una serie lo rappresenta non fa nulla di sessista o oggettificante

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