La verità non sistema sempre le cose.

Una riflessione della protagonista di 13 Reasons Why, in Italia meglio conosciuta con il titolo di Tredici, un prodotto targato Netflix campione di visualizzazioni basato sul romanzo omonimo del 2007 di Jay Asher. La serie ha fatto molto parlare di sé poiché affronta in maniera nuda e cruda, seppur romanzata, molti aspetti oscuri e difficili che possono presentarsi nella vita di un essere umano a partire dalle malattie mentali passando per problemi familiari, bullismo, stupro, sino ad arrivare al passo estremo del suicidio.

Proprio a causa dei suoi contenuti grafici Tredici è stata al centro di molte controversie, tra chi l’ha ritenuta un’ottima rappresentazione di problematiche altrimenti poco – o malamente – discusse e chi, tra cui anche professionisti del settore, l’ha tacciata di essere poco accurata e di descrivere in maniera inappropriata le questioni affrontate.

La prima stagione aveva riscosso critiche sicuramente positive, che non solo ne elogiavano l’approccio maturo, ma anche l’ottimo adattamento, se non addirittura miglioramento, del materiale letterario di partenza, nonché una certa abilità nello storytelling, in grado di tenere gli spettatori incollati allo schermo in attesa di conoscere l’accaduto dell’episodio successivo. Tra le critiche negative, l’implausibilità della storia contornata da personaggi più e più volte incoerenti e l’impianto angsty fatto di fraintendimenti e mancanze di comunicazione, il quale, più che gettare un fascio di luce su depressione, bullismo e altro, ne disegna un quadro superficiale, approssimativo e talvolta insostenibilmente stucchevole.

Ebbene sì. La prima stagione di Tredici è entrambe le cose: sia un potente tentativo narrativo, forte come un pugno allo stomaco, intriso di tematiche bisognose di essere affrontate, che un prodotto audiovisivo pieno di colpi di scena, ma le cui scelte stilistiche sembrano talvolta virare più verso la forma della mera pubblicità progresso che non verso la costruzione di un impianto narrativo credibile e che rispetti i canoni della realtà che ci circonda.

Al centro delle polemiche è stata soprattutto la scena del suicidio di Hannah, mostrata in tutta la sua verità. Se da un lato la scelta di non zuccherare il fatto con possibili vedo-non-vedo è ammirabile per il fine che si propone, dall’altro si tratta anche di uno strumento pericoloso che avrebbe potuto – e tuttora potrebbe – scatenare delle reazioni indesiderate o addirittura innescare un meccanismo di emulazione nelle menti più facilmente colpibili.

Controversie e polemiche a parte, una cosa – soprattutto dopo la visione della seconda stagione – è certa: la struttura di Tredici è prettamente autoconclusiva. La prima stagione lasciava aperti degli interrogativi che chiunque poteva interpretare come meglio credeva e che diventavano spunti di riflessione sulle conseguenze delle azioni del singolo e della collettività.

Ma no. Una stagione evidentemente non bastava e si è deciso di tirare avanti il carro della produzione con altre tredici puntate. Episodi, questi, che ruotano intorno alla vita post Hannah, al processo dei Baker contro la Liberty High School e all’evoluzione – talvolta involuzione – dei personaggi rimasti in azione. Il posto delle ormai famose cassette audio è preso da delle Polaroid (giusto per restare un po’ vintage) e si cerca di seguire la falsariga del prodotto iniziale basato sulla storia di un personaggio per ciascuna puntata con un tassello importante in aggiunta di volta in volta. Purtroppo, però, lo sforzo resta alquanto blando e il sistema caratteristico e originale che aveva contraddistinto il concept originale si è del tutto perso nel vuoto.

L’allontanamento dal romanzo è ben percepibile con il risultato che i personaggi così cangianti e sfaccettati della prima stagione risultano essere pedine di una storia dal finale/non finale estremamente prevedibile. Nel compiere questa azione di stretching a tutti i costi del manoscritto si è distrutto il valore iniziale della serie e quell’assetto bizzarro, ma allo stesso tempo accattivante, che la rendeva così attraente. Nota di continuità tra le due stagioni è, però, la minuziosa scelta della colonna sonora che accompagna in maniera squisita lo svolgersi delle scene.

Anche questa ragione non risparmia scene crude e disturbanti, in particolare una è forse ancora più inquietante di quella del suicidio di Hannah. Sul web in tantissimi si sono già espressi sull’inutilità di particolari così espliciti e sull’effetto del tutto spiacevole che questa scena ha causato, il che fa sorgere spontaneo il dubbio dell’efficacia stessa dell’espediente utilizzato. Solo una tragedia dipinta senza mezzi termini è in grado di scuotere le coscienze nella nostra società? Una società, quella di Tredici, in cui la violenza su diversi strati è del tutto dilagante, non solo all’interno della scuola, e le cui strutture sociali e giuridiche non fanno altro che promulgare ulteriormente questo istituto di abuso su numerosissimi livelli.

L’elemento centrale di questa seconda stagione è il perpetrarsi nel tempo delle ingiustizie e l’allargarsi dei problemi, se non affrontati. Avevamo forse bisogno di un indovino per arrivare a questa conclusione? Io non credo. Ritengo più semplicemente che le tessere aggiunte al puzzle della storia di Hannah siano per lo più irrilevanti se non del tutto ininfluenti. Lodabile è la messa in primo piano di tutti i temi affrontati, certo, ma in fin dei conti il prodotto finale risulta falsato dalla mancanza di contenuti nella trama. Insomma, le tredici ragioni di Hannah bastavano già.

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