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L’intersessualità, tra scienza e attivismo: intervista alla ricercatrice Michela Balocchi
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L’intersessualità, tra scienza e attivismo: intervista alla ricercatrice Michela Balocchi

Elena Gazzarri

Nella sigla LGBTIQ c’è una I, quella che spesso viene indicata come l’ultima arrivata, che è la I di Intersex. Nel tentativo di decostruire l’idea di un sesso binario, è utile pensarlo come un continuum alle cui estremità si trovano “l’essere femmina” e “l’essere maschio” biologici. In mezzo, si mostrano moltissime possibilità. Secondo gli studi di Anne Fausto-Sterling, infatti, l’1,7% della popolazione mondiale è intersex. Ma cosa vuol dire essere intersex? È normale? Ma cosa vuol dire normale?

A fare chiarezza interviene Michela Balocchi, Dottora di ricerca in Sociologia e Sociologia politica, che si occupa di intersessualità e degli aspetti sociologici della medicalizzazione delle persone con tratti intersex o variazioni congenite nelle caratteristiche di sesso (VCS). L’autrice di “Intersex”, la prima antologia multidisciplinare sull’intersessualità in Italia, ha risposto alle nostre domande.

Iniziamo dalla domanda più semplice: che cos’è l’intersessualità?

Con il termine “intersessualità” si indicano tutte quelle variazioni nelle caratteristiche di sesso genetico/cromosomico, gonadico/ormonale e/o anatomico (relativo alle caratteristiche sessuali primarie e secondarie) che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie dei corpi considerati femminili/maschili.
In realtà potrebbe sembrare la domanda più semplice, ma secondo me non lo è perché il concetto di intersesso o intersex, se non usato soltanto per etichettare e categorizzare una parte “minoritaria” della popolazione, può aprire a nuovi immaginari in relazione a cosa è considerato femminile e maschile, a dove si pongono i confini che delimitano le categorie di sesso, a quali sono le caratteristiche e i marcatori di sesso che contano maggiormente in un determinato periodo storico e società, e, in ultima analisi, a ripensare il concetto stesso di genere per come si è sviluppato e affermato fino ad oggi.

In che cosa consiste la differenza tra intersessualità e DSD e per quali ragioni è necessario chiarirla?

DSD è un acronimo che sta per Disorders of Sex Development (disturbi nella differenziazione sessuale, Dds) ed è entrato in uso a partire dalla Consensus Conference tenutasi a Chicago nel 2005 per volontà di alcune associazioni mediche statunitensi. Uno dei motivi che aveva portato a quella scelta era stata la ricerca di una terminologia medica che fosse più attinente alla tipologia delle diverse variazioni biologiche di sesso, senza rimandare a termini desueti e mitologici (come pseudo-ermafroditismo ed ermafroditismo vero), percepiti come stigmatizzanti dalle stesse persone con VCS e dai loro genitori.

La terminologia del DSD è stata però molto contestata dal movimento intersex internazionale che ne ha criticato il portato patologizzante insito nell’uso del termine disorder/disturbo, evidenziato come nient’affatto “neutro”, tenendo anche conto del fatto che, benché le VCS siano inserite nella classificazione internazionale delle malattie (l’ICD: International Classification of Diseases dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), le varie forme di intersessualità non sono necessariamente correlate a una patologia.

Così l’attivismo intersex internazionale e una parte della comunità scientifica hanno dapprima spinto per sostituire al concetto di disorders quello di differences/differenze nello sviluppo sessuale, dall’altra, per sostituire l’intero acronimo con intersex come termine ombrello che comprende tutte le variazioni nelle caratteristiche di sesso (VCS).

Un altro termine in uso e accolto anche dalla comunità intersex è appunto VCS che è il termine che ho adottato anche io insieme a intersex. Come scrivevo nel 2018 per la Guida Arcobaleno di Altra Psicologia, “intersessuale” invece è un termine che può creare confusione, data l’assonanza con i termini che indicano i diversi orientamenti sessuali.

In questo contesto una delle questioni più delicate è la spinta alla normalizzazione dei corpi intersex imposta da un sistema socioculturale in cui l’identità sessuale è fortemente polarizzata. Solitamente qual è l’approccio dei medici di fronte ai casi di neonati che presentano caratteristiche sessuali considerate “atipiche” rispetto al binarismo maschio/femmina?

La pratica medica si è evoluta nel corso del tempo, ma il nucleo fondante dell’approccio medico rimane simile a quello delle origini nella seconda metà del secolo scorso, ovvero la tendenza è ancora quella di cercare di condurre l’aspetto anatomico e le caratteristiche sessuali secondarie della persona verso il femminile o verso il maschile fin dai primi anni di vita.

Le variazioni intersex, soprattutto quando sono visibili alla nascita, vengono ancora considerate come fossero un’emergenza psico-sociale e dunque “normalizzate”, termine che troviamo utilizzato proprio nei documenti ufficiali che si occupano di VCS.

Questo avviene attraverso trattamenti farmacologici e interventi chirurgici non necessari per motivi vitali e urgenti di salute, senza dunque attendere che la persona direttamente interessata possa dare il proprio pieno consenso informato. E sono proprio questi interventi non vitali e non necessari quelli che il movimento intersex internazionale chiede che vengano fermati, insieme alle altre forme e pratiche di femminilizzazione o maschilizzazione non consensuale.

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Nei casi di interventi chirurgici prettamente estetici, quindi non necessari, qual è l’esperienza delle persone intersex adulte medicalizzate? Cosa significa subire un intervento “correttivo” in questo caso?

Fino almeno dalla fine degli anni Novanta abbiamo testimonianze da parte di persone intersex adulte che denunciano gli effetti dolorosi e spesso irreversibili degli interventi e trattamenti non consensuali o non pienamente consensuali cui sono state sottoposte. Tra gli effetti irreversibili dei trattamenti: la perdita di sensibilità nelle parti operate, la disfunzionalità, la sterilità, il trauma psicologico legato ai ripetuti ricoveri nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, il senso di vergogna derivante dalla segretezza della propria variazione e dalla non chiarezza sui trattamenti ricevuti, la percezione di avere qualcosa di profondamente sbagliato a causa della medicalizzazione precoce, incluse le ripetute visite mediche anche di fronte a più medici e specializzandз, il senso di solitudine e di isolamento per essere statз fattз sentire come casi unici, e, non ultimi, disturbi d’ansia e forme depressive, dalla depressione grave alla depressione cronica, fino ai tentativi di suicidio e suicidi.

In che modo si può diffondere l’idea di bioetica, diritti e riconoscimento per generi e corpi non conformi alle idee tradizionali?

Il mio percorso nel fare luce sulla medicalizzazione dell’intersessualità in Italia e dare visibilità alle persone direttamente interessate è iniziato alla fine del 2008. Il primo grande ostacolo a quel tempo era dettato dalla mancanza di informazioni, di letteratura, testimonianze e studi in italiano sul tema. Quindi io mi sono formata e informata principalmente su testimonianze e letteratura anglofone, e nel contempo ho cercato di entrare in contatto con persone che avessero una variazione intersex per capire quello che accadeva in Italia. Nel 2011 vinsi una borsa ILGA World per partecipare al primo Intersex Global Forum e lì mi resi conto che il lavoro che stavo facendo non era soltanto sociologico e scientifico ma stavo facendo attivismo, ero un’attivista, che tra l’altro in quella occasione aveva avuto la fortuna e il privilegio di conoscere e condividere esperienze con altrз attivistз anche molto preparatз e notз a livello internazionale, provenienti da così tanti Paesi. Da quel momento iniziai a maturare l’idea di creare un gruppo, che poi è diventato il collettivo Intersexioni, per fare in/formazione, sensibilizzare sul tema, mettere in rete persone con VCS, famiglie, operatrici/operatori in campo medico, sociale, accademico, istituzioni. È stato un lungo percorso che non è ancora terminato perché l’obiettivo primario era e continua ad essere quello di ottenere una moratoria sugli interventi precoci e non vitali. Quindi per me il lavoro da fare continua a essere multilivello sul piano scientifico, formativo, politico, attivistico e medico. Venti anni fa quando insegnavo studi di genere, con Laura Leonardi, con cui collaboravo, dicevamo che in ogni ambito accademico – ma in particolare in ambito medico – ci sarebbe stato un grandissimo bisogno di fare formazione sulle questioni di genere in modo critico, perché poi una visione cieca al genere ha conseguenze che possono essere devastanti sulla vita delle persone. Il caso della medicalizzazione e invisibilizzazione dei corpi intersex è uno di questi: se non si comincia a capire e quindi accogliere la varietà delle caratteristiche di sesso, identità di genere, orientamento sessuale anche negli esseri umani, una parte dell’umanità continuerà a essere non solo discriminata e vessata, ma anche torturata.

Infine, ci piacerebbe molto sapere qualcosa di più riguardo al volume da lei curato, primo in Italia, dal titolo “Intersex: antologia multidisciplinare’’. Di che cosa si tratta?

“Intersex: antologia multidisciplinare” è il primo volume collettaneo in Italia che affronta il tema intersex attraverso diverse competenze e ambiti disciplinari. Le autrici e autori sono tutte persone che hanno portato avanti studi pionieristici sulla questione con un’attenzione ai diritti umani delle persone, a partire dagli articoli della biologa ed esperta di studi di genere Anne Fausto-Sterling, tradotti in Italiano per la prima volta proprio per questa pubblicazione. L’antologia è divisa in tre sezioni: si parte dalla crisi del modello binario di sesso nella biologia molecolare e nella genetica dello sviluppo contemporanee, che insieme a un approccio critico al sistema di sesso/genere ha favorito la nascita del movimento intersex, all’analisi della gestione medica delle variazioni nelle caratteristiche di sesso tra dato biologico e fatto sociale, per concludere con alcune riflessioni sugli aspetti giuridici legati all’esistenza delle persone intersex, guardando al diritto e ai diritti umani mancati. È un lavoro scientifico, ma allo stesso tempo veramente molto accessibile a tutte le persone che possono essere interessate al tema.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di Michela Balocchi
Leggi i commenti (1)
  • i due sessi esistono a volte molte volte coincidono con l’identità di genere a volte no, non sono assegnati alla nascita. l’intersessualità è una condizione innata che riguarda una minoranza numerica di persone non è sbagliato dirlo. le minoranze vanno rispettate, le persone intersex possono essere rispettate, si può lottare contro le operazioni chirurgiche non necessarie senza negare l’esistenza di sesso biologico femminile e sesso biologico maschile che esistono,

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