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“À La vie”: un documentario imperdibile sul post-partum

“À La vie”: un documentario imperdibile sul post-partum

In un documentario attivista e commovente intitolato “À La vie”, la regista e attrice Aude Pépin rende omaggio al lavoro di Chantal Birman, un’ostetrica libera professionista, e mostra il post-partum, periodo molto particolare, senza alcun filtro. Da non perdere.

La si vede trascinare la sua valigia ai piedi dei condomini della zona di Seine-Saint-Denis, a volte anche portandola a mano lungo scale infinite quando l’ascensore non funziona, e poi la si sente riprendere fiato e raccogliere le energie prima di affrontare le sue visite a domicilio: niente sembra poter fermare Chantal Birman, ostetrica libera professionista e femminista. A 71 anni, con più di 50 anni passati al servizio delle donne, è oggi l’eroina di un documentario attivista e toccante intitolato “À La vie”, della regista e attrice Aude Pépin.

Per un anno, la regista ha seguito Chantal Birman durante le sue visite post parto per catturare questo momento molto speciale. “Era necessario rivelare questa donna al grande pubblico, è un’icona”, dice Aude Pépin, “è una vera attivista che, nel corso della sua carriera, ha lavorato molto per aiutare altre donne. Sullo schermo, si percepisce immediatamente, dai suoi gesti, dalle sue parole e dalla sua capacità di capire in pochi secondi cosa potrà aiutare le sue pazienti, appena rientrate dal reparto di maternità, che spesso soffrono fisicamente e a volte psicologicamente.” Aude Pépin filma Chantal Birman con molta tenerezza e mostra anche un postpartum senza filtri, che vorremmo vedere più spesso al cinema. Intervista.

Cosa ti ha spinto a realizzare un documentario su Chantal Birman e sul postpartum?

Lavoravo come giornalista a La Maison des maternelles quando ho incontrato Chantal Birman nel 2017. Ho quindi scoperto una specie di alter ego del pensiero, era in grado di dire delle parole molto accurate in questo momento-tabù, offriva un’analisi molto fine di questo periodo di cui non si parlava mai all’epoca e che ricordava molto quello che io stessa avevo vissuto quando ho avuto il mio primo figlio. Aveva lavorato per 40 anni nel reparto maternità dell’ospedale di Les Lilas e continuava a praticare come ostetrica privata nel quartiere di Seine-Saint-Denis. Dalla sua esperienza, aveva tratto una filosofia molto avanzata del post-partum. Le ho chiesto di accompagnarla nelle visite a domicilio dalle donne che erano appena tornate dal reparto maternità. Mi incuriosiva sapere quale fosse il suo rapporto con loro, lei accettò e potei vedere che Chantal era come un’antropologa delle donne post-partum, riusciva a scandagliarle e a capire i loro problemi in meno di un minuto. L’idea di un film è venuta poi in modo naturale. Volevo catturare l’essenza di ciò che era il postpartum, questo momento in cui le donne brancolano nel buio che è in definitiva un’esperienza molto universale.

Quanto sono durate le riprese e come sono andate?

Ho seguito Chantal Birman per un anno e in tutto ci sono stati 26 giorni di riprese. L’ho filmata per alcuni giorni ogni mese, ero nell’ottica di realizzare un documentario d’autor* e non avevo il budget per seguirla ogni giorno. La mia ambizione non era quella di fare un documentario didattico, ma volevo catturare lo stato delle donne in quel momento, individuare le sensazioni così tipiche di quel periodo. È un momento di estrema intimità, le donne sono messe a nudo, a volte letteralmente, quindi era ovvio che non potevo andare nelle loro case accompagnata da una squadra tecnica composta da molte persone: mi sono circondata di due persone molto competenti, una per il suono e l’altra per l’immagine. Dovevamo adattarci a quello che succedeva e la regia doveva essere non intrusiva. Soprattutto, dovevamo evitare di distorcere il rapporto di Chantal con queste donne, dovevamo ballare intorno a loro e non inserirle nelle inquadrature, perché questo era congeniale per me da un punto di vista cinematografico.

È stato difficile convincere queste giovani madri ad accettare la presenza di una telecamera?

Avrei potuto contattare le donne che avrebbero partorito nella zona di competenza di Chantal Birman e convincerle a filmarle nelle loro case al rientro dal reparto maternità, ma sapevo che avrebbero mostrato delle dinamiche tipiche del periodo successivo al parto e che non era quello che avrebbero vissuto realmente. Quindi c’era un grande rischio che non accettassero. Ho deciso di lanciarmi. Nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, ci sono agenti della sicurezza sociale che vanno a trovare le donne dopo che hanno partorito per spiegare loro che hanno diritto alle visite a domicilio di un’ostetrica. Ho spiegato loro il mio approccio e sono stat* loro a fare il collegamento tra me e le donne. Se queste accettavano, le chiamavo, spiegavo loro che il periodo post-partum non era mai stato documentato, che poteva aiutare altre donne e che essere filmate in questo momento specifico era quasi un investimento politico. Alla fine, ha funzionato abbastanza bene.

Perché questo titolo, “À la vie” (Alla vita), che suona un po’ come un brindisi…?

Proprio così, è così che Chantal brinda durante i suoi incontri con altre ostetriche. Quando si dà alla luce un bambino, è per la vita ma anche per la morte. Ho pensato che fosse una buona rappresentazione del momento del parto e dei primi giorni dopo la nascita, quando tutto può cambiare. C’è un enorme potere portato dalla vita, ma anche una grande paura della morte, che è molto vicina. O quantomeno è così che mi sono sentita durante le mie gravidanze.

In Francia, durante la gravidanza, le donne sono seguite attentamente dal punto di vista medico, ma una volta che hanno partorito e lasciano il reparto maternità, sono abbandonate a se stesse. Chantal Birman sta cercando di riparare questa ingiustizia…

Esattamente! Mi sono resa conto che stavamo facendo le cose nel modo sbagliato, stavamo medicalizzando all’estremo un momento che non poteva essere più fisiologico di una gravidanza – tranne in certi casi -, dove le donne sono quasi strapazzate per nove mesi: ricordo che durante una delle mie gravidanze, avevo messo su tre chili in poco tempo e un ecografista mi aveva detto che era una cosa da “criminali”! E il giorno della nascita, il bambino è al centro dell’attenzione e la madre è totalmente esclusa. Con questo film, ho voluto compensare questo squilibrio. Ci sono Paesi, come i Paesi Bassi, che hanno un approccio molto diverso all’accompagnamento delle madri dopo il parto, e potremmo trarre ispirazione da loro. In Francia, passiamo il nostro tempo a tamponare le cose, Chantal cerca di compensare questo abbandono delle madri con le sue visite a domicilio, ma una visita 1h30 ogni tanto non è sufficiente!

Mostri un postpartum senza filtri, con situazioni a volte difficili, con donne che soffrono a livello psicologico e a livello fisico. Questo faceva parte del tuo progetto?

Assolutamente! Quando si partorisce, si hanno lividi sulla vulva, lacerazioni, cicatrici con graffette che possono essere lunghe 20 centimetri e le donne vengono lasciate rientrare a casa loro con un bambino sotto il braccio, è una cosa impensabile se ci si riflette bene. Volevo mostrare tutto ciò che la società vuole nascondere, donne che fuggono ovunque, che sono “liquide” come dice Chantal: il latte scorre dai loro seni, il sangue dal loro sesso e le donne piangono. In quel momento, sei sola con un corpo che non ti appartiene più. Quando tre anni fa ho pensato a questo documentario, nessuno parlava del periodo post-partum, e anche se oggi ne parliamo molto di più, la sofferenza psicologica resta ancora un tabù. Bisogna dire che creare un legame con il proprio figlio non è una cosa innata, che l’istinto materno non esiste. Il periodo post-partum è pieno di ambiguità e confusione emozionale, e non dobbiamo più raccontare una versione annacquata di ciò che è la maternità. Dopo un parto, c’è un insopportabile invito forzato ad essere felici, che è fasullo e causa gravi danni: il suicidio è la seconda causa di morte per le future o giovani madri in Francia. C’è un vero problema di salute pubblica nell’accompagnamento delle donne.

Qualche mese fa, Anna Roy, un’ostetrica, ha lanciato una petizione intitolata 1 donna = 1 ostetrica. Nel tuo film denunci anche questa mancanza di mezzi?

Oggi le donne sono in pericolo quando partoriscono in Francia. I reparti di maternità non riescono più ad assumere personale perché le ostetriche sono stufe di ricevere stipendi bassi per un lavoro in cui sono in gioco la vita e la morte. Moltə si rivolgono a liberə professionistə. Quando un’ostetrica fa partorire X donne contemporaneamente nel reparto maternità di un ospedale, è pericoloso e ci possono essere incidenti. Siamo in un sistema completamente perverso che mette le ostetriche in una condizione di abuso e loro finiscono per trasmetterlo alle madri perché non possono fare altrimenti.

Volevi che il film fosse proiettato al cinema…

Ho voluto fare un film cinematografico per due motivi: da un lato, volevo che le donne fossero viste sul grande schermo per 1 ora e 18 minuti, era un modo per dare loro potere. D’altra parte, volevo poter organizzare dei dibattiti dopo le anteprime perché penso che sia essenziale discutere di questi argomenti. Denunciare è importante, ma trovare soluzioni è ancora meglio.

Fonte
Magazine: Cheek – Les Inrocks
Articolo: “À La vie”: un documentaire engagé sur le post-partum à voir absolument
Scritto da: Julia Tissier
Data: 18 ottobre 2021
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Craig Pattenaude
Immagine in anteprima: rawpixels.com

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