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La lotta all’abilismo passa dal linguaggio: termini da non usare quando si parla di disabilità
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La lotta all’abilismo passa dal linguaggio: termini da non usare quando si parla di disabilità

Redazione
Articolo di Marina Cuollo e Sofia Righetti

Le parole sono importanti. Su questa affermazione poche persone avrebbero da obiettare.

Il linguaggio, in tutte le sue forme, ci permette di esprimere le nostre idee, di comunicare e dare informazioni. Del resto anche David Foster Wallace scriveva che “la lingua è stata inventata per servire certi scopi specifici”. Il linguaggio però non è una cosa statica, evolve in base alle esigenze della comunità che lo abita. Nel caso dei mass-media, se un certo linguaggio non si evolve (oppure se esclude il pensiero delle soggettività in causa) potrebbe non raggiunge più lo scopo originario – ovvero quello di informare correttamente.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale delle Persone con Disabilità, istituita nel 1992 dall’ONU per fare chiarezza sui temi legati alla disabilità e combattere ogni forma di discriminazione. Il linguaggio è uno dei modi per farlo. Esiste un motto ben conosciuto all’interno della comunità: Nothing about us without us, eppure spesso e volentieri i media raccontano le nostre storie senza consultarci o tenere conto del nostro punto di vista. Le persone con disabilità sono circa il 15% della popolazione mondiale (insomma, non proprio quattro gatti), pensare di parlare di noi senza considerarci lettori/lettrici o spettatori/spettatrici non è solo una mancanza di rispetto, ma contribuisce anche a creare un immaginario sbagliato sulle persone disabili e al perpetuare di comportamenti abilisti.

Chiunque abbia una disabilità sa bene che spesso la nostra vita è controllata da qualcun altro. Questo atteggiamento si riflette anche all’interno dei media, dove è frequente che persone non-disabili controllino le nostre narrazioni. È comune tra i giornalisti rivolgersi a genitori o medici come fonti primarie per le loro inchieste. Parenti, operatori e operatrici sanitari e persino persone estranee hanno più voce in capitolo di noi sulle nostre storie: questo è molto problematico perché si tratta dell’ennesimo modo per toglierci autorità e potere. Quando una storia viene sempre e soltanto raccontata attraverso uno sguardo esterno è facile perdere il focus, la disabilità così non è più solo un aspetto della vita ma diventa l’unico modo di identificarci.

La spettacolarizzazione delle persone con disabilità è una pratica molto diffusa nei media. Giornali e programmi televisivi amano raccontare le nostre vite attraverso il cosiddetto “inspiration porn”, espressione coniata dall’attivista Stella Young e che si riferisce a tutte quelle storie che sfruttano la disabilità come fonte d’ispirazione per le persone non-disabili. È presente anche una buona dose di pietismo intorno a questo modo di raccontare: il famoso “costretto in carrozzina” come incipit, che peraltro tende a una rappresentazione dannosa e negativa degli ausili, è un grande classico, così come “affetto da” o “vittima di”, che danno un’idea della disabilità come afflizione.

Allo stesso modo, quando si raccontano i traguardi professionali raggiunti da una persona disabile il giornalismo tende spesso a concentrarsi morbosamente su aspetti legati alla disabilità. Gran parte degli articoli sono dedicati al corpo, ai travagliati trascorsi ospedalieri, e a questioni che nulla hanno a che vedere con le capacità e il ruolo lavorativo della persona. Inoltre (proprio come avviene spesso con le donne), le testate hanno l’abitudine di riferirsi alle persone con disabilità omettendo il cognome dai titoli, usando solo il nome e infantilizzando la persona con termini quali “ragazzo” (talvolta unito a “speciale”, perché un po’ di inspiration porn non guasta mai). Si tratta ancora una volta di pratiche volte a sminuire e a togliere credibilità e autorevolezza.

Anche all’interno della cronaca le cose non cambiano molto: esiste un’assonanza nel modo in cui i media raccontano il femminicidio e la violenza verso le persone con disabilità. Vi è una sorta di giustificazione perenne del carnefice, concentrandosi sulle “circostanze tristi e difficili”, ignorando completamente le vittime (di cui si sa poco o nulla), che venendo oggettificate diventano automaticamente un peso e quindi causa scatenante del gesto. Il rispetto e la corretta informazione non sono solo una questione di  contenuti, passano anche attraverso la scelta delle parole da utilizzare.

Claudio Arrigoni, giornalista tra i massimi esperti di linguaggio corretto e inclusivo, ha scritto un articolo sul Corriere della Sera, punto fondamentale e ancora attuale per comprendere come parlare di disabilità senza offendere le persone e dandone la giusta percezione. Inoltre, insieme ad Antonio Giuseppe Malafarina, è stato tra i primi giornalisti a battersi per il giusto lessico attraverso workshop e seminari; a loro dobbiamo gran parte di ciò che abbiamo imparato.

Di seguito, una breve panoramica dei termini da NON utilizzare:

Handicappato/portatore di handicap

Queste due definizioni vengono dal modello medico-individualista dove la persona era vista come una tragedia vivente e l’handicap, ossia lo svantaggio, destino ineluttabile della persona con disabilità. Non a caso anche “svantaggiato” e “persona fragile” erano spesso utilizzati. Niente di più falso, vetusto e abilista; termini del genere non sono assolutamente tollerabili.

Invalido

Anche “invalido” deve essere abolito dal lessico: significa letteralmente “non-valido”, e nessuna persona dovrebbe mai essere identificata come non valida per le sue caratteristiche fisiche-intellettive-cognitive.

Diversamente abile

Diversamente abile (o diversabile) è un termine scorretto perché nasce sulla base di una norma accettata (in questo caso l’essere abile) e definisce le persone che si discostano (diversamente) da questa “norma” e dal sistema abile-normativo, senza considerarne l’essenza socio-politica e l’individualità propria. Nessuno si sognerebbe mai di definire qualcuno “diversamente etero”, “diversamente magro” o “diversamente bianco”.

Normodotato

“Normodotato”, così come “normoabile”, sono da evitare in quanto termini che si riferiscono sempre a qualcosa “di normale”, in contrapposizione alla persona disabile che non lo è. Ma le persone disabili sono normalissime e la necessità di normalizzazione della loro esistenza è fondamentale: per questo “normodotato” non può essere accettato. Esattamente come una persona non transgender viene chiamata cisgender (e non normal-gender), anche le persone che non hanno alcuna disabilità necessiterebbero di un termine neutro che le definisca senza presupporre una ipotizzata normalità. Purtroppo questo termine non è stato ancora coniato. È un gap lessicale che deve essere colmato al più presto. Nel frattempo, per tamponare questa mancanza viene usato non-disabile.

Disabile come sostantivo

Mai utilizzare disabile (e tutti i termini che indicano il tipo di disabilità: paraplegico, tetraplegico, cieco, sordo, amputato, ecc.) come sostantivo. In questo modo si confonde una caratteristica con la persona, riducendola unicamente alla sua disabilità. Utilizzereste “gay” “o “grasso” come sostantivo in una frase? La risposta ovvia è no (e se lo fate smettete immediatamente).

“Costretto sulla carrozzina” e “affetto da/vittima di”

Evitare assolutamente termini quali “costretto sulla carrozzina”, che rimandano a una concezione negativa della disabilità e degli ausili/tecnologie usati dalle persone per muoversi nel mondo, e la dicitura “affetto da/vittima di”. È fondamentale ricordarsi che la disabilità non affligge, non è negativa e la semantica deve essere sempre neutra (esempio: mai dire “affetto da sindrome di Down” ma “persona con sindrome di Down”).

Carrozzella 

I termini corretti sono carrozzina, sedia a ruote o sedia a rotelle. Mai usare carrozzella, che è lo strumento trainato dai cavalli.

Non vedente e sordomuto

Anche non vedente (o non udente) è scorretto, sarebbe come dire “non camminante”; il termine da utilizzare è cieco. Così come sordomuto è obsoleto e offensivo: la maggior parte delle persone sorde non ha alcun difetto dell’apparato vocale, sono solo impossibilitate ad apprendere il linguaggio vocale perché non ne conoscono il suono e non possono quindi riprodurlo con la voce, o perché non hanno ricevuto un’educazione adeguata per imparare a farlo (da evidenziare, infatti, che molte persone sorde parlano perfettamente la lingua vocale). La connessione tra sordità e mutismo non è affatto scontata.

Vedi anche

Rit**dato

“Rit*rdo mentale”, “rit**dato”, sono dispregiativi esattamente come “f*g” e “ni**er”: negli USA è stata indotta una battaglia, supportata dalle star di Glee e dal mondo dello sport, proprio per eliminare la famigerata r-word (questo il sito, con il motto Spread the word to end the word), paragonandola a termini denigratori legati all’orientamento sessuale e all’etnia. L’ex-Presidente americano Barack Obama ha firmato nel 2010 la “Law Rosa’s”, eliminando il termine “ritardo mentale” e varianti simili dalla politica statunitense su educazione e lavoro, sostituendoli con “disabilità intellettiva” e “persona con una disabilità intellettiva”. Tale sostituzione è presente anche nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

In linea generale, quindi, persone con disabilità (come scritto nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità) e persone disabili (se si vuole porre l’accento sul significato di minoranza oppressa) sono le uniche parole corrette da usare.

E qui la domanda sorge spontanea: qual è la differenza tra persone con disabilità e persone disabili, e quale termine sarebbe meglio usare?

Persone con disabilità

Persone con disabilità (people with disabilities) è definito come “person-first language”, in quanto pone prima la persona e poi come sua caratteristica la disabilità. È utilizzato dalle istituzioni (governative e non) e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ed è il termine da usare indicato dal National Center on Disability and Journalism.

È importante usare il “person-first language” perché per secoli le persone con disabilità sono state deumanizzate e identificate soltanto con la loro supposta patologia. La persona scompariva a favore di una raffigurazione alienante in cui l’individuo era ridotto solo alla sua disabilità, problema ancora molto presente nella narrazione mediatica. Per questo si raccomanda di utilizzare il person-first language, per rispettare l’umanità delle persone con disabilità.

Persone disabili

Persone disabili (disabled people) invece si riferisce al “identity-first language”, ed è utilizzato soprattutto da persone e da attivist* disabili per rivendicare il proprio stato politico di minoranza oppressa. Elizabeth Barnes scrive che, come non si dice “people with gayness” (persone con omosessualità), non si dovrebbe dire neanche “people with disabilities”: perché la disabilità è una parte dell’essere umano esattamente come il suo orientamento sessuale, la sua identità di genere, la sua etnia o la sua specie. Viene anche usato per rivendicare la parola “disabile”, spogliandola dai connotati negativi che la società le ha dato e mostrandola con orgoglio, proprio come una qualsiasi caratteristica della persona. Le persone autistiche usano l’identity-first language per la valorizzazione delle neuroatipicità, e si battono affiché non venga usato “persona con autismo” in quanto termine patologizzante, che distacca l’individuo da una caratteristica che gli è propria.

Vi è inoltre una differenza semantica tra l’inglese e l’italiano: in inglese “disabled people” si traduce con “persone disabilitate” e conduce direttamente al modello sociale che vede la persona disabilitata dalla società, e non per le sue caratteristiche fisiche/cognitive/intellettive.

Il dibattito è aperto ed entrambe le scelte hanno validissime motivazioni: chiedere alle persone come preferiscono essere chiamate è sempre la scelta preferibile. In linea generale, per i giornalisti e i mass media sarebbe maggiormente opportuno usare il person-first language, a meno che non ci sia una linea politica attivista mirata a sottolineare lo status di minoranza oppressa delle persone disabili, e in questo caso una nota per rendere pubblica la consapevolezza della scelta terminologica è consigliabile.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di Nathan AndersonElevateVlad Zaytsev, Tiago Felipe Ferreira e Zachary Kyra-Derksen su Unsplash

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