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Afrogameuses: combattere la misoginia e il razzismo nel mondo dei videogiochi

Afrogameuses: combattere la misoginia e il razzismo nel mondo dei videogiochi

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la fondatrice dell’associazione Afrogameuses, Jennifer Lufau, che ci ha parlato della “misogynoir” (la misoginia nei confronti in particolare delle donne nere, NdT), di rappresentazione e del funzionamento della sua associazione.

Puoi presentarti e presentare l’associazione? Come è nata quest’idea?

Mi chiamo Jennifer e ho 27 anni. Sono una consulente freelance di marketing digitale e dirigo l’associazione Afrogameuses. L’ho fondata a inizio ottobre 2020; prima era un account Instagram. Sono una gamer da quando ero piccola, e l’associazione nasce dalla mia esperienza: avevo notato una mancanza di rappresentazione di persone che mi assomigliano, nei videogiochi e nel mio ambiente. Mi sentivo come se fossi un’anomalia, perché non rientravo nella norma delle persone che giocano ai videogiochi. È così che mi sono sentita in quanto gamer. Non era però un aspetto che cercavo di nascondere, anzi, lo mettevo in mostra ed ero persino orgogliosa di giocare ai videogiochi, mi piaceva, era un hobby che mi consentiva di socializzare. Giocando ai videogiochi però ho anche sperimentato, purtroppo, comportamenti e commenti sessisti e razzisti. Ho vissuto la tossicità di questo mondo, le molestie. L’ho sperimentato anche in qualità di streamer [una persona che trasmette i propri videogiochi in diretta con commento]; lo faccio solo dal 2020, quindi è stato un altro nuovo universo che ho scoperto, poiché avevo sempre solo guardato altri streamer.

Ho anche un blog personale dove scrivo di cose che mi colpiscono. Mi sono resa conto che non avevo mai parlato del mondo del gaming, e quindi l’ho affrontato: il gaming è stato una parte importante della mia vita, soprattutto nella mia adolescenza e durante i miei studi. Ho scritto documenti e dissertazioni sui videogiochi, in particolare sui contributi dei videogiochi, i serious games [giochi che combinano una dimensione “seria”, come l’educazione, con una dimensione ludica]. Sul mio blog, ho deciso di parlare del gaming e di questioni riguardanti la rappresentazione. Anziché parlare della mia esperienza personale, ho pensato di cercare altre persone, per vedere se avevamo vissuto esperienze simili, e ho intervistato quattro donne: in Madagascar, negli Stati Uniti, nei Paesi Bassi e in Canada. È così che abbiamo scoperto di avere esperienze simili ed è così che ho deciso di creare l’account Instagram, che, all’inizio, era davvero finalizzato a incontrare altre donne nere che giocano ai videogiochi. Molto rapidamente, con molti scambi e osservazioni, mi sono detta che era necessario agire e aumentare la consapevolezza, soprattutto per quanto riguarda la tossicità esistente in questo mondo. È così che è nata l’associazione.

L’associazione è nata dalla constatazione di una mancanza di rappresentazione nel mondo dei videogiochi e di una certa tossicità (razzismo, sessismo…). Puoi definire il termine “misogynoir” e dirci come si manifesta nel mondo dei videogiochi?

Per me, è una doppia penalizzazione che non si applica solo ai videogiochi: è il concetto secondo il quale le donne nere, e afrodiscendenti in generale, si trovano ad affrontare fenomeni sociologici come il razzismo per il fatto di essere nere e perché sono donne. È un accumulo, una doppia conseguenza, una doppia visione che la gente può avere non solo delle donne, ma anche delle persone nere.

A volte si sente dire che non esiste il razzismo nell’industria dei videogiochi per la semplice ragione che non ci si vede tra giocatorə. In effetti, è un’idiozia! Giocare ai videogiochi è anche un modo per socializzare. Non c’è bisogno di mostrare la tua faccia perché la gente scopra qualcosa di più su di te. Le persone possono capirlo anche solo leggendo il tuo nome, se hai un nome femminile per esempio, o se interpreti un personaggio femminile. Queste cose ricordano aə altrə giocatorə che sei una donna, e a volte vieni screditata per questo. Esiste uno stereotipo secondo cui una donna che gioca ai videogiochi sta cercando di guadagnarci qualcosa. Non è lì per giocare, è lì per approfittare di un’opportunità, per trovare ragazzi, per fare esperienza o per ottenere un livello migliore quando è qualcun altro a giocare per lei. Si attribuiscono alle donne intenzioni false. Quando non è così, può trattarsi di commenti ipersessualizzanti o di richieste sui social network: “Dammi il tuo account snapchat così posso vedere la tua faccia, sono sicuro che sei brutta dietro il PC”… E ancora, i toni non sono particolarmente accesi. In ogni caso, si tratta di molestie online.

Per quanto riguarda il razzismo, la situazione è più o meno la stessa. Gli pseudonimi e gli avatar sono un segnale d’allarme. Quando si tratta di un personaggio nero e femminile, la gente si prende la libertà di usare insulti razzisti. Questi abusi esistono, ma purtroppo non se ne parla, e questo è ciò che Afrogameuses sta cercando di fare.

Questa misoginia esiste anche nel mondo dello streaming, nell’intero ecosistema dei videogiochi. Solo il 14% delle donne lavora nell’industria dei videogiochi. È un ambiente prevalentemente bianco, maschile ed eterosessuale. I giochi che le persone sviluppano riflettono la loro mentalità, che è dominata dalla bianchezza e dalla misoginia. Se il settore fosse più diversificato, ciò arricchirebbe i giochi; ci sono studi che dimostrano che più i team sono diversificati, più successo hanno i giochi.

C’è anche la questione della rappresentazione dei personaggi stessi; nei videogiochi, ci sono pochi personaggi neri, della comunità LGBTQIA, o con disabilità… Dobbiamo mettere questi temi di nuovo al centro dell’attenzione e fare in modo che l’ecosistema dei videogiochi, compresi gli e-sport [giocare un videogioco da soli o in una squadra], possa dare opportunità a tuttə.

La questione della rappresentazione è duplice: ci sono le persone che giocano, ma anche i personaggi dei videogiochi.

Sì, è così. Ci sono ə giocatorə, i personaggi, i mondi, i team di produzione, tutte le persone che creano i videogiochi… È un intero ecosistema. Un esempio solo non è sufficiente, è qualcosa che riguarda tutto il settore. Possiamo anche pensare agli scandali che stanno scuotendo il mondo dei videogiochi da diversi anni con il Gamergate [polemica del 2014 nel mondo dei videogiochi; si trattava di una campagna di molestie che ha messo in evidenza i problemi di sessismo in questo ambiente], il #MeToo che sta toccando anche questi ambienti… Ci sono professionistə che stanno parlando e denunciando questi comportamenti. Però non si fa nulla al riguardo, e quindi c’è un problema, poiché nessuno vuole affrontare queste questioni.

Quando ci sono eroine nere, è una conquista; ci sono parecchi studios che, appena propongono un personaggio principale femminile nero, si vedono rifiutare i finanziamenti, per la sola ragione che non corrisponde al pubblico di riferimento, che, per queste istituzioni, è costituito da uomini bianchi. È come dire che le donne nere non giocano ai videogiochi, non meritano di essere il personaggio principale, è completamente assurdo. Afrogameuses esiste per mostrare che ci siamo.

L’altro problema della rappresentazione è che le donne nere nei videogiochi sono o il personaggio secondario, un po’ come nei film dove il personaggio nero è il migliore amico, super figo, super festoso ma non aggiunge molto alla storia, o la sacerdotessa che aiuta il personaggio principale, o una donna piuttosto tosta e potente che spacca tutto. È bello avere un personaggio che spacca tutto, ma è uno schema che si ripete troppo spesso, come per suggerire che è tutto ciò che questi personaggi possono fare; non hanno sentimenti, è disumanizzante. Questi personaggi non hanno mai una relazione romantica nei videogiochi. Ci sono eccezioni, per fortuna; per esempio il gioco “Broken Age” include una ragazza nera. Spesso bisogna ricorrere a giochi indipendenti per trovare questa diversità. Per quanto riguarda i grandi blockbuster, penso che sia troppo rischioso. Nonostante questo, fortunatamente, alcuni studi hanno team multiculturali e fanno questi sforzi. Penso in particolare a Ubisoft, che ha personaggi che sono il più inclusivi possibile; solo nel franchise di Assassin’s Creed, vediamo personaggi principali che cambiano, hanno origini diverse. C’era persino una donna nera per Assassin’s Creed III: Liberation. ə giocatorə erano molto arrabbiatə e dicevano che non era rappresentativo, che non era realistico, come se una donna nera in quel periodo non esistesse… Il rifiuto non viene solo da persone razziste, sono pregiudizi inconsci che esistono in persone che non se ne rendono conto.

C’è anche molta ipersessualizzazione. I personaggi femminili sono ritratti in modo eccessivamente svestito, al fine di riflettere gli stereotipi maschili: sono creati per attrarre visivamente l’uomo. Quando non sono ipersessualizzati, sono disegnati in modo sciatto. Nei videogiochi, si suppone che siamo in grado di disegnare tutto, di progettare tutto, di fare cose che vengono dalla nostra immaginazione, ma quando si tratta di rappresentare la realtà, non siamo così bravi… Penso che il problema sia che i team che producono questi giochi non sono abbastanza diversificati, di nuovo.

Queste sono tutte cose che Afrogameuses vuole affrontare. Non è possibile ancora al nostro livello, ma se possiamo rendere gli studios consapevoli di questi problemi, sarà già un grande passo avanti.

Mi sembra di aver letto che Afrogameuses organizza incontri online non misti. Puoi dirci di più su questo?

Organizziamo discussioni su Discord con i membri della comunità. Infatti, l’associazione è aperta a tuttə. Ma sentiamo che dovremmo offrire ai membri uno spazio sicuro, dove sanno che non dovranno giustificarsi, dove sarà solo uno spazio tra donne, tra donne nere, perché conosciamo l’esperienza delle altre, forse abbiamo vissuto le stesse cose. Quando ci sono testimonianze di qualcuna che è stata molestata o che ha ricevuto un messaggio sgradevole, sono cose di cui si parla perché sappiamo che la persona che abbiamo di fronte capisce. Questo è uno spazio riservato alle Afrogamers, ma tutto il resto del server è aperto a tutti i membri. Abbiamo serate di gioco in cui ci mescoliamo, tuttə quellə che vogliono giocare vengono. Discord è anche uno spazio per professionistə, in modo che possano portare la loro esperienza. Facciamo delle masterclass su Twitch dove deə professionistə parlano del loro lavoro, queste masterclass sono accessibili a tuttə.

Hai qualche consiglio per le giovani ragazze o donne nere che vogliono entrare nel mondo dei videogiochi, dello streaming, aprire un canale Twitch…?

C’è il desiderio di coinvolgere più ragazze, ma anche ragazzi provenienti da minoranze, nei videogiochi, ma soprattutto nello streaming. Pensiamo che sia molto importante avere dei modelli di riferimento. Abbiamo proposto delle streamer nere, abbiamo una rete di circa trenta streamer donne oggi. Tutte le persone che ci seguono sulle reti le conoscono. È un modo per creare opportunità per queste donne, perché l’invisibilità non porta nulla di concreto. Questo è ciò che ha reso possibile la partecipazione di diverse streamer agli eventi. Per esempio, nel 2020, abbiamo fatto delle maratone di streaming per beneficenza. Ci sono membri della comunità Afrogame che hanno partecipato a un evento con me con la rivista madmoiZelle, abbiamo parlato di come lanciarsi su Twitch. Ci sono anche donne Afrogamers che hanno partecipato a conferenze online sui videogiochi. È un modo per metterli in luce. Allora unisciti a noi, vieni da Afrogameuses! Siamo una rete di supporto, non abbiamo tutte le risposte, ma stiamo iniziando pian pianino e ci stiamo evolvendo. Stiamo creando il nostro sito web per dare consigli, siamo impegnate a scrivere articoli sullo streaming. Comincia a controllare queste risorse e poi unisciti a queste comunità, i migliori consigli vengono da altrə streamer.

Oltre alla creazione del sito web, ci sono altri progetti per il 2021?

Abbiamo lanciato partnership con studi e associazioni. Con due ricercatori, stiamo anche lavorando a un progetto di studio, che ci permetterebbe di analizzare e capire meglio la tossicità nei videogiochi, soprattutto quando è diretta verso persone appartenenti a minoranze: persone non bianche, persone con disabilità, persone della comunità LGBTQIA+. L’obiettivo è quello di sensibilizzare il pubblico su questi temi, di aumentare la consapevolezza e di rendere gli operatori del settore più responsabili. Darà loro delle cifre per quantificare gli atti e mostrerà loro anche che il pubblico non bianco, le minoranze, sono obiettivi del loro mercato. Cercheremo anche finanziamenti da istituzioni e partnership con entità che speriamo ci sostengano in questo progetto.

Fonte
Magazine: Les Ourses à plumes
Articolo: AFROGAMEUSES : LUTTER CONTRE LA MISOGYNOIR DANS LE MONDE DU JEU VIDÉO
Scritto da: Clara Joubert
Data: 20 dicembre 2021
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Igor Karimov su Unsplash
Immagine in anteprima: afrogameuses

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