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As we come marching, marching: il valore della protesta

Quando le donne richiedevano a gran voce il diritto al voto nell’Inghilterra del XIX secolo, lo facevano scendendo nelle strade, con i loro cartelli “Votes for Women” in mano. Negli anni Sessanta gli afroamericani che lottavano per il riconoscimento dei loro diritti civili marciavano, a Selma, a Washington, scendendo in piazza per chiedere la fine della segregazione razziale. Pochi anni dopo, la stessa cosa succedeva per protestare contro la guerra in Vietnam e per chiedere che gli Stati Uniti si ritirassero subito. Le proteste di piazza sono state alcune delle protagoniste delle Primavere arabe e del movimento d’indipendenza indiano. Le vediamo ancora oggi a Hong Kong, nei Pride (che sono diventati colorati e festaioli ma restano, nella loro anima più profonda e autentica, delle proteste), nei “Fridays for Future”.

È proprio dalla mia esperienza dei “Fridays for Future” che nasce questa riflessione. Dopo il terzo sciopero globale del 27 settembre, mi sono ritrovata a parlare della marcia un po’ con tutta la mia famiglia e la conversazione si è trasformata abbastanza presto in una discussione, con mia grande sorpresa. Una discussione che girava attorno al fatto che la marcia fosse stata abbastanza inutile, una facile scusa per saltare la scuola, un vero disagio per chi doveva andare a lavorare in centro e quindi non poteva parcheggiare al suo solito posto, e che alla fine tutto questo protestare servisse proprio a poco, che non è così che si risolve il problema dell’inquinamento.

Questa discussione mi ha effettivamente fatto riflettere molto sul valore delle proteste di piazza. Mi sono chiesta se servono davvero, che utilità abbiano, se è solo un modo per fare foto a cartelli intelligenti e spiritosi, se è la soluzione per pulirci collettivamente la coscienza e crederci cittadini coscienziosi ma in realtà stiamo solo sprecando una mattinata. Ho chiesto anche in giro la stessa cosa, giusto per farmi un’idea che andasse al di là di me sola. Poi ho sfogliato un libro di storia e mi sono resa conto che le proteste di piazza attraversano tutta l’epoca moderna e contemporanea, non solo negli esempi citati a inizio articolo, ma in moltissimi altri casi. Mi sono resa conto che l’atteggiamento del “tanto non cambia niente” non è positivo né uno a cui dare retta: cosa che già sapevo, ma che sottolineare e riscoprire non fa mai male. E quindi parliamo delle proteste di piazza e del loro insindacabile valore.

Le proteste servono al popolo per far sentire la propria voce su un problema, per evidenziare quel problema e urlarlo con un megafono al resto della cittadinanza, del mondo, e ovviamente alla classe politica. Alla fine è lì che bisogna andare a parare, perché una piazza inevitabilmente funziona per slogan, per concetti incisivi e lampanti. E sono proprio quegli slogan che dovrebbero attirare l’attenzione di governanti e politici vari, i quali a loro volta dovrebbero prendere atto del problema e cominciare a lavorare per risolverlo. Questo vuol dire che una piazza non può proporre soluzioni? No, ma a questo punto ci arriveremo giusto qualche riga più in giù.

Il valore della piazza è di creare coscienza di massa, anche solo grazie ai numeri: se cinquantamila persone sfilano nel centro città e altrettante fanno la stessa cosa in più di un centinaio di altre località italiane, allora chi è rimasto a casa se la farà venire almeno un po’ di curiosità. Da lì si genera informazione e forse ispirazione, ed è probabile che alla prossima manifestazione ci saranno ancora più partecipanti. O magari no, ma può succedere che, pur restando a casa, molte più persone prenderanno coscienza di un dato problema e agiranno di conseguenza: con piccoli cambiamenti nel proprio stile di vita o esercitando il proprio diritto di voto.

Quello che è certo è che stando fermi e con le mani in mano non si cambia proprio un bel niente. È inutile, io credo, nascondersi dietro alle scuse come “è solo un insieme di slogan”, “sono pecore che non capiscono e seguono la massa”, “sì ma poi che fanno nella vita reale per realizzare quei cambiamenti che chiedono”, perché a sentirle ritorna in mente Fabrizio De André che canta “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti” in “Canzone del maggio”.

Come se:

a) Tutte le dieci, venti, trentamila persone che scendono in piazza per le più svariate cause fossero pecore senza cervello che seguono il gregge, incapaci di leggere e documentarsi su un problema che è vero e reale e che sta loro a cuore
b) I detrattori delle marce e proteste sapessero benissimo come si svolge la vita privata di ogni partecipante a suddette marce e proteste.

Alla fine, se si crede nella democrazia e nel diritto del popolo di esprimere la propria opinione, allora non ci si può lamentare se poi il popolo fa esattamente questo: si solleva per far sentire la sua voce. E se si crede davvero in qualcosa, la protesta fa il giro e da diritto diventa dovere. Qui, però, attenzione: siamo d’accordo, spero, nel dire che una cosa è scendere in piazza per chiedere ad esempio delle politiche ambientali migliori che ci evitino di sprofondare nel disastro climatico, un’altra è manifestare per togliere dei diritti fondamentali a una parte della popolazione (penso, per esempio, alle Sentinelle in piedi). Qui rientra in gioco il buon vecchio paradosso della tolleranza del filosofo Karl Popper, assieme alla nozione che ormai dovrebbe essere assodata per cui il tuo gusto di gelato preferito è un’opinione, mentre i diritti umani non lo sono.

Certo, la protesta da sola, il singolo giorno del corteo, non basta. È un diritto e un dovere, ma da sola cade un po’ nel vuoto e non ha nessun effetto benefico duraturo: la protesta deve continuare in un costante studio approfondito del problema e delle sue ramificazioni, in un lavoro politico, nel voto. Ci vogliono degli approcci pragmatici alle soluzioni, che comincino in piccolo (i cambiamenti nella vita di tutti i giorni dei singoli individui, per esempio) e proseguano in grande. Protestare non basta, se non si continua a lavorare con coerenza al problema anche nei giorni prima e dopo il corteo.

La Harvard Business Review definisce le proteste di piazza come “groundwork of change”, “le fondamenta del cambiamento”, e propone cinque punti fondamentali riguardo quello che dovrebbero fare i movimenti di protesta per assicurarsi dei risultati effettivi al di là dello scendere in piazza. Ci vuole un obiettivo chiaro e tangibile, attorno al quale si possa costruire una strategia diretta e realistica; bisogna analizzare i possibili alleati, capire chi potrebbe dare supporto e chi invece probabilmente si opporrà; allo stesso modo, è utile identificare fin da subito chi ha effettivamente il potere di implementare il cambiamento che si cerca; la protesta e il movimento vanno portati avanti cercando di attirare il maggior numero di persone possibile con la speranza piuttosto che con la rabbia, in maniera costruttiva invece che distruttiva; e infine, ci vuole un piano per il futuro, in modo che dopo la vittoria non si ricada nello stesso schema ma si cambi effettivamente il comportamento contro il quale si è fatta la protesta.

Se prendiamo ad esempio i movimenti dei Fridays for Future, scendere in piazza il venerdì è solo il primo passo. Assieme al corteo ci deve essere anche un continuo ma costante cambiamento nella vita di tutti i giorni: eliminare quanta più plastica monouso possibile, scegliere la bicicletta invece della macchina, mangiare meno carne, comprare meno fast fashion. Bisogna parlare del problema con chiunque, dagli obiettivi del movimento alle soluzioni sia personali che politiche, in modo da generare attenzione e consapevolezza. Il cartellone in piazza il venerdì è, appunto, un passo.

Classificarlo però come inutile non solo è sbagliato e poco rispettoso, ma anche dannoso: si crea un circolo vizioso di “tanto non serve a niente” e “non è così che si cambiano le cose” che alla fine non genera nient’altro se non un pantano immutabile nel quale rischiamo di sprofondare tutti. Il valore della protesta di piazza, con i suoi slogan e il suo rumore, è insindacabile. Sarà anche solo un passo, ma è un primo passo importante e fondamentale, soprattutto se fatto assieme a migliaia e migliaia di altre persone. Ci si arrabbia quando si scende in strada, è vero, ma nell’aria di un corteo si respira anche speranza, l’idea che “guarda quante persone siamo, questo numero deve pur valere qualcosa” e, come dice Jyn Erso in “Rogue One”, “Rebellions are built on hope”.

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