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Autenticità, punk hardcore e istanti di vita: l’intervista ai DiscoMostro

Autenticità, punk hardcore e istanti di vita: l’intervista ai DiscoMostro

Siamo tuttə mostrə e siamo tuttə i mostri di qualcunə, semplicemente essere umani imperfetti, multiformi, sfaccettati, anche attorcigliati.

Fotografie di come siamo, visti da molto vicino, con le insicurezze, le stranezze, le contraddizioni, il malessere che ci fa sprofondare, la paura e i punti interrogativi conficcati in testa, le scattano i DiscoMostro, una miscela esplosiva di rock’n’roll e punk hardcore accompagnata da pungenti, metaforici e spigolosi testi, iperpersonali, dal retrogusto di rabbia, sarcasmo e nichilismo che immortalano istanti di vita e sentimenti, rileggendo le difficoltà in spinte per reagire. Senza fiocchi, nel modo più crudo e quasi fastidiosamente diretto possibile.

Nati da un’idea di Carlame, già Skruigners, Laforcah, Tommi e gli Onesti Cittadini, rimessosi in gioco nelle vesti di cantante con Ilmorla (chitarra), Manuel (batteria) e Andy (basso), i DiscoMostro hanno pubblicato lo scorso gennaio per Professional Punkers il loro terzo disco, Mostropatia, che chiude una trilogia iniziata nel 2016 con Mostrofonia e proseguita nel 2018 con Mostroscopia, sulla sopravvivenza in cui ogni mostro della società si può rispecchiare, e a cui è seguito un tour di venti date che li ha portati a suonare in tutta Italia, con il loro live serratissimi e trascinanti.

Di mostri, autenticità, accettazione e normalizzazione abbiamo parlato con Carlame durante quello che per la band è un breve periodo di pausa dai palchi.

Un film, un libro e il titolo di un disco in cui poter ritrovare la vostra anima come band?
Il film è “Monster” con Charlize Theron: narra di Aileen Wuornos, una serialkiller, lesbica, donna disturbata che ha ucciso diverse persone e che fa trasparire come dietro alle sue azioni ci sia una storia personale, sofferenze, che come spesso accade possono creare mostri. È una pellicola che mi ha appassionato molto al punto che ad Aileen ho dedicato una canzone. Come libro ti direi “Tranny”: non riuscivo a smettere di leggerlo! E per quanto riguarda la musica, lo spirito dei DiscoMostro lo si ritrova nei Nerorgasmo, band di Torino collocabile temporalmente tra gli Ottanta e i Novanta, nei cui brani traspare un nichilismo estremo, cupo, che ci rappresenta assolutamente.

Dopo due anni di lockdown alternati, sogni e progetti tenuti al guinzaglio c’è – in parte – nell’aria un sentimento diffuso di spensieratezza must have, doversela godere tutta, buttarsi a pesce in ciò che non si è potuto fare per un po’ di tempo come si faceva prima.
“Mostropatia”, il vostro terzo disco uscito all’inizio di gennaio è tutt’altro che un inno alla gioia ma una risoluta presa di coscienza di un male di vivere comune e della necessità di affrontarlo: tra i brani del disco, quale incarna maggiormente il nero, il buio, e quello che rappresenta la voglia di non lasciarsi risucchiare?
Quello a cui puntavamo, il concetto che si cela dietro al disco, è che l’insieme dei pezzi desse un’idea di buio assoluto, vortice totale, sofferenza, sensazioni che però si trasformano in una spinta, un malessere generalizzato che diventa scintilla e spinge a cambiare. “Treno” è il brano che rappresenta il buio assoluto, “Stuzzicadenti” la via di mezzo, “Perfetto è quello che chiude l’album con a suo modo un messaggio positivo: non avere paura, vai avanti, spingi, cambia, modifica, cresci.

Tra tutte quelle più o meno immaginabili dovute ai due anni trascorsi, qual è stata la difficoltà principale che avete dovuto fronteggiare durante la realizzazione dell’album proprio in questo periodo? C’è stato invece un lato positivo della faccenda che ha influito in qualche modo in maniera costruttiva nelle dinamiche della band, nel rapporto tra voi?
Sicuramente la difficoltà maggiore è stata quella degli spostamenti, il nostro batterista vive in Piemonte e quando non ci si poteva muovere tra le regioni le limitazioni in vigore hanno reso davvero complicato poterci trovare, arrangiare i pezzi. C’era poi quella sensazione di insicurezza totale che si parava continuamente davanti: non si sapeva cosa sarebbe successo da una settimana all’altra o da un mese all’altro, e noi dovevamo far uscire un disco, ma al contempo non volevo pubblicare un album che non avremmo mai suonato dal vivo…

Di lati positivi credo ce ne siano stati molto pochi, è stato un momento super stressante e impegnativo ma avevamo voglia di arrivare a un risultato, carichi dai dischi precedenti e dai tanti concerti: ci mandavamo demo registrate ognuno da casa propria ed eravamo focalizzati su superare le difficoltà che stavamo vivendo, uscirne in modo soddisfacente. Quindi, se proprio vogliamo trovare un lato positivo che è emerso, è sicuramente lo spirito di collaborazione ad abbattere gli ostacoli insieme.

“Mostropatia” fa parte di una trilogia iniziata nel 2016: qual è – se c’è – il filo conduttore dei tre dischi? In cosa invece in questi sei anni siete cambiati – o come semplicemente vi siete evoluti – in termini di scrittura e arrangiamenti?
Il filo conduttore è quello dei mostri ma in realtà il vero filo conduttore è la sincerità, l’abbiamo messa al primo posto, tra le nostre priorità, per essere in grado di trattare di temi complicati, scomodi: noi parliamo del male di vivere visto sotto vari aspetti, di tutte quelle emozioni che vengono viste come negative quali sono la rabbia, la depressione, l’ansia. Tutte queste situazioni dell’animo possono essere fonte di ispirazione se sviluppate con la massima autenticità, ed essendo emozioni così profonde, viscerali, possono permettere di toccare le persone da vicino, ma per farlo bisogna essere veri. Parlando di scrittura e arrangiamenti, del primo disco mi sono occupato di tutto io, dai testi alle musiche: ho preparato demo con le canzoni mandandole agli altri e poi li siamo andati a registrare così come mi erano usciti di getto. Il secondo album è stata una produzione via di mezzo, mentre il terzo è nato da una vera collaborazione in cui ognuno ha messo il suo, la sua personalità: non è stato facile conciliare quattro teste con gusti, approcci e attitudini differenti, ma ha dato i suoi risultati e si sente la differenza rispetto agli altri lavori, si sente che ci sono cose che da solo non sarei riuscito a mettere, abbiamo fatto dei passi avanti.

Potendo scegliere solo una canzone per ogni disco come a rappresentarlo, quali selezioneresti?
Per il primo sceglierei “Gennaio“, per il secondo “Ciao“, per il terzo sono indeciso se optare per “Stuzzicadenti” o “Troppo”: incarnano quelle atmosfere di quel disco per i testi, i suoni e le emozioni che tirano fuori.

Tra i brani del nuovo album c’è “Gelato” che in maniera estremamente diretta e senza mezzi termini affronta il tema della libertà di amare chi si vuole. Fluidità, inclusione, emancipazione e libero arbitrio sono argomenti di cui si parla sempre più spesso: è un’impressione o se ne parla sempre molto spesso con la sordina attaccata? Ma soprattutto, in un’epoca in cui l’attivismo e l’impegno sociale/civile sono di gran moda, nel panorama musicale c’è davvero spazio per affrontare queste tematiche in modo trasparente, realistico, sincero, come dicevi prima?
Il modo in cui abbiamo cercato di trattare l’argomento è esplicitamente volgare per non apporre quella sordina di cui parli: averlo fatto utilizzando certi termini e un certo modo, è una scelta, un po’ stilistica perché è il nostro modo di esprimerci, un po’ legata al genere che facciamo, il punk hardcore, per il quale il messaggio deve essere forte, chiaro e possibilmente disturbante, e un po’ come atto politico. Non ho mai amato chi tocca le cose con le pinze e non l’ho mai fatto, per questo essere espliciti al punto di disturbare mi sembrava fosse il modo perfetto per toccare il tema. Lo avevamo fatto in altri pezzi in passato anche se diversamente: si trattava infatti di più l’aspetto emotivo ma con la giusta dose di volgarità. In “Gelato” invece il discorso si è ampliato ed è diventato più forte il come lo abbiamo affrontato, per nostra scelta.

Personalmente cerco di mettere nelle canzoni cose di cui ho impellenza di parlare, di solito sono sensazioni, emozioni, ciò che mi fa star male o su cui ragiono. Per me questo argomento non è un tabù e non ho avuto paura a trattarlo, anzi mi è venuto in modo abbastanza fluido, e ci tenevo a farlo, la scintilla da cui è partito tutto è stata pensare al fatto che il brano potesse essere ascoltato da qualcuno che invece ha ancora paura di esprimersi, di ammettere a se stesso i propri desideri e la persona che è. Se sentirmi cantare in modo sboccato, disinibito, può essere d’aiuto per esempio a un ragazzino, se può spronarlo a fargli fare un passo avanti anche solo nel rapporto con se stesso per me è una cosa buona: da piccolo avrei apprezzato una cosa del genere.

…è una via rara nel panorama attuale…
Nel nostro piccolo della scena punk hardcore questo argomento è accettato da sempre in quanto contro discriminazioni e a favore dell’inclusione ma non è ancora normalizzato. Viene vista come la cosa un po’ strana, diversa, che suscita pettegolezzo, l’occhiatina e secondo me l’obiettivo è non renderlo accettato ma normale: nel momento in cui non susciti curiosità, raggiungi l’obiettivo.

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Ecco, mi anticipi la prossima domanda. Tutti e quattro siete inseriti nel circuito musicale da davvero tanti anni (20!?), peraltro in un ambito, quello del punk hardcore in cui la componente maschile oltre che machista è da sempre fortemente predominante: come siamo messi a discriminazioni e a diversity&inclusion? C’è spazio, considerazione e rispetto davvero per tuttə, con le loro sfaccettature?
Teoricamente c’è lo spazio per tuttə, e la regola vuole che così sia, ma nella testa delle persone non è ancora realmente così, ma non perché ci sia odio o repulsione ma perché viene vista come la cosa stramba: non c’è negatività ma curiosità, pettegolezzo, ma saremo tuttə uguali e inclusə solo quando ci sarà finché non si arriva davanti a questi temi al chissenefrega non mi interessa.

A distanza di sei anni dal primo disco e da una lunga serie di live, facendo un bilancio, quali sono gli aspetti che di voi, da chi vi ascolta più che dai vari addetti ai lavori, sono arrivati come desiderate?
No, direi che siamo arrivati come volevamo arrivare. Proprio recentemente durante un’intervista mi hanno fatto notare questa cosa: quello che arriva di noi è la sincerità, ciò che voglio mettere davanti a tutto, e che in questo gruppo significa mettersi a nudo, sia per quanto riguarda l’aspetto personale visti i testi che scrivo, ma anche per quello che riguarda la dimensione live. Noi ci siamo sempre proposti per quello che siamo, con difetti, brutture, con me che sono stonato… Non sono un bravo cantante né voglio far finta di fare il macho o quello che sa cantare, mi piace non fingere, mandare avanti il mio messaggio, non voglio essere né meglio né peggio di qualcun altro. Nella musica come nella vita se sei te stesso al 100%, sei unico, vero, genuino, sei riconoscibile perché sei tu: con i DiscoMostro da questo punto di vista mi sembra sia arrivata questa cosa, ed è la più importante di tutte.

Come band, qual è il punto che come quando vi siete incontrati vi lega insieme più di ogni altro?
Il nostro collante è la mostritudine: abbiamo creato una personalità che rappresenta il gruppo nonostante abbiamo quattro caratteri diversi ma tutti ma che ci rende simili. Io non c’entro niente con gli altri e loro non c’entrano con me, ma tutti abbiamo quel modo lì di essere e di scherzare, che ovviamente abbiamo sviluppato nel tempo, suonando, stando insieme, vivendoci, dando vita a questa creatura.

Angoscia, fallimento, inadeguatezza, sconforto, rabbia: nei tuoi testi non manca alcuna sensazione in cui l’ascoltatore non si possa ritrovare e sì, rincuorare di non essere solə a sentirsi in un certo modo. Quali sono invece i brani, altrui, coperta di linus, in cui ti avvolgi tu?
Ho ascolti super vari, dalla classica al punk, spazio molto e fino a un po’ di tempo fa mi sbranavo tutti gli album che mi passavano sotto orecchio, andavo a cercare musica nuova. Nel tempo sono diventato pigro e son tornato un po’ a quello che ascoltavo agli inizi: oltre al punk hardcore, se devo dirti da cosa mi piace farmi avvolgere, vado a pescare tra robe che ho ascoltato così tante volte che trovo rilassanti, avvolgenti, come Placebo, David Bowie, Radiohead, Cure, Smiths, Horrors.

Cosa direbbe il Carlo quarantenne di oggi al Carlo diciottenne di ieri che si sente un reietto incastrato in un groviglio?
Gli direi un sacco di cose tra cui prima di tutto Vai bene così, Non avere paura di pretendere di più, Non rinchiudere i tuoi sentimenti solo dentro le canzoni – cosa che ho fatto per tantissimi anni –, Prenditi ciò che è tuo e non regalare niente a nessuno, Possibilmente fai il culo a tuttə.

E mi piacerebbe dirgli anche Non sei solo.

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