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Berlino, the queerest city ever
Dark Light

Berlino, the queerest city ever

Redazione
Articolo di Giulia Sosio

Berlino è “hype”. In and out, dentro e fuori, graffiti e muri bianchi, cafè fetish e librerie piene di muffa buona, vecchietti turchi che odorano di incenso e bimbe bionde che vanno alle elementari prendendo l’ubahn alle sette di mattina, birra che costa come un pacchetto di gomme e etichette di bibite dai nomi assurdi che più sono minimal più la soda è elaborata.

È una città estranea agli schemi tedeschi, ancora più estranea a quelli europei, che vive da decenni di regole e di ritmi tutti suoi: hanno da poco annunciato la chiusura dei club alle 3 del mattino e il popolo tutto si è ribellato, mentre a Milano alle 3 il popolo tutto si sarebbe già ritirato e in-pigiamato. Puoi andare a far la spesa con occhiaie e pantofole, puoi riempirti di patatine fritte finché scoppi, ma devi anche prepararti ad un inverno in cui alle 4 del pomeriggio vivi nel buio pesto e le temperature non ti permettono di socializzare neanche con gli scoiattoli.

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Ribattezzata questo gennaio dal marchio GucciThe New Face Of Fashion”, la queer Berlino è animata dai quartieri Kreuzberg e Neukölln. La scena gay, se escludiamo il celeberrimo locale notturno Berghain, vive nelle zone di Kottbusser Tor di Sonnenallee, ed è letteralmente in ogni angolo in cui giri il tuo muso raffreddato un normale venerdì sera.

È tra queste vie che giro come una pazza, con una bici senza sellino che la mia flatmate islandese mi ha lasciato e che ora è dotata di diversi strati di cartone e scotch per reggere il mio peso. Pedalo e respiro un’aria che ormai inizia a farsi mia, anche se le difficoltà di inserimento e di disorientamento sono all’ordine del giorno. Faccio ancora fatica a non confondermi quando chiedo una crema specifica in farmacia, ma ho capito che dare del tu a chiunque è visto peggio che lo starnuto in Giappone.

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Allaccio la bici ad un palo, che tanto non te la rubano, e scendo le scale per prendere la ubahn. Ecco davanti a me due ragazzi bellissimi: uno con una barba foltissima nera, occhi orientali e una camicia bianca inamidata e profumata, l’altro tipicamente nordico nell’altezza statuaria e il perfetto taglio di capelli biondo. Si tengono per mano, fanno a gara per chi ha i risvoltini dei pantaloni più arrotolati, si amano mentre si mettono gli occhiali da sole uscendo verso la strada. Si spostano per lasciar passare la signora col deambulatore, che borbotta da vera boss della strada per avere la precedenza, visto che va di fretta e deve andare a comprare le patate dolci. Berlino stupisce perchè la signora col deambulatore non ha smorfie o sguardi di sdegno verso la coppia, come non ha sguardi di sdegno verso di me – vestita in un apoteosi di tomboy style – e la mia ragazza altezzosamente austriaca che mi aspetta davanti al chiosco dei tabacchi. Ci vede baciarci e continua ad andare avanti, ancora infastidita dall’ostacolo verso le sue patate. Di sicuro, non infastidita dal nostro salutarci con un bacio. In questa città la signora, come tutti i berlinesi, non viene giudicata e per prima non giudica.

Berlino accoglie, vive il problema rifugiati come un impegno collettivo fatto di svendita vestiti e cibo ogni domenica, regala interi weekend di musei gratis per tutte quelle famiglie che cercano non solo un tetto ma anche una realtà cittadina quasi familiare, organizza meeting sulla visibilità femminile nei media e sul posto di lavoro, integra con instancabile voglia di lavorare persone che per i motivi più disparati si sentono fuori posto.

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È una città dove nessuno viene originariamente da Berlino e ci è nato e cresciuto, ma è piena di persone che in qualche maniera si sono sempre sentite berlinesi dentro. Da un buco come la città di Como a una metropoli come New York, dalle strade sovraffollate di Buenos Aires alla limpida e asettica Vienna. C’è un po’ di Berlino in ognuno di noi, e solo atterrandoci andiamo a scoprirlo e a vivere parti di noi stessi che non immaginavamo avere. Qui siamo tutti soggetti che non hanno ancora trovato la propria carriera e il proprio percorso professionale, ma sappiamo di essere pieni di sogni e ideali.

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Qui sei ok se entri in un bar e bevi una birra da solo, cercando la chiacchiera del tuo vicino di seduta o semplicemente del barista, sei ok se invece che chiedere quanto prendi a fine mese domandi se quando fai l’amore togli i calzini o no, sei ok se dici che la tua ragazza è trans e la stai supportando e continuerai ad amarla durante il suo percorso e sei ok se hai barba e baffi ma preferisci farti chiamare Franziska in sede di presentazioni e stretta di mano.

Lo scorso semestre ho seguito seminari come “Man, Woman and Nation”, “Queer Theory and Queer Politics”. Ho passato intere ore seduta in banchi minuscoli, a fine lezione non ho applaudito ma ho battuto le nocche sul legno. Ho discusso sul ruolo dei pronomi nelle lettere di referenze portate sul luogo di lavoro, sul perchè stiamo iniziando ad inserire l’asterisco dopo il sostantivo trans, sul perchè i bagni dello Schwules Museum* (chiamato anche “il museo gay”) non hanno la divisione gender uomo|donna da anni e ne vanno un sacco fieri, sul perchè il teorico queer Judith Halberstam ora si faccia chiamare Jack oppure a volte preferisca semplicemente J. Ho vissuto questi corsi e la mia pancia e il mio cuore si sono riempiti di nozioni e concetti completamente nuovi, spiazzanti, elettrizzanti.

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Sono fortunata, privilegiata? Non penso, sono semplicemente una ventenne italiana che sta ancora cercando la sua casa, come una lumachina o una tartaruga. Invece che un guscio mi porto dietro un portatile e il liquido per le lenti a contatto, ma il concetto è un po’ sempre lo stesso.

Scrivo perchè penso che chiunque debba vivere Berlino. Per due giorni in un weekend veloce supportato dai numerosi voli Ryanair, per un anno sabbatico o per un semestre accademico, per un decennio fatto di pessimo caffè ma di bellissime torte al rabarbaro, per un ventennio pieno di “na, ja” e “dankeschö—ön”. Penso che Berlino vada la pena di essere raccontata, rappresentata, ma soprattutto vissuta. Tra una birra e l’altra.

Leggi i commenti (1)
  • Me lo sentivo…all’inizio di quest’anno avevo intenzione di trasferirmi a Berlino e studiare là (purtroppo non so il tedesco e dovrei perdere un anno, se non di più, per impararlo).
    Mi auguro di viverci, prima o poi.
    Grazie per l’articolo, ben fatto!

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