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Bodyshamer di me stessa

Bodyshamer di me stessa

Articolo di Natasha Vagnarelli
Art by Dorothy Guya

Scrivere questo articolo non è facile. Per niente. Le dita tremano quasi sulla tastiera, mentre premo le lettere che andranno a formare le mie parole.
Ho deciso di raccontare comunque la mia storia, o meglio, una parte significativa della mia storia, sperando di aiutare in qualche modo altre persone che, come me, hanno vissuto una situazione simile. Vi avverto: non è una storia felice, però, vi assicuro, finisce bene.

Questa è la storia di come sono diventata bodyshamer di me stessa.

Immagino che tutto abbia avuto inizio quando ero ancora una bambina; penso che certe cose si radichino dentro di noi fin dall’infanzia. Ero una bimba carina. Almeno, così dicevano le persone che mi vedevano, ma già all’epoca avevo qualcosa che non andava. Ero pallida, estremamente pallida; chi mi conosce, sa che la mia carnagione è simile a quella di Casper il fantasmino amico, ma posso assicurarvi che a quei tempi lo ero ancora di più. E quindi le domande “sta bene?” “è malata?” “mangia abbastanza?” non si risparmiavano. Ovviamente erano rivolte ai miei genitori, ma io le sentivo, le sentivo eccome, ed essere circondata da cugini e amichetti che, durante l’estate, diventavano color cioccolato, mi rendeva piuttosto perplessa. Da bambini, soprattutto, si cerca di essere accettati dal maggior numero di persone possibili, almeno secondo la mia esperienza, e la paura di poter essere allontanata per quella piccola cosa c’era, anche se forse non me ne accorgevo nemmeno. Penso che la mia prima insicurezza sia nata allora, quando dovevo spalmarmi chili e chili di crema solare, indossare cappellino ed occhiali da sole, mentre gli altri bambini che conoscevo si buttavano direttamente in acqua, come se il sole non esistesse.
Arriviamo alle medie. Prima ho detto che venivo definita una “bimba carina”, alle medie le cose cambiarono un po’. A causa del menarca alla fine della quinta elementare, ero nettamente più cresciuta rispetto ai miei coetanei. In un solo anno ero diventata più alta di dodici centimetri, e ricordo che al mio undicesimo compleanno, al fianco di mio cugino coetaneo, e di mia cugina, di due anni più piccola, sembravo una sorta di gigantessa. Una gigantessa sgraziata, con i capelli di Maria Maddalena, peli che iniziavano a spuntare da tutte le parti, lineamenti induriti e l’acne (grazie, pubertà). Oh, e l’apparecchio, non dimentichiamoci l’apparecchio!
Con il senno di poi, era tutto normale, e nemmeno così antiestetico, ma per quella che era appena diventata una ragazzina, ogni singola cosa era antiestetica. Forse ero solamente condizionata dai dettami sociali, dalle serie tv, dagli stereotipi, ma stava di fatto che non mi piacevo. Senza contare che la mia classe delle medie non era tra le più clementi: o avevi uno stile uguale a quello delle persone più “popolari”, o eri una sfigata. Era l’epoca della moda “truzza” ed io, con i miei maglioni a collo alto color rosa pallido, non ero esattamente parte di quel movimento.
Il colpo di grazia di quel periodo, tuttavia, credo fu sapere che il ragazzino per il quale avevo una cotta mi aveva definita “decisamente brutta, un cesso”. Ah, la delicatezza dei ragazzini.
Iniziarono quindi i primi esperimenti di trucco correttivo, fondotinta mal messo sui brufoli, qualsiasi cosa per essere più “carina”.
I miei genitori dicevano di ignorare quelle battute cattive, dicevano che non ero brutta, che dovevo essere fiera di com’ero. Però, diciamocelo, in queste situazioni ai genitori non si crede mai. Li si considera di parte, e quindi le loro erano parole al vento.
Ricordo anche di quando andavo in giro con le maniche lunghe fino ad agosto inoltrato, per non far vedere i peli sulle braccia, almeno fino alla prima ceretta.
D’accordo, potrebbe quasi far ridere come immagine, una ragazzina goffa che cercava a tutti i costi di apparire al meglio, facendo però inevitabilmente l’opposto. Ma sapendo quanto io stessi male, in quel periodo, non riesco a sorridere, se non con un po’ di malinconia, e forse pena.
Arriviamo alle superiori, e qui le cose si fanno più complicate, perché il mio auto-bodyshaming ebbe un’alleata decisiva. Parliamo di depressione. Non so se tutte le persone che soffrono o che hanno sofferto di questa malattia hanno vissuto esperienze simili, forse sì, e quindi quello che scriverò potrebbe essere inutile… tuttavia l’ho detto, il mio obiettivo è, in qualche modo, aiutare qualcuno. Per questo non mi fermerò qui.
L’unico momento in cui iniziai a sentirmi di nuovo bella, fu l’anno in cui mi fidanzai per la prima volta. Il crollo accadde quando venni lasciata due settimane dopo il nostro anniversario.
L’aspetto fisico era probabilmente l’ultimo fattore che scatenò quella rottura, ma io non potevo che sentirmi anche brutta, in aggiunta a tutto il calderone di emozioni. E sbagliavo, sbagliavo a concentrarmi su qualcosa di insignificante come l’aspetto fisico, ma intorno a me vedevo solo occhi giudicanti e sentivo solo voci irrisorie. Anche i miei genitori iniziarono con un mantra, in quel periodo, ovvero “dimagrisci”. Perdere peso, essere più magra, più tonica, più piacente. Piacente… sembrava essere l’unica cosa fondamentale, piacere agli altri, conquistare gli altri. E l’invidia mi rodeva mentra guardavo le mie coetanee che sembravano così perfette con la loro pelle liscia, la vita stretta, i capelli luminosi ed i seni prosperosi.
So che adesso potreste dire che la mia insicurezza era dovuta a vari fattori, che era quasi normale che in quella situazione mi sentissi in quel modo, ed avete ragione. In fondo sapevo che dovevo fare qualcosa per quella situazione, ma al contrario iniziai davvero ad essere la bodyshamer di me stessa, sapendo di star sbagliando, ma allo stesso tempo credendo di non meritare altro. Lasciate che vi spieghi.
Ogni mattina mi guardavo allo specchio disgustata, e mi ripetevo quanto fossi brutta, quanto dovessi cambiare, quanto dovessi essere migliore. Iniziai a truccarmi di più, cercando di valorizzare i miei punti forti, ad indossare due reggiseni push-up per aumentare il mio seno di due taglie, a cercare in tutti i modi di atteggiarmi da “bella che sa di esserlo”, come facevano le altre. In sintesi, cercavo di mascherarmi, ma non per divertimento.
Cercavo di essere quella che non ero, e che non sono tutt’ora, ottenendo poi risultati sempre peggiori. Si vedeva che quella non ero io, era palese. Ed ero arrabbiata con me stessa, perché avevo fatto una cosa così stupida, e allo stesso tempo perché non ero riuscita a farla bene. Il contrasto continuo nella mia testa mi lacerava, portandomi a lacerare anche il mio corpo. Lo feci per parecchio tempo, imponendomi che quella era l’unica cosa che il mio corpo meritasse. E quindi niente più trucco, niente capelli sempre puliti, niente vestiti alla moda. Non avrebbero avuto nessun effetto.
Dovevo punirmi per come ero, e non solo fisicamente, perché parliamo sempre di depressione con tendenze suicide. Ma in questo articolo voglio concentrarmi sulla parte riguardante il mio corpo.
Ero bodyshamer di me stessa perché credevo agli insulti, alle prese in giro, perché non mi accettavo, anzi, amplificavo tutta questa negatività, riversandola su me stessa. Non mi faceva sentir bene, ma avevo troppa paura di dire quello che mi stava accadendo.
E qui vorrei che la mia storia possa essere d’aiuto a qualcuno: io ho chiesto un supporto troppo tardi, o almeno, troppo tardi rispetto a quando avrei dovuto. Se l’avessi fatto prima, mi sarei risparmiata tanta sofferenza e tanto odio verso il mio guscio. Non fate come me, se state male ditelo, anzi, urlatelo, e fatevi aiutare. Perché le cose poi andranno meglio, ed io l’ho vissuto sulla mia pelle.
Ho fatto un percorso di analisi – ancora una volta, non solo per la questione di odio per il mio corpo, ma non è il luogo per parlare del resto – ho affrontato i miei demoni, e li ho esorcizzati. Ho cominciato a voler bene a me stessa, al mio involucro, alla mia pelle, iniziando ad essere me stessa. E tutto iniziò ad andare per il meglio.

Dove sono adesso, vi chiederete? Essendo me stessa ho incontrato una persona speciale, e siamo innamorati. Le cicatrici sulle braccia sono sparite, e non ne sono comparse di nuove. Mi trucco perché mi piace e mi diverte, mi vesto come mi pare, sentendomi a mio agio, sono anche ingrassata di qualche chilo, e mi piaccio comunque, le parole “devi dimagrire” non mi hanno più toccata. Adesso sono a dieta – più o meno, circa, diciamo – per sistemare qualche valore riguardante la salute, ma non perché io non mi piaccia.
Certo, i momenti di bassa autostima ci sono ancora, non lo nego, c’è anche da dire che prendo ancora anti-depressivi per un motivo, ma sono più rari, piccole esplosioni che fortunatamente non fanno danni.
Quando mi guardo allo specchio, non mi insulto più. D’accordo, dei giorni no ci sono ancora, ma la maggior parte delle volte cerco di dirmi “Hey, oggi stai bene”.
Per questo ho detto che è un lieto fine. Anzi, un lieto inizio, perché ho ancora tanto da vivere, e le cose potrebbero ancora migliorare.

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Cercate il vostro equilibrio, non odiatevi né idolatratevi. Se soffrite, fatevi aiutare. Se avete paura, sappiate che ci sono persone che non vogliono approfittarsi della vostra paura, ma farla svanire.
Le cose miglioreranno, e se anche voi siete stati bodyshamer di voi stessi, alzate il dito medio a quel passato. E se lo siete ancora, vi auguro di riuscire a farlo anche voi, il prima possibile.

Leggi i commenti (1)
  • Ciao bellissimo il tuo articolo, mi ci sono ritrovata tanto in particolare quando hai parlato delle medie e superiori e della depressione. Per uscirne anche io ho fatto analisi e tante cose…una tra queste che mi sta facendo recuperare autostima e’ yoga e poi sto seguendo un medico che si chiama roy Martina il suo sito e’ wwwmylife.it. Ciao e buona vita.

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