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C’è ancora domani: per noi donne che abbiamo “quel difetto di rispondere”

C’è ancora domani: per noi donne che abbiamo “quel difetto di rispondere”

Trigger warning: violenza domestica
[Contiene spoiler]

Un irrefrenabile pianto a dirotto è stata la prima – e involontaria – recensione che il mio corpo ha maturato una volta uscita dalla Sala 1, nella quale era appena stato proiettato C’è ancora domani, debutto alla regia di Paola Cortellesi, che lo ha diretto e interpretato. Da donna femminista e laureanda in Cinema, sono state diverse le motivazioni che mi hanno spinta ad andare a vedere questo film, senza volermi informare troppo su ciò che ci avrei trovato, su ciò che non ci avrei trovato, su ciò che era stato detto e scritto.

Formato 4:3, un “Buongiorno Ivà” e uno schiaffo di risposta: è così che si presenta l’inizio della pellicola in bianco e nero che vede come protagonista Delia (Paola Cortellesi), una donna che non ha il tempo di essere una donna, è troppo impegnata a essere la moglie di Ivano (Valerio Mastandrea), la madre di due maschi e una femmina, la nuora-badante di Ottorino (Giorgio Colangeli) e a spostarsi continuamente da una parte all’altra del quartiere per svolgere diversi lavori.
La vediamo camminare a passo veloce tra le strade romane dell’immediato Dopoguerra, occupate dalle truppe americane: è in questi momenti di movimento che le inquadrature e le azioni della protagonista sono accompagnate da canzoni prevalentemente hip-hop e rock, le quali in qualche modo stravolgono la visione, mettono in difficoltà la nostra capacità associativa e stimolano la nostra sinestesia, sovrapponendo diversi stimoli sensoriali. Quei suoni li vediamo nelle gambe frettolose di Delia, in un duetto musicale tra mente e corpo, che sembrano farla camminare nel passato e farla pensare al presente. Tra ispirazioni a diversi generi cinematografici, passando dalla commedia al Neorealismo, anche la colonna sonora è una commistione di generi, composta da brani contemporanei e da canzoni della tradizione italiana, e ha un ruolo estremamente importante all’interno della narrazione, avendo anche spesso l’onere di trasformare le parole cantate nelle azioni dei personaggi e accompagnando la scelta di non tramutare gli avvenimenti in pornografia del dolore: la regista sceglie infatti di non soddisfare le aspettative dello spettatore, trasformando invece in coreografia, in una sorta di musical, le scene di violenza domestica.

Dopo aver preparato la colazione e pulito casa, senza aver avuto neanche il tempo di sedersi, Delia deve lavare e portare da mangiare a suo suocero, un uomo bizzoso che vive costantemente (o quasi) a letto in una stanza della casa, che si infastidisce quando la nuora non lo asseconda nei suoi discorsi e ne approfitta anche per qualche palpata. La mattina di Delia si divide anche tra la spesa al mercato, dove incontra la sua amica fruttivendola Marisa (Emanuela Fanelli), palazzi lussuosi in cui si reca per fare le iniezioni agli anziani o per portare sul terrazzo pesanti lenzuola bagnate da stendere mentre accanto a lei sale l’ascensore, riservato a persone più decorose, una merceria per la quale rammenda biancheria e un negozio dove ripara da anni ombrelli e dove scopre di guadagnare meno soldi rispetto al nuovo e svogliato apprendista a cui sta insegnando il
mestiere. “Perché lui è un omo”, le viene risposto quando Delia chiede delucidazioni al proprietario.

Ma C’è ancora domani è una pellicola che ruota attorno ai perché, soprattutto a quelli assolutistici di Ivano, che giustifica le umiliazioni e le botte sulla moglie dicendo che è nervoso perché ha fatto due guerre e che acconsente al matrimonio della figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano) con Giulio (Francesco Centorame) perché i genitori sono abbienti grazie al famoso bar gelateria che possiedono. Eppure, tra queste fasulle motivazioni che costruiscono la sua autorità di marito e padre violento e proibitivo, c’è un perché più importante, silenzioso, non esibito, nascosto fino all’ultima scena: è il perché di Delia. Spettatori e spettatrici capaci di svelare le intenzioni degli uomini del film e di riconoscerne le finalità, ci facciamo distrarre proprio da quel mondo maschile che non risparmia nessuna generazione e nessun ceto sociale, e trascuriamo il grande perché della protagonista. Anche nei nostri occhi educati si insinua la convinzione che Delia non abbia la forza e la volontà di sfuggire al suo destino, anche noi a volte la guardiamo con gli occhi di Marcella, che la ama, ma la detesta perché “non fa mai niente”. Francis Scott Fitzgerald, ne Il Grande Gatsby, scriveva che “è sempre triste guardare con occhi nuovi le cose su cui hai già speso le tue capacità di adattamento”, e Delia a quella vita ha dovuto adattarsi e il privilegio di poterla guardare con occhi nuovi non ce l’ha. Per quasi tre quarti del film, a parte “quel difetto di rispondere” ogni tanto invece di tenere la bocca chiusa, è relegata al ruolo di “donna di casa” – anche se, per Ivano, “non è buona neanche a fare la serva” – che non reagisce e non ha il coraggio di fare niente. Siamo capaci di tornare indietro sui nostri passi solo quando Nino (Vinicio Marchioni), meccanico innamorato di Delia – con la quale si scambia lunghi sguardi platonici e sorrisi al cioccolato che sembrano fermare il tempo e annullare lo spazio – le propone di scappare con lui nel nord Italia per tentare una nuova vita. Il perché di Delia lo releghiamo a un uomo. Ancora, anche se chiaramente in maniera del tutto differente, per noi la sua vita dipende da un uomo. E invece quella non è un’improvvisa determinazione, ma è desiderio di autodeterminazione, che cresce anche con il terrore che sfiora Delia al solo pensiero che Marcella possa avere una vita come la sua e un marito come Ivano.

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Quel retaggio patriarcale che è presente anche in noi – ma purtroppo anche in Marisa, che ci delude un po’ quando, dopo aver provato durante tutto il film a spronarla ad andarsene e a lasciare quel marito violento che, un giorno o l’altro, la ammazzerà, vuole convincerla a desistere dal suo piano (anche lei trascura però il vero perché di Delia) e di pensare ai figli – oscura totalmente le reali intenzioni di Delia. Quella lettera ricevuta per posta che le era stata consegnata senza passare dal
marito perché indirizzata proprio a lei, custodita e guardata gelosamente, non era una lettera d’amore da parte di Nino, non era il biglietto del treno per partire con lui. Era il certificato elettorale del 1946 che riconosceva alle donne, per la prima volta nella storia italiana, il diritto di voto. Ed ecco che la narrazione delle ultime scene e delle donne del film che si guardano allo specchio con fieri occhi attenti e pieni di speranza assume tutt’altro significato: la camicetta che Delia si cuce dopo essersi comprata, non senza sensi di colpa, la stoffa, e il rossetto che si mette con orgoglio sulle labbra sono davvero per un appuntamento speciale, ma non con Nino, bensì con tutte le elettrici che troverà di fronte al seggio.

Le inquadrature in un campo-controcampo tra Delia e Marcella, che anticipano la scena collettiva finale, sanciscono l’importanza della non-parola nel film di Cortellesi, dove i dialoghi non sono mai retorici e mai eccessivamente lunghi, perché le azioni più importanti non sono mai rivelate a voce, ma si manifestano attraverso gesti e oggetti. Basti pensare alle incomprensioni linguistiche tra Delia e il soldato afroamericano “Uillian”, che non sono in realtà un vero e proprio ostacolo, dal momento in cui entrambi riescono a intuire le reciproche richieste anche senza capirsi a parole, ma anzi consolidando il proprio legame proprio attraverso due cose molto importanti per loro: una fotografia e una tavoletta di cioccolata. È qui che si inserisce quel pianto a dirotto incontrollabile che non sono riuscita a trattenere: per la prima volta nel cinema italiano, in un misterioso punto comune tra la compattezza e il desiderio di rivendicazione de Il quarto stato e la potenza della scena dell’autobus di Sex Education, in quella folla gremita di donne che sventolano la scheda e si accalcano in attesa di prendere parte alla rivoluzione, ho visto concretizzata la rappresentazione del noi. Quell’insieme di donne che, unite, non a caso sulle note di A bocca chiusa di Daniele Silvestri, si schierano e danno la forza a Delia di guardare negli occhi Ivano – incarnazione del patriarcato in una delle sue declinazioni più violente – e, senza dire niente, dicono tutto, mettendo a rischio la propria vita (perché sappiamo benissimo cosa aspetta Delia a casa), è tutto ciò che può voler dire sorellanza.
È tutto ciò che significa femminismo.

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