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Che noia ‘sto patriarcato
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Che noia ‘sto patriarcato

Che noia ‘sto patriarcato…

…pare che tutto succeda per colpa del patriarcato!

Immagino che moltə avranno sentito pronunciare questa frase da amicə, parenti, conoscenti; così come l’abbiamo letta tante volte scritta sui social da persone che, insomma, tutta ‘sta esacerbazione sul patriarcato proprio non la capiscono. C’è da comprenderlə: raramente le questioni invasive, i condizionamenti sociali così pervasivi sono facili da riconoscerese sono tanto diffusi da secoli è anche perché sono molto bravi a nascondersi.

Una delle difficoltà più grandi nel riconoscere la presenza costante dei condizionamenti patriarcali è il comune concetto di causa che tuttə abbiamo di solito in mente. Immaginiamo la causa di un fenomeno sociale come una evidente azione materiale: la nostra immagine di causa è un corpo che colpisce un altro – come la causa di un livido è che qualcosa ha colpito la nostra pelle – oppure un fenomeno fisico direttamente collegabile a un altro – come l’acqua che evapora a cento gradi.

Quando allora diciamo che la causa di un modo molesto di parlare del corpo delle donne è il patriarcato, o che la causa del gender gap salariale è il patriarcato, chi ci ascolta cerca il corpo contundente che ha creato il livido, o cerca la fonte di calore che ha portato l’acqua a evaporare: e ovviamente non li trova. La causa di un fenomeno sociale non si rivela allo stesso modo; non è che non si veda, è che propriamente non è una “causa”.

La complessità che porta con sé il concetto di causa sta nel suo essere adoperato troppo spesso, nella chiacchiera comune, come sinonimo di un’azione diretta che ne genera un’altra. La causa, nel sentire comune, è quell’unico fattore che ha chiaramente, con la sua azione, determinato il sorgere del fenomeno che ci interessa: la botta per il livido, il calore per l’ebollizione. Oppure, semplicemente, la causa non c’è, non è quella.

Adoperando questo schema di pensiero, non può essere sempre il patriarcato a causare la violenza verso le donne, il sessismo della lingua italiana, la disparità salariale, la discriminazione verso chi non è etero-cis; come farebbe una stessa cosa a causare tutte queste altre? Per quanto potremmo discutere a lungo sulla definizione di patriarcato, insomma, al massimo può essere la causa di un solo fenomeno, non di tutti, no?

Il problema sta nel nostro comune e diffuso concetto di causa, che per questa sua natura semplificatrice e banalizzante ha preso il posto di un concetto più complesso che dovrebbe, nel caso dei fenomeni sociali, prendere il suo posto: il concetto di condizione. Il patriarcato è la condizione culturale che rende possibili e diffusi (e non causa direttamente) tutti quei fenomeni: rende possibile la violenza verso le donne perché rende possibile gerarchizzare i generi assumendo come “naturale” la superiorità dell’uomo sulla donna; rende possibile il sessismo della lingua italiana perché ci fa concepire il maschile sovraesteso come una conseguenza inevitabile e “neutra” e non come una scelta di rappresentazione modificabile dai parlanti; rende possibile la disparità salariale perché racconta che il lavoro per le donne è comunque una occupazione meno importante del loro ruolo sociale materno e di cura; rende possibile la discriminazione verso chi non è etero-cis perché racconta che l’unica forma di vita sensata è quella di una coppia capace di riproduzione.

Il sistema patriarcale non impedisce a nessunə di essere semplicemente stronzə: fornisce però le condizioni per esserlo in tanti modi diversi, tutti orientati a sancire la superiorità di un genere – delle sue caratteristiche, del suo linguaggio, dei suoi simboli – sugli altri generi. E proprio perché si tratta di un sistema di potere, di un apparato culturale vigente da secoli, non si può immaginare di modificarne “una” parte senza toccare il resto, e senza suscitare reazioni in tutto il sistema.

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Uno dei vantaggi del femminismo intersezionale è quello di rendere conto di più condizionamenti possibili che agiscono sul singolo posizionamento individuale: non allo scopo di schiacciare le individualità col peso delle forze sociali che ne determinano le scelte, ma per rendere quelle individualità responsabili delle libertà che ancora devono conquistarsi. Libertà che non consistono nel “fare come mi pare”, ma nel dare a noi stessə e a chiunque altrə le stesse possibilità, una volta che ne abbiamo compreso i condizionamenti.

Le spiegazioni causali hanno un notevole fascino: sembrano rendere semplice quello che è complesso. Ma proprio come succede in quelle scienze “esatte” che vogliamo imitare ragionando di corpi e poteri, non basta immaginare di trovare la “causa” di un comportamento sociale dannoso: essa fa parte di un sistema complesso che lega tutti i fenomeni sociali, come è complesso quel sistema che chiamiamo “natura” e che ci illudiamo di aver compreso con le nostre teorie di fisica, chimica, biologia. In realtà non facciamo che rimandare la sfida della comprensione più avanti.

Per esempio, a chi sostiene che “io non sono un asterisco” andrebbe ricordato che la causa di tanti simboli che si provano a introdurre nella lingua è il desiderio di definirsi in un sistema che, a furia di semplificare, non prevede alcune esistenze come possibili. È comprensibile che non si abbia voglia di complicarsi la vita tirando sempre in ballo la cultura patriarcale condizionante.

È però ancora meno comprensibile, credo, che col desiderio di avere una spiegazione facile per se stessə si perda di vista che le nostre vite sono sistemi molto complessi, e che una spiegazione meno banale di quello che ci accade serve a renderci molto più umani.

Bibliografia:
Raffaella Campaner, La causalità tra filosofia e scienza, Archetipo Libri
Raewyn Connell, Questioni di genere, Il Mulino
Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di Photo by Markus SpiskeGayatri MalhotraGayatri Malhotra su Unsplash

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