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Cinque eroine nere brasiliane che tuttə dovremmo conoscere
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Cinque eroine nere brasiliane che tuttə dovremmo conoscere

Redazione

Luíza Mahin, Esperança Garcia, Antonieta de Barros, Maria Firmina Reis e Aqualtune: in questo articolo conoscerai i percorsi di vita di donne che hanno fatto la storia del Brasile ma che purtroppo sono in pochə a conoscere

Riesci a elencare velocemente, e senza esitare, cinque donne nere che hanno preso parte alla storia del Brasile? Se ci metti molto a rispondere oppure non le conosci, sappi che purtroppo buona parte delle persone brasiliane non conosce queste informazioni. Ma queste donne sono esistite e continuano a esistere. Aqualtune, Antonieta de Barros, Maria Firmina dos Reis, Esperança Garcia, Luíza Mahin… Perché non studiare questi personaggi storici a scuola?

Per il popolo nero essere ascoltati e legittimati come il protagonista della propria storia è ancora una questione molto sfidante, nonostante le conquiste dei Movimenti Neri. L’urgenza nel rompere il silenzio è ancora più grande per quelle donne nere che hanno cercato di avere sia il rispetto delle loro voci sia la pubblicazione dei loro scritti senza l’approvazione di una persona bianca.

Le donne nere sono state importanti agenti nel processo di “costruzione della società” del Paese, però si assiste ancora oggi a un cancellamento delle loro vite, come sostenuto da Rosane Borges, giornalista e dottora di ricerca in Scienze della Comunicazione all’Universidade de São Paulo. “Il primo romanzo brasiliano, “Úrsula”, racconta la storia di una donna nera, Maria Firmina dos Reis. Solo pochissimo tempo fa questa informazione è uscita fuori dai circuiti locali e specializzati. Innumerevoli donne nere sono state e sono note in più ambiti di ricerca universitaria ma quasi sempre rimangono incastrate all’interno di gruppi di ricerca senza prestigio accademico’’, riflette.

Il nome di questo fenomeno è “epistemicidio”, ossia l’annichilimento delle forme della conoscenza e delle culture, una specie di cancellamento collettivo. Tale concetto è diventato ampiamente conosciuto grazie al lavoro della filosofa e attivista Sueli Carneiro, la quale ha preso in prestito il termine coniato dal sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos.

Chi fa la storia?

Chi sono state le grandi donne nere della nostra storia? Quali sono state le loro traiettorie? La verità è che c’è ancora molto da studiare sul tema. E dietro queste problematiche ci sono tante questioni: a iniziare dai registri di nascita ufficiali che attestano la loro esistenza e passando per come l’Università e l’Accademia in generale si organizza nello studiare queste donne.
Quando si parla dei registri di nascita delle persone nere e indigene, la complessità è enorme. Specialmente sul periodo che precede l’abolizione della schiavitù perché molti documenti ufficiali sono stati distrutti oppure non sono mai stati prodotti, visto che parte di queste popolazioni all’epoca non era letterata.

Impossibile, poi, parlare di “eroine nere” e non evocare le parole dell’intellettuale “amefricana” (termine utilizzato dalla pensatrice) Lélia González: “Una volta stabilito il mito della superiorità bianca, della sua ‘efficacia’ le conseguenze sono terribili: disintegrazione violenta dei popoli neri, frammentazione dell’identità etnica, desiderio di “sbiancarsi”, di diventare bianchi (ovvero di “pulire il sangue”, come si dice in Brasile), tutto questo è assorbito con la conseguente negazione della propria razza e della propria cultura’’, lo ha scritto González nel 1988 nell’articolo “Per un femminismo Afrolatinoamericano” (traduzione libera, non pubblicato in Italia, NdT), concetto che lega all’idea di “amefricanità”, ovvero la condivisione di un’esperienza comune dell’essere neri nelle Americhe (senza avere come centro i Movimenti neri degli Stati Uniti, NdT).

La stessa Università ancora affronta il rifiuto ad abbracciare i saperi non egemonici. Quello che succede è che le persone facenti parte di questi gruppi etnici e razzializzati appaiono nelle ricerche più come “oggetti” di studio di ricercatori e specialisti bianchi, che come conduttori delle proprie analisi e ricerche.

Per fortuna ci sono quelli che vanno in controtendenza e optano per accedere alla conoscenza in modo plurale e inclusivo, come è il caso delle donne nere ricercatrici che si occupano del pensiero e della carriera delle intellettuali nere africane, brasiliane, latinoamericane e caraibiche.

Thuila Ferreira è una di queste. Specializzata in Storia all’Universidade Federal do Rio Grande do Sul integra il progetto “Biografia di Donne Africane” della stessa istituzione universitaria cui l’obiettivo è quello di catalogare virtualmente le informazioni sulla biografia delle donne nate nel continente africano, di modo da offrire sussidi e aiuti all’insegnamento e ricerca sulla storia delle donne africane. “La resistenza che esiste, ed è ancora grande, viene pian piano rotta daə studenti e ricercatorə nerə brasilianə e africanə che sono sempre più presenti nelle università pubbliche, ma non è facile. La cultura eurocentrica è radicata in questo ambiente che ignora l’Africa quasi completamente, incluso il contributo delle intellettuali africane, anche se pian piano si stanno riconoscendo le ricerche svolte sulle donne nere della Diaspora africana”, osserva Ferreira.

Nella stesura della sua tesi di dottorato sul pensiero delle donne africane, la ricercatrice ha utilizzato quasi esclusivamente materiale bibliografico prodotto non in Brasile e ha addirittura organizzato dei fundraising per poter partecipare a degli eventi svolti in Nigeria e in Sudafrica per poter avere interlocutorə con cui avere scambi su quello che stava studiando. Questo perché non ha trovato nessuno che ricercasse la sua stessa tematica in Brasile. Racconta che durante la stesura della sua tesi di laurea magistrale è rimasta in “isolamento accademico”.

“La struttura, i curricula (scolastici e anche quelli universitari, NdT), il modo di produrre e trasmettere la conoscenza partono da una premessa eurocentrata che ha difficoltà, per esempio, a riconoscere l’oralità in quanto fonte e divulgatrice di conoscenza, mezzo utilizzato non soltanto in molte società africane precoloniali, ma anche dai “quilombos” (comunità fondate dagli schiavi africani fuggiti dalle fattorie brasiliane durante il periodo della schiavitù in Brasile, NdT) e dai “terreiros” brasiliani (il tempio dove si svolgono le cerimonie del Candomblé, religione afrobrasiliana, NdT). Capiamo, pertanto, che se noi non avessimo considerato la storia di queste donne per l’inesistenza di fonti scritte, avremmo riprodotto una visione del tutto escludente, colonialista e razzista della Storia, il che è esattamente quello che vogliamo combattere con questo progetto”, difende Thuila Ferreira. Secondo lei, lo studio dell’oralità come materiale di ricerca proporrebbe un’apertura verso la decolonizzazione del pensiero e ricerche che partono da prospettive non “distorte” e che non riflettono il carattere escludente della società.

Un difetto di colore

Nonostante lo studio e la diffusione della storia e della cultura afrobrasiliane e africane siano obbligatori nelle scuole, poiché previsti dal 2003 (Legge 10.639/03), ciò non avviene nel 2021. Se vogliamo imparare e fare un tuffo in questo lato “misterioso” della storia del Brasile, è nella letteratura che incontriamo un importante strumento per la preservazione della memoria collettiva delle donne nere che hanno fatto e continuano a fare la storia, anche se da sempre rese invisibili.

La scrittrice Ana Maria Gonçalves ha pubblicato nel 2006 il celebre e indispensabile romanzo storico “Um defeito de cor” (Un difetto di colore, traduzione libera, NdT) in cui viene raccontata, attraverso otto decenni e nelle sue quasi mille pagine, la saga della vita della protagonista Kehinde, una donna africana catturata e portata in Brasile come schiava.

A Kehinde in suolo tropicale hanno dato un altro nome, più bianco: Luísa Gama. Lei, oltre ad essere stata un’importante presenza all’interno delle ribellioni antischiaviste, come la “Revolta dos Malês” (Bahia, 1835) e la “Sabinada” (Bahia, 1837), era la madre dell’importante poeta abolizionista brasiliano Luíz Gama.

“Non ci sono documenti storici su Luísa Mahin. Perciò sono partita da due poesie di Luiz Gama in cui parla della madre (com’era, l’aspetto fisico…). A partire da ciò sono andata a cercare documenti che parlassero della vita di centinaia di donne che sarebbero potute vivere negli stessi luoghi possibilmente frequentati da Luísa Mahin durante lo stesso periodo. Siccome faccio la romanziera e non la storica, dunque quello che mi interessa è la verosimiglianza; e questo è quello che mi sono preoccupata di fare. Ci sono personaggi storici, ci sono fatti storici attraversati dai personaggi, ma narrati all’interno di un romanzo”, ricorda la scrittrice, che considera il capitale la principale tecnologia di cancellamento dei popoli neri. “La Storia è stata da sempre raccontata da quelli che possiedono o controllano gli strumenti e i mezzi di informazione; questi non sono mai stati nelle mani delle donne nere”, sottolinea.

Abbiamo riunito cinque donne che hanno fatto la storia: Esperança Garcia, Luíza Mahin, Antonieta de Barros, Maria Firmina dos Reis e Aqualtune. Ne abbiamo parlato con ə ricercatorə che ci hanno raccontato le loro battaglie, dai un’occhiata alla lista.

Esperança Garcia

Esperança Garcia fu una donna nera schiavizzata che, nel XVIII secolo, lottò instancabilmente per i suoi diritti oltre a essere stata riconosciuta come la prima avvocata dello Stato del Piaui (tale riconoscimento è avvenuto soltanto nel 2017!). Andreia Marreiro, Presidente dell’Instituto Esperança Garcia e specialista in diritti umani all’Università di Brasilia, racconta che Esperança scrisse una lettera indirizzata all’allora governatore del Piauí in cui denunciava le violenze alle quali lei e il suo popolo erano stati continuamente sottomessi e rivendicava provvedimenti. “Il documento scritto da Esperança Garcia era più che una lettera, era una petizione. Myrthes Gomes, oggigiorno, è considerata la prima avvocata brasiliana, quando nel 1889 le è stato permesso di iscriversi all’Ordine degli Avvocati. Tuttavia, Esperança Garcia scrive la sua petizione nel 1770, il che fa di lei una nuova candidata a tale posizione: non soltanto la prima donna ma la prima persona a esercitare l’avvocatura nel Paese. Un riconoscimento da parte dell’Ordine degli Avvocati Brasiliani è richiesto dalle giuriste e avvocate nere”, spiega Marreiro.

Esperança Garcia visse con il marito e i figli alla Fazenda Algodões, nei pressi di Oeiras, prima capitale dello stato del Piauí. Lì, molto probabilmente con i gesuiti, ha imparato a leggere e a scrivere. Dopo la loro espulsione dal Paese e il passaggio della “fazenda” (fattoria, NdT) ad altri “signori”, Esperança è stata separata dalla sua famiglia, diventando cuoca in un’altra fazenda.
L’accesso alla storia personale di Esperança Garcia è avvenuto attraverso le ricerche svolte dallo storico e antropologo Luiz Mott. La lettera al governatore, scritta a mano, datata e firmata, è stata trovata da Mott presso l’Archivio pubblico del Piauí mentre scriveva la tesi magistrale, nel 1979. Il documento è uno dei vari materiali scritti da persone schiavizzate ed è considerato il più antico tra quelli trovati tuttora in Brasile. Non esistono informazioni se la richiesta di Esperança Garcia fu accettata dall’autorità competente oppure se fu punita per il suo atto di coraggio di non sottomettersi.

*Andreia Marreiro è specialista in Diritti umani alla Università di Brasilia. Ideatrice, coordinatrice e docente del corso post lauream in Diritti umani “Esperança Garcia”. È inoltre presidente dell’Instituto Esperança Garcia e docente di Diritto all’Università Statale del Piaui. Si definisce come una “sentipensadora que esperança” (“sentipensatrice che speranza”, un’espressione coniata da lei stessa, qualcosa come “pensatrice sensibile che spera”, NdT).

Luíza Mahin

Il nome e la presenza di Luíza Mahin sono associati soprattutto al fatto che fu la madre dell’importante abolizionista Luiz Gama nonché una delle organizzatrice del “Levante dei Malês”, nel 1835 in Bahia. Mahin fu un’africana libera che visse in Brasile e per mantenersi fece la tuttofare e la lavandaia per le strade di Salvador di Bahia, una donna grintosa che avrebbe partecipato alle ribellioni antischiaviste durante tutto il decennio 1830. Pare sia stata “del santo” (praticante di religioni di matrice africana, NdT), anche se si dice che forse era musulmana. “Tutto questo è quello che si è perpetuato nella memoria popolare, e mi piace sempre partire da ciò anche perché anch’io sono partita da lì mentre svolgevo la mia ricerca sul processo della mitizzazione di questa figura”, racconta Dulci Lima, dottoressa di ricerca in Scienze umane e sociali all’Universidade Federal dell’ABC.

La ricercatrice ha analizzato la lettera di Luiz Gama, considerata il primo registro che si ha di Luíza, tra tanti altri documenti, come il romanzo di Pedro Calmon, scritti di Arthur Ramos, poemi e glossari prodotti da femministe nere negli anni Ottanta, un’opera di radiodramma degli anni 2000 e il romanzo di Ana Maria Gonçalves, “Un difetto di Colore”. “La mia prospettiva è quella per cui Luíza Mahin sia stata una figura mitica, un prodotto culturale frutto di un insieme di narrative e sviluppato a partire dalla lettera di Luiz Gama, in cui descrive molto brevemente chi sarebbe stata sua madre e altri elementi che pian piano sono stati incorporati alle narrative degli altri autori’’, secondo l’analisi di Dulci Lima.

Il suo nome è presente nella toponomastica di varie città del nord brasiliano. “Oggigiorno nessuno mette in discussione la sua esistenza. Penso che la sua storia parli molto della forza narrativa delle femministe nere che hanno elevato la sua figura al punto di diventare una specie di eroina brasiliana”.
*Dulci Lima, Dottora di ricerca in Scienze umane e sociali all’UFABC, ha una laurea magistrale in Educazione, arte e storia della cultura all’Universidade Presbiteriana Mackenzie e una laura magistrale in Storia all’ Universidade de Sao Paulo.

Antonieta de Barros

Antonieta de Barros sta tra le tre prime donne arrivate in Parlamento in Brasile (lei l’unica nera). Fu eletta nel 1934 come Consigliera regionale per lo Stato di Santa Catarina e da allora nessun’altra consigliera nera è riuscita a essere eletta. Un altro dato storico su Antonieta riguarda il suo progetto di legge a partire dal quale ha istituito la Festa degli insegnanti in Brasile (celebrata il 12 ottobre, NdT). “Antonieta fu eletta nemmeno 50 anni dopo l’abolizione della schiavitù e a soli due anni dall’istituzione del suffragio universale in Brasile. In un Paese marcato da un forte pregiudizio riguardo la classe, il colore della pelle e il genere, lei era fiera della sua storia. Nacque a Florianópolis l’11 luglio 1901, ed era figlia di Catarina Waltrich, donna schiavizzata libera e madre single”, racconta la giornalista Aline Torres.

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Antonieta credeva che l’istruzione fosse l’unica arma capace di rendere liberə ə cittadinə socialmente svantaggiatə, soprattutto dal ruolo di servitù che svolgevano. Lei aveva soltanto 17 anni quando fondò il corso privato “Antonieta de Barros”, il cui obiettivo era combattere l’analfabetismo di adultə disagiatə, e la sua fama di eccellente professionista ha fatto in modo che finisse per insegnare anche ai membri dell’élite brasiliana. Oltre a fare l’insegnante, scriveva e nei 23 anni di collaborazione con la stampa locale, scrisse più di mille pezzi per otto testate diverse e non soddisfatta creò la rivista “Vida Ilhoa” (Vita isolana, traduzione libera, NdT). Nel 1937 pubblicò il libro “Farrapos de Ideias” (Stracci di idee, traduzione libera, NdT) e tutti i ricavi dalle vendite della prima edizione furono donati alla costruzione di una scuola destinata ad accogliere bambinə i cui genitori erano ricoverati al lebbrosario Colônia Santa Tereza.

“La prima importante legge sull’istruzione in Brasile fu sancita da Dom Pedro I (Re portoghese, NdT) il 15 ottobre 1827, senz’altro un importante evento storico per l’istruzione brasiliana e fu resa possibile grazie a un progetto di legge ideato dalla stessa Antonieta. Inoltre ha proposto altre leggi importanti quali erogazioni di borse di studio a studenti iscrittə all’università e l’istituzione di concorsi per docenti con l’obiettivo di alzare il livello della qualità dell’istruzione della Scuola evitando dunque il clientelismo’’, narra la giornalista ricordando che una delle poche frustrazioni di Antonieta fu non essersi laureata in Giurispudenza – il suo sogno – dato che all’epoca soltanto gli uomini erano ammessi al corso.

*Aline Torres è giornalista e direttrice di progetti presso la Construtores de Memórias, un’agenzia di storytelling specializzata in trasformare “storie sentimentali” in biografie, reportage, articoli e documentari.

Maria Firmina dos Reis

Maria Firmina dos Reis fu la prima donna nera a pubblicare un romanzo, “Úrsula” (1859) in tutto il territorio lusofono e nell’America latina. È considerata la più grande precursora della letteratura nera occidentale. Per Eduardo de Assis Duarte, professore di Letteratura all’Universidade Federal de Minas Gerais, l’opera in questione è esplicitamente politica. “Femminista, antipatriarcale e antischiavista. Per la prima volta l’Africa compare nella letteratura brasiliana, il traffico di africanə e, soprattutto, la stiva delle navi che trasportavano ə schiavə, vengono descritti in modo dettagliato e costruiti come spazio di sofferenza e morte, perciò il nome “tumbeiro”, in portoghese, derivato da “tumba” (“tomba”, NdT). Firmina non si è mai sposata e da pensionata fondò la prima scuola mista dello Stato del Maranhão e una delle prime del Brasile”, sottolinea il docente.

Firmina nacque nel 1822, l’anno dell’Indipendenza del Brasile dal Portogallo, a São Luís del Maranhão. Durante i suoi 95 anni di vita, la scrittrice abolizionista scrisse “Gupeva” (narrativa, 1861), “Cantos à beira-mar” (poesie, 1871), vari testi giornalistici e “Álbum” con scritti memorialistici.
Oppressa dal patriarcato razzista, Firmina non firmava i suoi libri, ci scriveva soltanto “Una maranhense” (chi è originario del Maranhão, NdT). Sostiene il professore Duarte che lei è vittima del cosiddetto “memoricidio” della popolazione nera giustamente perché mette il dito nella piaga della storia brasiliana. “Lei critica la Bibbia, dal momento che veniva utilizzata per giustificare il sistema razzista brasiliano, polemizza l’opera del filosofo tedesco Hegel e tutto il pensiero eurocentrico per cui Africa e Brasile fossero sprovvisti di civiltà, oltre a criticare apertamente il patriarcato che opprime l’uomo nero e le donne, anche quelle bianche’’, spiega Duarte.

Risultato: “Úrsula” è caduto nel silenzio durante praticamente tutto il XX secolo; ə lettorə, soprattutto giovani, ne sono venuti a conoscenza soltanto a partire dell’edizione del 2004. Firmina morì povera e cieca.

*Eduardo de Assis Duarte è professore del Corso di Laurea magistrale in Lettere – Studi letterari nonché Coordinatore del Portal literafro dell’UFMG.

Aqualtune

“Riguardo al fatto che sia o meno esistita, credo sia importante porre enfasi sul fatto che il cancellamento della storia del popolo nero esiste e ciò non succede soltanto oggigiorno. Tuttavia, felicemente, gli storici sono riusciti a “recuperare” gli avvenimenti storici e in qualche modo, al giorno d’oggi si riesce ad assorbire questa assenza culturale”, afferma l’insegnante di Lingua portoghese Taynara Silva. Di origini nobili, Aqualtune è un personaggio semi leggendario della storia del Quilombo dos Palmares (il principale quilombo di resistenza in Brasile, NdT). Nata principessa africana e conosciuta per la sua forte leadership, nacque nel Regno del Congo e comandò 10mila uomini e donne contro l’Impero portoghese durante la “Batalha de Mbwuila” nel 1665, che culminò nella sua cattura e nel suo arrivo in Brasile. Là, più precisamente a Recife, fu venduta come una schiava “da procreazione”. Incinta, riuscì a scappare e si trasferì nello Stato di Alagoas, avendo partecipato attivamente al gruppo che ha dato origine al memorabile Quilombo dos Palmares.

Aqualtune diede alla luce Sabina, madre del grande leader Zumbi dos Palmares nonché di Ganga Zumba e Gana, i quali più tardi sarebbero diventati i capigruppo più importanti del Quilombo. “Non si sa di preciso se morì durante una delle invasioni del Quilombo dos Palmares oppure se si ammalò, il fatto è che lei lottò fino alla fine. È una fonte di grande forza sapere che la lotta continua e che abbiamo nomi importanti di femministe nere da ricordarci molto prima della nascita del femminismo”, celebra Taynara.

La sua memoria fu preservata grazie alle tradizioni orali e ispirò il tema della scuola di samba Mangueira al Carnevale di Rio di Janeiro del 2019.

*Taynara Silva è insegnante di Lingua portoghese nonché ricercatrice su nuove forme di attuazione della pedagogia antirazzista.

Fonte
Magazine: AzMina
Articolo: “Heroínas negras do Brasil: cinco mulheres que todos devem conhecer”
Scritto da: Júlia de Miranda
Data: 8 marzo 2021
Traduzione a cura di: Bruna A. Paroni
Immagine di copertina: Andrea Piacquadio su Unsplash
Immagine in anteprima: Cássia Roriz/AzMina

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