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Cinque motivi per seguire Orange Is The New Black
Dark Light

Cinque motivi per seguire Orange Is The New Black

Benedetta Geddo

Se non avete vissuto in qualche galassia isolata ai confini dell’universo negli ultimi due/tre anni, di sicuro avrete sentito parlare di Orange Is The New Black. Ma sì, di sicuro. «Quello show sulle tizie in una prigione femminile che è un po’ lento ma alle donne piace tanto». Oh, ci siamo capiti. Bene. In realtà Orange Is The New Black, o OITNB, come lo si sente spesso chiamare in giro (perché per gli americani le sigle sono tutto. TBBT, HTGAWM, e via discorrendo), è molto più di un semplice show «per donne». È uno degli show più importanti ad essere atterrato in televisione nell’ultimo decennio, io credo, e in questo articolo cercherò di spiegarvi perché.

Dunque, partiamo con un po’ di dettagli. OITNB è diretto da Jenji Kohan ed è stata rilasciato per la prima volta su Netflix (il mitico Netflix che ormai è ufficiale arriverà anche in Italia), nell’estate 2013. È basato sul libro di memorieOrange Is The New Black: My Year in a Women’s Prison‘, scritto da Piper Kerman, che è poi l’ispirazione in real life della protagonista della serie, Piper Chapman. E con Piper possiamo dire anche due paroline sulla trama: comincia tutto con lei, Piper, giovane donna di Brooklyn, fidanzata e prossima al matrimonio con un buon partito, la tipica donna bianca un po’ WASP, insomma, che si ritrova a dover scontare un anno di prigione per essere stata un corriere della droga assieme alla sua ragazza, Alex Vause, quando era al college. Le due stagioni (più una in arrivo) della serie seguono la sua vita quotidiana a Litchfield, il carcere femminile in cui è rinchiusa, e ci mostrano un incredibile caleidoscopio di personaggi e storie diverse, costruite secondo una bellissima struttura a flashback che in ogni episodio ci portano nella vita «fuori» delle detenute.

Ma la vera domanda è, «cosa rende OITNB così famoso?», e soprattutto, «perché andrebbe visto da chiunque, donne, uomini, gatti e scimpanzé?», «perché è così importante, ed è fondamentale che la televisione si riempia di serie come questa?». Sono sicura che abbiate già sentito lodi sperticate un po’ su tutti i social network, ma nel caso non siate ancora del tutto convinti, partiamo col dire che OITNB è reale. Reale come forse solo un documentario sa essere. I personaggi di OITNB si espandono oltre la loro definizione, sfondano gli archetipi e gli stereotipi come un fiume in piena e diventano quasi persone. Vivono in una scala di grigi, sfaccettature e emozioni che è quella in cui viviamo noi, e sono fatti di strati su strati, di continue profondità. Non sono indistruttibili, sempre pronti ad uscire a testa alta dalle situazioni difficili in modo anche un po’ improbabile come succede per altre serie televisive, e non parlano per one-liners. Quello che secondo me è il loro più grande merito, però, è che ci fanno riflettere, ci urlano in faccia pregiudizi che forse nemmeno sappiamo di avere, preconcetti che ci sono stati talmente tanto inculcati che non li registriamo nemmeno. Ci costringono a cambiare, almeno un pochino, e qualsiasi lavoro di narrazione che riesca in quest’impresa per niente facile merita tutti i premi possibili – e OITNB ne ha vinti eccome, dagli Emmy ai GLAAD ai Critics’ Choice ai Satellite (del resto cos’altro ci si poteva aspettare da una serie che ha avuto più spettatori in assoluto nella storia delle Netflix Original Series, che comprendono House of Cards e Arrested Development?).

E quello del realismo è solo il primo punto di una lunga, lunga lista. Nella società in cui viviamo siamo spinti a credere che la vita di una persona corra tutta su una serie infinita di sistemi binari. Religiosa o atea. Gay o etero. Buona o cattiva. Continui aut aut che implicano l’idea che viviamo un’esistenza di assoluti, quando in realtà tutti, bene o male, caschiamo da qualche parte su uno spettro in qualsiasi ambito della nostra vita. L’eccezionalità di OITNB è mostrarci questo spettro, e questo gruppo straordinario di donne (e uomini) che ci vivono dentro.

  • Sessualità
    Questa serie è una delle prime nella mia lunga storia di telefilm addicted a centrare appieno l’idea che la sessualità non sia nera o bianca, ma uno spettro. Piper stessa, quando rivela alla sua famiglia della sua precedente relazione con Alex e tutti ovviamente le piombano addosso chiedendole, «Ma quindi all’epoca eri gay?», o, «Ma adesso sei etero? Se la incontri torni gay?», dice una frase semplice, ma fondamentale, e che ancora molti faticano a capire. «You don’t just turn gay. You fall somewhere on a spectrum, like on a Kinsey scale». La scala Kinsey va da 0 a 6, dove 0 è completamente eterosessuale e 6 completamente omosessuale, ma non dimentica tutte le diverse sfaccettature che ci sono in mezzo. E OITNB non se ne dimentica, anzi, lo rappresenta ancora e ancora nei suoi episodi, presentandoci tante donne diverse.
    Piper, in primo luogo, che ha avuto storie serie con entrambi i sessi ma che preferisce non identificarsi, perché in fondo ancora un po’ insicura su chi sia; Alex, la sua ex ragazza, affascinante e al contrario estremamente sicura della sua sessualità. Nicki, uno dei personaggi preferiti della serie, lesbica e sarcastica, e come lei Big Boo. C’è anche la mia preferita, Poussey, che fuori dalla prigione stava con una ragazza che ha dovuto lasciare, una volta che la relazione è uscita allo scoperto, e che dentro a Litchfield ha questo amore non corrisposto e a tratti straziante per Taystee, la sua migliore amica. Senza contare che tutte queste donne sono interpretate da persone veramente membri della comunità LGBT: Samira Wiley, per esempio, l’attrice che ha il ruolo di Poussey, è attualmente insieme ad una delle scrittrici della serie, Lauren Morelli.
  • Genere
    OITNB inonda di luce la generale ignoranza che c’è ancora in giro sulla ’T’ di LGBT attraverso Sophia, MtF interpretata da Laverne Cox, finita dietro le sbarre per una frode di carte di credito, che dispensa saggezza non solo alle sue compagne detenute, ma anche al pubblico a casa, con la sua sicurezza e il suo orgoglio, smantellando con ogni sua battuta il costrutto sociale del genere e i ruoli che le vengono attribuiti. Attraverso Sophia, OITNB aiuta ad abbattere lo stigma sociale che ancora aleggia attorno all’identità di genere, ed è onestamente uno dei pochi show a concentrarsi anche su questo tema.
    Senza contare la straordinaria bravura recitativa di Laverne, una delle leader per i diritti transgender, e la delicatezza con cui sia lei che lo show si avvicinano alla storia della transizione di Sophie, e al rapporto con la moglie e il figlio rimasti fuori.
  • Etnia
    Anche se Piper, la protagonista, è bianca, lo show è uno dei primi a presentare un cast ricco di donne di etnie diverse, non la solita unica amica nera o ispanica in un cast principalmente bianco messa lì «per la representation». Inoltre, se ben si guarda, Piper Chapman rappresenta un po’ il privilegio dei bianchi: diciamocelo, Piper è un personaggio che piace a ben pochi dei fan della serie (soprattutto nella prima stagione), e forse questo effetto è anche voluto dagli showrunners. Piper si sente sempre come se tutto le fosse dovuto. È irritante. E noi ci rendiamo conto del suo privilegio quando la mettiamo a confronto con altri personaggi, sia dentro che fuori Litchfield: le storie delle sue compagne detenute di colore, per esempio. È Piper stessa a capirlo, man mano che la serie va avanti: quando la sua amica va a trovarla e le racconta delle ultime mode in voga a Brooklyn, lei si ritrova davanti quanto frivola e inutile sia la realtà in cui è abituata a vivere, quanto Litchfield abbia cambiato la sua prospettiva su tutto.
    È grazie a questo cast così multietnico che OITNB riesce a mantenere un punto di vista unico sulla discriminazione e il privilegio di base etnica, generando infiniti spunti e riflessioni. A questo aggiungiamo la soddisfazione degli spettatori di vedersi tutti rappresentati in modo degno, al di là dei soliti stereotipi della sassy black woman o dell’asiatica intelligentona dai grandi occhiali.
  • Body standards
    Sappiamo tutti quali siano gli standard per i corpi femminili in televisione, e OITNB, ancora una volta, entra in un’area che ha delle norme ben precise e le distrugge. Non utilizza i corpi che non siano perfettamente magri come oggetto di derisione, come non desiderabili, come il peggiore male che possa capitare a una persona.
    Per esempio, la guardia carceraria Bennet, interpretata da Matt McGorry, molto tradizionalmente attraente, non si innamora di Maritza, una delle ispaniche che a detta delle altre assomiglia a Sofia Vergara, ma di Daya, che ha le sue forme, e non è esattamente il prototipo della ragazza magra. O ancora, quando il cliché è «la donna grassa che viene respinta dal suo interesse amoroso proprio perché è grassa», lo show ci offre Taystee, chiaramente sovrappeso, che rifiuta le attenzioni di Poussey. Senza contare Big Boo, che è un po’ l’amica di letto di tutta la prigione e che abbatte l’idea che le persone con più carne sulle ossa non dovrebbero nemmeno pensarci, al sesso.
    Inutile ripetere quanto i tipi di corpi che vediamo nei media che consumiamo influenzino anche il nostro modo di pensare, e quanto importante sia vederne di diversi. OITNB sta spianando la via a quella che si spera un giorno diventerà la normalità.
  • Moralità
    Ed è qui che OITNB dimostra di essere davvero incredibile. Ha una capacità unica di spingere il suo pubblico a questionare non solo la bussola morale dei personaggi, ma anche e soprattutto la propria. Pensiamoci. Tutti abbiamo una detenuta preferita, tutti riusciamo a provare empatia per le loro storie e le difficoltà che hanno dovuto affrontare, ma teoricamente loro dovrebbero essere quelle «cattive». Sono o non sono in prigione? E allora cominciamo a chiederci cosa voglia dire davvero essere «cattivi». Si è cattivi e basta, o può capitare di cominciare con buone intenzioni e finire completamente su un’altra strada? C’è qualcuno di completamente buono? Tra le detenute di Litchfield c’è anche una suora! E la prigione serve davvero a correggerle? Insomma, OITNB non è uno show da vedere passivamente, anzi. Se per la fine di una puntata non siamo pieni di domande e questioni di cui discutere per ore, forse è il caso di fare un rewatch.

Tutto questo per dire quanto straordinario sia Orange Is The New Black. E quanto i suoi temi siano universali, sebbene il cast sia composto quasi esclusivamente da donne. Questo non è uno show per donne. È uno show per esseri umani, e gli uomini non dovrebbero essere spaventati dall’alta presenza femminile (come invece ho letto su Internet). Volete altri buoni motivi per restare?
Prima di tutto, la sceneggiatura. Dialoghi intelligenti, battute divertenti senza essere banali, discussioni profonde, storie toccanti. In secondo luogo, è un’accurata rappresentazione sia di come funzionino le vere amicizie tra donne (perché non è che si parli tutto il tempo di vestiti e borse e uomini), le vere relazioni amorose tra donne, e di quanto le donne possano essere terribili tanto quanto gli uomini. In fondo, siamo in una prigione, e se le protagoniste sono dietro le sbarre è perché hanno fatto qualcosa contro la legge, esattamente come un detenuto uomo (e quindi nei flashback vediamo di tutto, da rapine a risse a scontri per la droga). E infine ha dei personaggi maschili onesti e ben costruiti: le tre guardie principali di Litchfield, che sono stati sviluppati col passare delle stagioni esattamente come gli altri personaggi, e si sono lasciati anche loro alle spalle qualsiasi stereotipo e archetipo.

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Insomma, OITNB è uno show per tutti, una perla che non andrebbe persa. È uno show femminista che non si glorifica del proprio femminismo, perché è troppo impegnato a raccontare le sue storie; è uno show che passa senza problemi il test di Bechdel, ma senza spiattellartelo davanti; è soprattutto uno show che capisce che la vita è un gran casino, e la racconta senza vergogna e senza freni, con tutti i suoi difetti e i suoi momenti di follia.
C’è un motivo per cui si salta sulla sedia appena si sentono le prime note della bellissima ‘You’ve Got Time‘, la sigla di apertura scritta apposta da Regina Spektor, e lo si può riassumere nelle parole della divina Laverne Cox, «A me, in quanto donna, che pensa a come le donne sono rappresentate nel nostro show, piace pensare al nostro pubblico. Mi piace pensare alla varietà di persone che mi fermano per strada. Non ci sono tanti show dove hai Asiatiche, Latine, Mediorientali, nere, bianche, gay, etero, trans, uomini, uomini gay e uomini etero tutti a seguire ogni puntata. Tutti stanno guardando il nostro show. È come un negozio Benetton sotto acidi. Le persone che mi fermano e che amano alla follia il nostro show sono prova della diversità del nostro cast, e di che cosa significhi raccontare storie in cui le persone possano davvero identificarsi. E penso che il nostro pubblico sia non solo entusiasta, ma riesca a vedersi in modi che sono sorprendenti, e modi con cui riescono davvero a stabilire un legame. Tutti sono degli esseri umani complicati, tutti sono forti e deboli e divertenti e spaventati, e noi abbiamo tutto il ventaglio delle emozioni in queste donne. Vediamo queste donne meravigliosamente complicate, forti, vulnerabili, spaventate, che alla fine vogliono solo supportarsi l’un l’altra. Penso al #YesAllWomen e alla cultura della misoginia. Abbiamo tanti posti in cui celebriamo le donne, sì, ma alla fine la nostra cultura è misogina. Lo è e basta. E quindi è davvero fantastico avere uno show che possa celebrare le donne e la nostra diversità. È rivoluzionario.»

Orange Is The New Black è uno show rivoluzionario. È uno show di tutti, per tutti. È uno show per esseri umani, che esplora davvero che cosa significhi essere umani. E quindi, fatevi un favore: recuperatelo in una gloriosa seduta di binge-watching, se ancora non siete in pari, e godetevi la terza stagione.

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