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Cinzia di Leo Ortolani: pensavo di no e invece…
Dark Light

Cinzia di Leo Ortolani: pensavo di no e invece…

Davide Genco

È il 1997 e io sono a una delle mie prime fiere del fumetto, a Milano. Incrocio in uno stand un giovane Leo Ortolani che mi disegna il suo personaggio di punta, tale Rat-Man.

Qualche anno dopo vanto una discreta collezione di Rat-Man sulla mensola, complice la migliore distribuzione da parte di Marvel Italia. Ogni tanto scrivo delle mail a Ortolani per chiedergli consigli sul disegno e lui risponde sempre privatamente, puntuale e gentilissimo.
Poi gli anni passano e Rat-Man lo perdo un po’ di vista, ma quando capita continuo a seguire la produzione di colui che senza dubbio è uno dei migliori fumettisti italiani per stile e capacità narrativa.

Sia messo agli atti che non scrivo balle

Succede però che in tutto questo tempo anche il mio filtro sul mondo cambi un po’. Sapete com’è, si fanno esperienze, si conoscono altri artisti, ci si informa sulle cose. Cresci tu, insomma, e cambia anche il contesto culturale. Come dico sempre, se così non fosse staremmo ancora a guardare western con gli indiani cattivi o ad apostrofare le donne come il protagonista de “Il Tropico del Cancro”.

Prendendo in mano alcuni lavori di Leo mi accorgo che, insomma, qualcosa comincia a darmi fastidio. Scorgo un velo di misoginia tipicamente nerd in alcune battute (mi ricordo ancora come Rey venisse “incolpata” di non essere sexy nella sua recensione de “Il risveglio della forza”), molte gag sulla paura di sembrare gay, articoli maschili per connotare persone transgender M to F. Scivoloni che posso anche arrivare a comprendere nel contesto triviale di vignette disegnate da un autore etero cisgender, ma che mi lasciano comunque l’amaro in bocca perché caspita, sarebbe bastato un po’ più di approfondimento sul tema per non perdere l’occasione di far ridere tutti e non solo una fetta di pubblico, considerato che il migliore Ortolani sa molto bene come far ridere. Non si tratta qui di essere politically correct (termine ombrello che non significa nulla, nonché tipicamente usato da chi non vuole prendere atto che la società evolve e richiede anche a chi racconta di fare lo stesso col linguaggio), ma di rispettare le sensibilità di chi ti legge. E qui arriviamo a “Cinzia”.

Cinzia Otherside è nata nei primi numeri di Rat-Man come il più classico degli stereotiponi sulle persone trans: senza girarci attorno, gran parte delle gag si basavano sul fatto che fosse una “donna, ma col pisello lungo”, continuamente rifiutata dal protagonista.
Per questo motivo, quando ho scoperto che Leo avrebbe dedicato il suo primo graphic novel al personaggio sono un po’ rabbrividito, ma ho voluto comunque dargli una chance. Questo perché la critica non la si dovrebbe fare con i pregiudizi (pratica troppo comune soprattutto in Rete) per quanto motivati, perché non ho avuto modo di seguire l’evoluzione del personaggio nella serie regolare di Rat-Man e perché il fatto che le persone abbiano detto delle sciocchezze non dovrebbe essere una condanna a vita, se riconoscono l’errore.

“Guarda Davide, su questo sento di darti ragione”

Ma quindi questo “Cinzia”, edito da Bao Publishing, com’è? Beh, è un buon fumetto che dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, che fare ricerca è sempre meglio che non farne quando si sviluppa un progetto. Ortolani stavolta si è infatti documentato, ottenendo anche l’approvazione del MIT (Movimento Identità Trans). E la cosa si vede piuttosto bene nel modo in cui maneggia l’argomento.
La felice intuizione narrativa è quella di inserire Cinzia al centro di una commedia romantica, con tutti i topos del genere: il colpo di fulmine, gli escamotage per conquistare l’amato, gli equivoci, l’amica pasticciona. In questo modo il pubblico viene catapultato in una dimensione dalle dinamiche molto familiari, ma declinate in chiave trans, con tutte le implicazioni che questo comporta. E sì, anche se all’inizio pensavo che l’autore non ci avrebbe posto attenzione, anche la distinzione fra orientamento sessuale e identità di genere è efficacemente restituita in un bel finale tutt’altro che telefonato.

Cinzia diventa in questo graphic novel un personaggio tridimensionale, raccontata in quanto persona e non in quanto stereotipo, con delle vette poetiche nei momenti in cui Ortolani usa la metafora della “macchia scura” per descrivere come si sente la protagonista quando attraversa gli sguardi della folla. Una soluzione anche stilistica di restituzione della silhouette che mi ha un po’ ricordato come quel fenomeno di David Mazzucchelli tratteggiava le sagome dei due amanti di “Asterios Polyp” man mano che il litigio li allontanava.

Gente che i fumetti li sa fare.

E rispetto allo stile, ci troviamo davanti al più classico Ortolani: scimmiette antropomorfe restituite nel solito sintetico ma efficace gioco di chiaroscuro che guarda un po’ ai cartoon e un po’ a Jack “King” Kirby.

Per quanto riguarda invece le cose che mi hanno fatto ancora storcere il naso, ho trovato la reiterata ironia sulle sigle LGBT+ un po’ facilona e non poche perplessità me le ha destate la scelta di rappresentare gli Intersessuali come il Mostro della Laguna.

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Proprio questi ultimi spunti portano alle due domande fondamentali poste dal graphic novel “Cinzia”:

  1. Può un autore raccontare una categoria alla quale lui non appartiene?
  2. Può un autore scherzare su una categoria alla quale lui non appartiene?

Io do queste risposte:

  1. Si, può assolutamente se fa ricerca, ed è anzi una cosa che può arricchire sia l’autore, sia il fruitore dell’opera, sia la categoria interessata.
  2. Qui la cosa si fa più complessa, perché dipende dai contenuti e dalla modalità.

    Rispetto ai contenuti, dire no a priori evoca quella cosa molto brutta che si chiama “censura”. Ogni autore dovrebbe essere libero di prendersi le responsabilità di quello che realizza e poi eventualmente essere criticato solo in un secondo momento e con cognizione di causa: se l’opera interessata sarà poi effettivamente giudicata offensiva, sarà comunque servito come dibattito per far crescere la consapevolezza sul tema.
    Rispetto alla modalità, si può far ridere in molti modi. È decisamente inopportuno ridere di una minoranza. Ma potrebbe essere invece divertente ad esempio ridere del rapporto fra l’autore e la minoranza, se questo diventa un modo per portare tutti a essere più consapevoli delle proprie piccole fobie e a correggerle. So comunque per certo che molta gente appartenente alla comunità LGBT+ si è divertita parecchio con questo fumetto.

Insomma, io guardo ai risultati e vedo in “Cinzia” un’occasione sfruttata, grazie alla quale è possibile empatizzare con una categoria in precedenza non rappresentata correttamente dall’autore stesso: il che è ancora più efficace, perché in un certo senso “costringe” anche i fan di Ortolani a doversi confrontare col fatto che quel personaggio buono per delle gag è diventato una persona. Quindi: non pensavo, ma lavoro promosso. Spero che Leo non fermi qui la sua presa di consapevolezza – anche perché sulla sua rappresentazione delle donne c’è molto da migliorare – ma direi che quel disegno del ‘97 può ancora rimanere incorniciato nella mia cucina.

Piuttosto, voi che ne pensate?

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