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Climax: il film di Gaspar Noè che danza tra vita, morte, violenza e sesso
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Climax: il film di Gaspar Noè che danza tra vita, morte, violenza e sesso

Redazione
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Articolo di Marvi Santamaria

Anno 1996. Un gruppo di giovani ballerini francesi viene ingaggiato per preparare uno spettacolo da portare in America e perciò si radunano in un college abbandonato fuori Parigi per tre giorni intensissimi di prove. Al centro del lungometraggio, il party conclusivo delle prove, durante il quale i ballerini scoprono che qualcuno ha drogato la loro sangria con dosi massicce di LSD.

Questa la trama di Climax, l’ultimo film di Gaspar Noè, che ha dichiarato di essersi ispirato a una storia vera. Presentato al Festival di Cannes, il film è uscito in Italia il 13 giugno.

Girato in soli quindici giorni, tutti i dialoghi di Climax sono stati improvvisati dagli attori stessi e solo alcune righe del lungometraggio sono state scritte. Sapendo ciò, gli eventi del film si rivelano, per quanto possibile, ancora più scioccanti.

Climax è un film che ha due false partenze, un inizio che sembra già la fine e una fine che arriva quando credi di aver solo superato l’antipasto. Comincia con una scena in esterno dalla fotografia suggestiva: una piana di neve bianca sconfinata, la camera sorvola dall’alto e identifica un puntino scuro che si muove, una donna si dimena a terra e avanza strisciando. Lascia una scia di sangue nel candore della neve. Da subito ci rendiamo conto che deve essere accaduto qualcosa di orribile. Poco dopo partono quelli che sembrano già i titoli di coda.

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Ora, prendiamo un gruppo di giovani, dai background diversi, nel pieno della loro ambizione e delle loro pulsioni sessuali. Chiudiamoli per tre giorni in un posto sperduto, dove non prendono i cellulari. Droghiamoli. Come pensate andrà a finire?

La vita, il sesso e la morte

Gli indizi ci sono già tutti all’inizio del film, nei videotape di intervista che ci presentano i personaggi. Le domande toccano le loro paure più profonde, le massime di vita, le preferenze sessuali. “Sei pronto a tutto?”, viene chiesto a ognuno di loro, mentre noi ci chiediamo il perché di una domanda del genere. Vita, sesso, morte: i tre ingredienti principali del film vengono inseriti nel mixer impazzito di Climax e fatti danzare pericolosamente tra loro.

Mi ha colpita in particolare lo scambio di battute tra due ballerini, Cyborg e Rocco, che scherzano tra loro sulle dimensioni del loro pene e fantasticano di fare sesso anale – uno stupro da consumare rigorosamente senza lubrificante, specificano – con altre ballerine del gruppo. Nel videotape Cyborg, alla domanda se avesse mai fatto uso di droghe, aveva risposto: “No drugs. I’m more into girls”, (“Niente droghe, sono più interessato alle ragazze”). Rocco invece racconta di far solitamente coppia con Cyborg nell’adescare le ragazze: “E i ragazzi?”, chiede la voce fuori campo, lui sorride con imbarazzo: “Ragazzi… dipende”. La tensione sessuale è una costante di questo film e viene perfettamente tradotta dalle immagini, nella danza lussureggiante dei protagonisti.

Quanto al tema della vita e della morte, è suggerito, tra le altre cose, dalle tre frasi inserite da Noè nel film come delle epigrafi: “La nascita è un’opportunità unica”, “La vita è impossibilità collettiva”, “La morte è un’esperienza straordinaria”.

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La maternità cis interpretata da una persona trans

Climax è anche un film che porta sullo schermo – involontariamente, come vedremo – alcune tematiche LGBT, attraverso la scelta del cast e dei personaggi. Tra le attrici-ballerine vi è ad esempio Claude-Emmanuelle Gajan-Maull, artista, dj, performer e attivista che nel 2015 ha iniziato il processo di transizione MtoF. In Climax, l’attrice interpreta Emmanuelle, una ballerina che ha avuto la pessima idea di portare suo figlio alle prove, quel bambino che aveva scelto di tenere nonostante i suoi sogni di carriera. Noè racconta che nello scegliere una persona trans per interpretare una madre non si è posto alcun problema: ha incontrato Claude e ha pensato che fosse una persona “divertente e fragile” e che era adatta a interpretare il ruolo di una “madre colpevole”. Quando l’inferno comincia, Emmanuelle chiude a chiave il figlio in uno sgabuzzino con un armadietto elettrico, dicendogli di non toccarlo per non morire. Quante probabilità ci sono di perdere una minuscola chiave, specialmente se si è sotto l’effetto di droghe? Quando tutti inizieranno a dire che il bambino si è “arrostito”, vediamo Emmanuelle disperarsi, ma non possiamo fare a meno di chiederci se avesse davvero calcolato il rischio per evitarlo o piuttosto sperato di liberarsi di suo figlio, come una Medea moderna.

Ma Climax sospende il giudizio su tutto. Si presenta piuttosto come un gioiellino perfettamente confezionato, nei virtuosismi della camera che riesce a passare da un lunghissimo piano sequenza a capovolgersi letteralmente a testa in giù, facendo vedere i personaggi sottosopra, come se gli effetti della droga non bastassero a confondere la realtà delle cose.

Il mondo sottosopra: violenza familiare e tensioni tra bianchi e neri

Cambiare prospettiva può rivelarsi sorprendente nel suo senso letterale, come prendere un barattolo di latta di cui non vedi il contenuto, agitarlo, aprire il coperchio e capovolgerlo per fargli vomitare fuori il contenuto, scoprendo che è un freak show che ci inorridisce ma (o proprio perché) ci riguarda profondamente.

Quando il mondo si capovolge, la gelosia e la possessività di un fratello verso una sorella ad esempio si traducono nel tentativo del fratello di stuprare la sorella, un evento che lascia intendere una storia di abuso familiare e di incesto che esiste già da prima che si ritrovassero lì dentro. Poi c’è il bullo del gruppo, David, un ragazzo bianco che all’inizio ridacchiava con un altro ballerino su quale ragazza “scoparsi” e che finisce pestato dal gruppo di ragazzi neri che lo insultano, minacciano di circonciderlo e infine, mentre è inerme a terra, gli disegnano in fronte con un rossetto un simbolo che sembra una svastica.

Vedendo come ogni personaggio tiri fuori i propri lati peggiori, viene da chiedersi: e se la sangria in realtà non fosse stata drogata e si trattasse di una follia collettiva inscenata solo per permettere a tutti di sfogare le loro pulsioni e frustrazioni?
 

L’eterogeneità (non voluta) del cast di Climax

Noè afferma che nel creare il cast non aveva in mente un rapporto numerico di uomini, donne o persone trans né che background dovessero avere: gli interessava solo che fossero bravi danzatori e avessero carisma sullo schermo. Il cast di 23 personaggi è composto da attori non professionisti (a parte Sofia Boutella), ballerini talentuosi raccolti dalle ballroom, nelle battle e su Internet, ed è proprio partendo dagli attori che Noè ha scritto i personaggi, una volta chiuso il cast. A ogni attore è stato chiesto che nome volesse dare al proprio personaggio e che passioni, sogni e inclinazioni sessuali volesse avere.

Al quotidiano britannico The Independent, il regista ha dichiarato che non c’era intenzione da parte sua nel trasmettere un messaggio specifico:

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In Climax ci sono tutti i tipi di colore della pelle, genere, preferenze sessuali, ma non mi interessava, ho scelto i miei ballerini preferiti. In America, se inserisci in un film qualcuno che è di una comunità devi dare un messaggio per questa comunità o esserne parte. Nel mio film i personaggi sono tutti buone e cattive persone, non c’è un personaggio che è più “morale” di altri; sono solo animali, in pericolo. Non c’è un discorso sulle community nei miei film.

La rappresentazione umana variegata in Climax – del tutto involontaria quindi da parte del regista – ha il suo momento migliore nella prima lunga sequenza del film, che è anche quella piena di positività ed energia. Noè afferma:

Ti mette in un mood positivo, ti viene da ubriacarti e ballare con loro e la prima parte di Climax riguarda la gioia di vivere. Ma la seconda parte è sull’incubo di vivere. Sono ateo, non credo nella vita dopo la morte, ma credo che paradiso e inferno esistano. Essi sono qui, adesso, e io volevo ritrarre il meglio e il peggio dell’esperienza umana.

Nella coreografia iniziale – l’unica parte scritta del film – tutti i ballerini sono in scena, con momenti di assolo in cui possono far esplodere le loro capacità fisiche ed espressive, e altri in cui il gruppo torna ad aggregarsi come attirato in un campo magnetico e si muove come un corpo solo, il “corpo di ballo” nel vero senso della parola, una creatura pluri-cefala che si muove nello spazio con decine di braccia e gambe, si contrae e si espande come un unico blocco di materia vivente. Lembi di carne nuda e libera, agghindata da minigonne, tacchi a spillo o stivali a coscia alta, top con lustrini, capelli al vento o rasati, nessun make-up o trucco appariscente, tutto ciò al di là del genere e dell’orientamento precostituito. È espressione di sé nel mondo, a briglia sciolta. E a contribuire a dare questo effetto di unione e solidarietà è proprio la danza.

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Il dj di questo party è Kiddy Smile, dj attivo nella scena militante LGBT francese e che nel film è chiamato “Daddy”: un gigante buono queer, che viene visto come una figura appunto paterna e rassicurante da alcuni personaggi, ma che nel circo degli orrori perderà la testa, sciogliendo una chioma di lunghi capelli biondi con cui si avvilupperà il volto come per soffocarsi, mentre danza estatico.

L’amore (non solo la droga) rende folli

In Climax ogni tentativo di amare è violenza e il rapporto con l’altro si dà nella dimensione della violenza. L’amore però può anche salvare e in Climax è, in questo senso, mostrato come energia che muove i personaggi gli uni verso gli altri. A vivere questa energia è l’unico personaggio che non ha un capovolgimento negativo. Si tratta di Selva, una Sofia Boutella in stato di grazia, che è anche il nostro punto di vista nel film e che sembra l’unica dotata di sensibilità e lucidità del gruppo, anche mentre l’LSD comincia a farle sentire i suoi effetti devastanti.

I temi rappresentati in Climax – sessismo, violenza, abusi – mi hanno fatto riflettere. Il film è volutamente disturbante e ghiaccia il sangue ascoltare i dialoghi iniziali e assistere poi a certe scene nel film. Sembra come se tutto fosse premeditato, con un collegamento chiaro tra la violenza delle parole e la violenza delle azioni. Quello che appare inizialmente come un safe space è diventato prima un manicomio e infine un cimitero. Qualcosa nel film – e nel mondo – è quindi andato storto, e probabilmente l’LSD non c’entra nulla.

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