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Colette e la libertà delle donne di (non) avere figli

Colette e la libertà delle donne di (non) avere figli

Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette, è stata una scrittrice e attrice teatrale francese, considerata una delle personalità più influenti della prima metà del Ventesimo secolo. Le sue professioni hanno spaziato dal campo artistico a quello commerciale, poiché è stata anche autrice e critica teatrale e cinematografica, giornalista e caporedattrice, sceneggiatrice, estetista e commerciante di cosmetici. Fu più volte al centro di quelli che per l’epoca furono considerati scandali: basti pensare che ebbe tre mariti e un amante, oltre a relazioni sentimentali con alcuni personaggi noti della società francese di ambo i generi e di ogni età.

Dopo tale presentazione potrebbe dunque stupire il fatto che Colette disprezzasse i movimenti femministi della sua epoca, come raccontato da Judith Truman nel libro Una vita di Colette. I segreti della carne, .“Femminista io? Starà scherzando” avrebbe risposto Colette ad un intervistatore che, nel 1910, le chiese se si considerasse femminista. “Le suffragette mi fanno schifo. E se a qualche francese salta in testa di imitarle, spero che le facciano capire che comportamenti del genere in Francia non sono tollerati”. Ciononostante, le sua vita e le sue opere letterarie viste con gli occhi di oggi sono, senza dubbio, la testimonianza di una donna libera, anticonformista ed emancipata, che sfidò le convenzioni e restrizioni morali e che contribuì a rompere alcuni tabù femminili già a partire dalla sua prima creazione letteraria, il personaggio di Claudine e la sua fortunata serie che, nei primi anni del Ventesimo secolo, suscitò grande scalpore per i temi trattati, al tempo giudicati scabrosi. Come ricordato da Carlo Bo in Introduzione a Colette, Claudine a scuola: “[Senza saperlo, Colette aveva creato] una delle immagini più celebrate della donna che si vuole libera e padrona dei propri istinti”.

Corrispondente dal fronte della Prima guerra mondiale, fu anche attrice di teatro e, dopo aver divorziato, baronessa di Jouvenel sposando un tale Henry, anche lui divorziato e con un figlio. Insieme metteranno al mondo una bambina che chiameranno Colette (come la madre), ma sarà per tutti Bel-Gazou (“bel cinguettio” in provenzale).
In realtà, nessuna delle trasgressioni di Colette mi ha colpita tanto quanto un aspetto, come ha più volte ammesso in Ma chérie. Lettere con la figlia 1916-1953, Colette è stata una pessima madre. Immediatamente spedita in campagna e affidata a una (odiatissima) governante inglese, Colette/Bel-Gazou trascorse infatti un’infanzia di disperate lontananze: la madre, continuamente cercata, faceva di tutto per negarsi con estrema consapevolezza.
La figura di ‘Colette madre’ è estremamente attuale: oggi la maternità è – o vorrebbe essere -, prima ancora che giudicabile, oggetto di una scelta, influenzata tanto dalle condizioni personali di chi la compie, quanto dai contesti in cui avviene.

Non tuttə si vedono nel ruolo di madri e questo, lo sappiamo bene, in un Paese dalla forte connotazione religiosa (nonostante lo spergiuro d’essere uno Stato laico) non è mai stato facile da accettare. Non tuttə sono interessatə ad avere maggiori responsabilità e a prendersi cura di qualcun altrə. L’idea di poterlo diventare, un giorno, fa venire il panico. Poi ci sono le vite deə nostrə coetaneə, già genitorə, che vediamo un po’ come spezzate. Sappiamo che c’era chi voleva fare di tutto, voleva girare il mondo, voleva creare, voleva sperimentare… e ad un certo punto ha cominciato a pensare che forse fosse giusto sposarsi, fare figli, trovare la stabilità. E noi, invece, abbiamo paura di scoprire che la stabilità ci sta stretta.

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C’è poi Colette che si sente una cattiva madre, in preda a stati d’animo alterni e alla sensazione di essere fagocitata dal nuovo ruolo. Serena Ballista, formatrice, scrittrice e attivista femminista modenese, ha spiegato nel suo libro Cattiva madre (2017, Giraldi Editore): “I primi mesi con la mia bambina sono stati anche quelli di un’esperienza di allattamento molto gratificante. Ma non nego di aver provato una grandissima solitudine, di aver sentito spesso che la maternità mi stava privando di qualcosa. Pur nel mezzo del forte innamoramento che provavo per lei, i momenti di sconforto e noia non mancavano. In questo senso, il libro è nato da un innesto esplosivo tra vita e scrittura, consentendomi di accettare quella cattiva madre che era in me, di scendere a patti con lei e darle cittadinanza”.
I racconti di Serena, così come quelli di Colette, devono essere visti come un atto di denuncia verso i canoni ai quali le donne e le madri sembrano doversi conformare per essere considerate tali o all’altezza: storie come rivendicazioni, un modo per dire che sono madri con desideri, miserie e fragilità che trascendono la maternità. Ora come allora sembrano esortarci a capire che, naturalmente, la ‘cattiva madre’ deve fare il suo debutto in società e che l’ambivalenza del materno deve entrare nel dibattito pubblico e occupare, finalmente, il suo posto nel mondo.

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