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Cos’ho imparato dal vivere quattro mesi in un college americano gay-friendly
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Cos’ho imparato dal vivere quattro mesi in un college americano gay-friendly

Redazione

Scritto da Rachele Salvini

Posso affermare con una certa sicurezza di essermi sempre circondata di studenti più o meno di sinistra. Spesso borghesi. A volte no.
Vengo da Livorno, città nota per la sua presunta apertura mentale: città rossa, si dice. Aver trascorso un periodo come studentessa Erasmus nel Nord Europa mi aveva convinto ancora di più di sapere cosa volesse dire vivere in un ambiente multiculturale e aperto.
Nulla, però, mi aveva preparato al Sarah Lawrence College di New York, uno dei college più gay-friendly degli USA, oltre che il più caro e, soprattutto, specializzato in arti liberali. Insomma, ero pronta ad aspettarmi un bel quadretto, ero emozionata ed eccitatissima. Da ignara studentessa di lingue, non avevo mai approfondito gli studi di genere e mi ero sempre rapportata alla diversità nel modo aperto di chi, quella diversità, non l’aveva mai vista coi propri occhi: Livorno è una città importante in Toscana, ma, nonostante la presunta mentalità aperta a cui accennavo poco fa, di gay, lesbiche e transessuali se ne vedono pochi. Ecco perché approdare al Sarah Lawrence mi ha cambiato la vita.

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I miei amici di sinistra dicono che ci sono tanti argomenti più importanti, in un momento come quello che sta passando ora l’Italia, che l’utero in affitto o le unioni civili. Dicono che a loro va bene, che non hanno niente in contrario, ma che certe cose possono aspettare rispetto ad altre più urgenti.
Io alzo le spalle. Forse è vero. Non lo so. A volte mi vengono in mente i miei compagni di college, che organizzavano proteste per chiedere bagni privi di divisioni di genere. Come studentessa dell’Università di Firenze, la mia prima reazione davanti ad una protesta per avere bagni a generi neutrali fu quella di sgranare gli occhi, perché da noi non funziona l’organizzazione delle lezioni, quindi figuriamocise possiamo pretendere bagni rispettosi dell’identità sessuale di tutti.
Ma non è questo il punto. Il punto è, a prescindere dai capricci o dalle volontà di un gruppo di studenti di arte super ricchi e molto hipster, che non sono solo i diciottenni a pretendere il rispetto dei propri generi sessuali. Quando mi sono seduta alla prima lezione di letteratura inglese, in una deliziosa baita nel bel mezzo del campus, un professore dall’incredibile somiglianza con Jude Law ci ha accolto domandandoci il nostro nome, il nostro anno di studio e il pronome a cui desideravamo essere associati.

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Immaginate i miei compagni di corso snocciolare uno dopo l’altro i loro pronomi mentre io, presa dal panico, non avevo idea del significato della domanda. A rigor di logica, io ero e mi sentivo una donna, quindi dovevo sentirmi associata al pronome she, no? Ok. Sì, mi dissi. Avevo ragione – ma nessuno mi aveva mai fatto una domanda del genere prima di allora.
Insomma, ancora non ero consapevole che di lì a poco, in Svezia, avrebbero annunciato l’introduzione di un nuovo pronome che potesse identificare chi non si sentisse associato col genere maschile né col genere femminile. E che quella di usare il they per riferirsi ad una persona singola di genere “neutrale” o non identificato, era una pratica già nota e diffusa in alcune aree degli Stati Uniti. Non ne avevo idea.
In altre parole, nonostante quello che pensavo fosse un background pronto a tutto, fatto di solide certezze e apertura mentale, mi son ritrovata a sentirmi come una provincialotta appena approdata in un mondo totalmente e incredibilmente nuovo.

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Non posso negare di aver girato per il campus, per tutto il primo mese, domandandomi spesso di che sesso fossero gli studenti che mi circondavano. Nel mio cervello, il mio non era un modo di inquadrarli in categorie precise e ben definite – era pura e semplice curiosità. Provare ad immaginare certi studenti (dai tratti, nomi e timbri vocali che non mi aiutavano affatto nell’identificazione del loro sesso di partenza) in un ambiente come la mia piccola Livorno era semplicemente assurdo. Sarebbero stati considerati dei veri e propri casi umani.
Ciononostante, dopo un mese cominciai a girare per il campus senza farmi più domande. Non me le facevo più perché mi ero abituata, o, forse, perché avevo capito (o quantomeno assimilato) qualcosa di molto più importante: che certe cose sono importanti o hanno senso solo se noi glielo diamo. Lo so che sembra una stupidaggine, ma è vero. Da quando sono tornata dal mio periodo in questo piccolo grande college newyorkese, ho smesso di essere ossessionata dalla depilazione e ho cominciato a capire che quelle piccole smagliature e ferite sul mio corpo non erano imperfezioni da nascondere, di cui vergognarmi e da coprire davanti al mio ragazzo. Erano quasi tratti della mia personalità. Del mio specifico modo di essere. Quasi quasi, tanto per sfondare nella retorica, raccontavano la mia storia. Erano parti di me. Sì, esatto, dovevo amare tutti quei “difetti” che vediamo banalmente spianati e sotterrati sulle patinate copertine dei giornali.

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Le mie compagne americane, invece, si rasavano i capelli, si lasciavano crescere i peli sotto le braccia e sulle gambe, andavano in giro con le pance di fuori anche se palesemente in sovrappeso. I maschi eterosessuali chiedevano in prestito, senza vergogna, i miei leggings stampati con le fantasie di Roy Lichtenstein. E poi c’erano mille ragazze di nome Sarah trasformate in Thomas e tantissimi Thomas trasformati in Sarah. O Sarah e Thomas che avevano scelto un nome neutrale come Andy o Alex.
Al Sarah Lawrence College ho scoperto che anche nelle cose più piccole occorre avere coraggio. Ho scoperto cosa significa amare il proprio corpo e fare di tutto per sentirsi a proprio agio con se stessi. Non dico che gli studenti non avessero difetti e che certi bigottismi della mentalità americana non serpeggiassero, spesso e volentieri, tra le mura di quel college tanto aperto e tollerante. Però è vero, che il Sarah Lawrence College mi ha cambiato la vita. In un modo o in un altro. E sono sicura che, per molti versi, anche una città dalla mentalità provincialotta come Livorno aprirà le proprie porte al cambiamento. Insieme a tutte le città italiane. Passo dopo passo.

Leggi i commenti (4)
  • Che bell’esperienza, magari potesse capitarmi (“potesse capitarmi” AKA sono povera in canna since 1996, già)!
    Mi piacerebbe ci fosse qualcosa di SIMILE, anche solo, in Italia…

    • Cara Anna, è stata la sede del Sarah Lawrence College a Firenze a richiedere alla sede newyorkese di offrire una borsa di studio per uno studente presso l’Università di Firenze… sono stata fortunata e mi sono impegnata per ottenerla, a volte le cose belle succedono anche senza potersele permettee 🙂

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