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Come parlare della comunità LGBTQIA+: una guida al linguaggio
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Come parlare della comunità LGBTQIA+: una guida al linguaggio

Redazione
Articolo di Alessandra Vescio e Biancamaria Furci

Se il ruolo dei media è quello di raccontare e interpretare la realtà, l’utilizzo accurato e rispettoso delle parole risulta necessario. È attraverso i giornali, le radio e la TV infatti che apprendiamo informazioni ed eventi e un’interpretazione tendenziosa o superficiale può contribuire a formare opinioni distorte e nocive. Un esempio evidente di ciò è quello che succede quando si parla della comunità LGBTQIA+: ogni volta che si utilizza un termine inappropriato e un vocabolario scorretto, non soltanto si cancellano e si calpestano vite e identità, ma si alimenta un circolo vizioso per cui quelle parole e quei significati violenti continueranno a essere ripresi e utilizzati. Per questo motivo, abbiamo deciso di creare una guida al linguaggio per parlare della comunità LGBTQIA+, affinché chiunque la voglia raccontare abbia gli strumenti per farlo.

1. Differenza tra sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale, espressione di genere

Partiamo dalle nozioni di base. Spesso si fa confusione tra sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale, espressione di genere. Proviamo a spiegare la differenza. Il sesso è l’insieme delle caratteristiche fisiche, biologiche, ormonali, anatomiche che caratterizzano una persona. Il genere è un costrutto sociale e si manifesta nel ruolo di genere e nell’identità di genere. Il ruolo di genere è l’insieme di comportamenti e caratteristiche che la società si aspetta da una persona a cui alla nascita viene assegnato un determinato sesso. Un esempio è quello che vuole le donne più inclini ai lavori di cura e gli uomini più adatti ai lavori manuali. L’identità di genere, invece, è la percezione che ciascuna persona ha di sé e il proprio rapporto col genere. Le persone con identità di genere cisgender percepiscono che il sesso a loro assegnato alla nascita e la loro identità di genere coincidono, mentre le persone con identità di genere transgender percepiscono una non corrispondenza tra la loro identità di genere e il sesso assegnato alla nascita. L’orientamento sessuale riguarda l’attrazione romantica e/o fisica che si può provare o non provare nei confronti di altre persone. L’espressione di genere, infine, è il modo in cui ci mostriamo al mondo e riguarda dunque l’estetica, l’aspetto che scegliamo di avere e/o con cui ci troviamo più a nostro agio. L’espressione di genere non dice nulla della nostra identità di genere, né tantomeno del nostro orientamento sessuale.

È importante ricordare, inoltre, che né il sesso né il genere sono sistemi binari e fissi, ma piuttosto spettri di possibilità e che il significato attribuito al genere e ai generi cambia in base al periodo storico e al luogo in cui viviamo.

2. Differenza tra outing e coming out

Altri due termini che spesso vengono confusi sono outing e coming out. “Coming out” è l’abbreviazione di “coming out of the closet”, ovvero “uscire fuori dall’armadio”. Con questa espressione si fa riferimento al momento in cui una persona decide di parlare del suo orientamento sessuale e/o della sua identità di genere con una o più persone. Il coming out non è legato a una specifica fase della vita, non esiste un tardi o un presto per farlo e soprattutto non è obbligatorio. È piuttosto frutto di un processo che si può scegliere di condividere o meno con altre persone. L’outing invece è una vera e propria forma di violenza che viene fatta quando una persona rivela l’identità di genere e/o l’orientamento sessuale di un’altra persona, senza aver ricevuto il consenso della persona di cui si sta parlando. Si tratta di una pratica che può avvenire in modi diversi, tra amici, in pubblico, in famiglia, a scuola, sul luogo di lavoro, e può costituire un pericolo per la persona direttamente interessata. È una mancanza di rispetto e una forma di oppressione.

3. Transgender o transessuale?

Spesso si legge il termine “transessuale”, parola ormai in disuso anche in ambito legislativo e terapeutico o medico. Definendo una persona come transessuale, infatti, si sta dicendo che è inserita in un percorso di riassegnazione sessuale, ovvero che procede con un iter legislativo e medico (ormonale e chirurgico) per effettuare una riconversione di genere. “Transgender” è un termine meno esclusivo, perché allude alla sfera dell’identità di genere e non è legato all’ambito legale, clinico e medico. Inoltre, può essere utilizzato per superare il binarismo di genere uomo/donna.

4. Il deadname

Il deadname (termine non molto amato da una parte delle persone trans*, per cui sarebbe più corretto parlare di “nome assegnato alla nascita”) è il nome inserito nei documenti all’atto di nascita. Quel nome viene sostituito dal nome di elezione, il nome scelto dalla persona che non si identifica più nel sesso attribuitole alla nascita. Il deadname non deve mai essere utilizzato. Non lo si condivide, non lo si scrive. Non si chiede a una persona trans* “come si chiamava prima” o “qual è il suo vero nome”. Il suo vero nome è quello scelto, sapere quello assegnato alla nascita è frutto solo di una pruriginosa e inutile curiosità. Può recare dolore alla persona trans* solo sentirlo pronunciare, può arrecarne molto il doverlo dire. Se indispensabile per fini legali o burocratici, va chiesto con molto tatto e mettendo a proprio agio l’altra persona. In ogni altro ambito, non serve saperlo. E soprattutto non serve scriverlo. Non è “dovere di cronaca”. Se ci si riferisce a una persona trans*, lo si farà sempre utilizzando il nome che quella persona ha scelto: il suo nome. Quel nome va rispettato e adottato sempre, anche se si tratta di una persona che abbiamo conosciuto prima che prendesse consapevolezza della propria identità.

5. Il rispetto dei pronomi

I pronomi che utilizziamo per descrivere una persona possono creare molto disagio quando vengono dedotti in maniera errata. I pronomi di una persona trans* sono sempre quelli riferiti all’identità di genere che vive. Non useremmo mai nella vita di tutti i giorni la frase “Laura ha seminato il basilico sul balcone, lui spera proprio che germogli”, se sappiamo che Laura è una nostra amica cisgender, quindi non ha senso farlo quando si parla di persone trans*. Nel caso di dubbi, e di persone non binarie, i pronomi possono essere chiesti. Sempre con garbo e tatto. Se non ci fosse la possibilità di chiederli, meglio non usarli ove possibile o usarne di neutri (la lingua è in evoluzione, come noi). Proprio per agevolare questo passaggio di mentalità, sarebbe utile che le persone cisgender indicassero i propri pronomi. Per smettere di “darli per scontati” quando si legge il nome di una persona o la si guarda in faccia e si presume il suo genere e per creare un contesto accogliente, in cui le persone trans* si sentano al sicuro nel condividere i propri pronomi.

6. Le frasi fatte contribuiscono allo stigma

Molto di frequente vengono utilizzate delle frasi fatte che spesso accomunano i racconti di persone trans*. Luoghi comuni e terminologie errate come “nato/a nel corpo sbagliato”, ”diventato/a uomo/donna”, “affetto/a da disforia di genere”, “ha deciso di diventare uomo/donna”, “ha cambiato sesso”, “prima era uomo/donna” sono dannosi e inutili per parlare delle persone trans*. Sono fortemente stigmatizzanti, oltre a contribuire a portare avanti quella narrazione del dolore che vuole il percorso di transizione come una condanna, un dolore inimmaginabile, una sofferenza continua che limita la vita. Chiariamo: a volte lo è, per molte persone essere trans* è doloroso. Ma non dovremmo mai parlare per tuttə, non dovremmo darlo per scontato, non dovremmo raccontare al posto loro. Ogni persona ha la sua storia, ne deve essere unica portavoce. Questo discorso vale anche per il contrario: non dovremmo dire a una persona trans* come sentirsi nei propri confronti, cosa percepire, come reagire, né desumere che sia un fatto della vita al pari di un taglio di capelli. Di nuovo: ascoltiamo le persone, diamo loro la possibilità di raccontarsi, arricchiamoci della pluralità degli interventi e delle singole situazioni.

7. Non citare identità e orientamenti se non concernono i fatti che stiamo raccontando

Non è assolutamente necessario citare l’identità di genere o l’orientamento sessuale di una persona quando il fatto raccontato non ha nulla a che vedere con questi aspetti. Non diremmo mai “Il signor Gigi con una voglia a forma di melanzana sulla gamba destra ha subito un furto in appartamento”, perciò è abbastanza irrilevante anche sapere che il signor Gigi, che ha subito un furto in appartamento, sia transgender o bisessuale o aromantico. Sono tutti aspetti che fanno parte di lui ma che non hanno alcuna attinenza con quanto riportato. Quando queste informazioni non sono in alcun modo legate ai fatti raccontati (o alle motivazioni dietro o ai risvolti della vicenda) indicarle è solo un modo poco onesto per rendere la notizia più interessante. Allo stesso modo, non ci si rivolge a persone conosciute indicando la loro identità di genere o il loro orientamento sessuale per identificarle: è più facile far capire chi è Paola se la si racconta come la compagna di università con il caschetto biondo, piuttosto che come “la ragazza trasngender” o “la ragazza lesbica”. Questi aspetti di una persona non sono segni distintivi da usare con leggerezza, non perché siano cose di cui vergognarsi ma perché la maggior parte delle volte non c’entrano nulla con il discorso.

8. Le identità di genere e gli orientamenti sessuali non sono sostantivi

Non si utilizzano identità di genere e orientamento sessuale come sostantivi. Mai. “Il transessuale/la lesbica/il bisessuale/il gay” sono tutti modi per rendere un aspetto della persona come caratterizzante e focalizzante dell’insieme. Non è così, è maleducato e poco rispettoso. A seconda del contesto in cui bisogna indicare queste caratteristiche, si utilizzeranno termini come “la persona/la ragazza/l’anziano/il fruttivendolo/la dirigente/il testimone/la cugina” seguiti poi dall’informazione che è necessario dare. Non diremmo mai “l’etero” per riferirci a un essere umano, quindi chiediamoci perché ci sentiamo a nostro agio a dire invece “l’omosessuale”. Le persone sono la somma delle loro caratteristiche e peculiarità, limitare la loro esistenza all’identità di genere o all’orientamento sessuale (quando questi non sono conformi alla maggioranza) è svilente e molto sciocco.

9. Non presumere identità o orientamenti né definire le relazioni

Strettamente correlato all’outing è il presumere identità e orientamenti senza che se ne abbia effettivamente la certezza o senza aver ricevuto l’autorizzazione per parlare di quel dato aspetto di una persona. Facciamo qualche esempio: una donna che ha una relazione con un’altra donna non è, per forza di cose, lesbica. Potrebbe infatti essere una donna bisessuale o pansessuale e attribuirle un orientamento che non le appartiene provocherebbe una cancellazione della sua identità. Allo stesso modo, le relazioni non possono essere definite in base all’orientamento delle persone che stanno all’interno di quella stessa relazione. Le famiglie omogenitoriali non sono famiglie gay, ad esempio, così come non sono coppie gay quelle composte da una donna transgender e un uomo cisgender.

10. Fare parte della comunità LGBTQIA+ non è una scelta né una malattia

Quando si leggono notizie su persone che fanno parte della comunità LGBTQIA+, spesso si trovano espressioni che riducono l’identità di una persona alla scelta o – peggio – alla malattia. Così come non si sceglie di essere eterosessuali e/o cisgender, non si sceglie di provare attrazione per persone del proprio stesso genere e/o di essere transgender, per esempio. Parlare di scelta implica parlare di volontà e di possibilità di intraprendere un’altra strada, una strada fatta di privilegi, per cui non si rischiano micro e macro aggressioni per il solo fatto di esistere. Se fosse davvero una scelta, probabilmente qualcunə sceglierebbe di non rischiare la vita tutte le volte che esce di casa. D’altro canto, quando non si parla di scelta spesso si descrivono le identità e gli orientamenti non eterocis come una malattia o una condanna, perché è ancora diffusa l’idea di un destino inappropriato, inopportuno, quando non del tutto deprecabile. Una percezione che nasce dallo stigma e dalla mancanza di conoscenza, che spesso i media scelgono di cavalcare e nutrire.

Vedi anche

11. La teoria gender (che non esiste)

Uno dei modi in cui si può favorire la permanenza dello stigma è parlare, oltre che di scelta e condanna, anche di indottrinamento. La cosiddetta “teoria gender” non esiste e non c’è alcuna strategia politica in atto che vuole condizionare né tantomeno sessualizzare bambine e bambini. Piuttosto, nell’ottica di farlə crescere davvero liberə di essere se stessə, capaci di rispettare ə altrə e di non lasciarsi influenzare da pregiudizi e stereotipi, è essenziale prima di tutto che siano ascoltatə, che respirino attorno a sé un’atmosfera di accoglienza e parità, che non si sentano costrettə mai a essere ciò che non sono, a dimostrare ciò che non vogliono, a fare ciò che non vorrebbero fare mai. Per fare ciò, è necessario che la scuola, le famiglie, i gruppi di amicə, le associazioni, lo sport, e ogni luogo in cui ə bambinə trascorrono il proprio tempo contribuiscano alla formazione di personalità libere e rispettose di sé e deə altrə.

12. La comunità LGBTQIA+ è un insieme infinito di identità

La comunità LGBTQIA+ è un insieme infinito di persone, vite, esistenze, identità. Negli anni abbiamo imparato che ridurla alla sigla LGBT vuol dire non citare (e dunque contribuire alla cancellazione) di tantissime identità che esistono e meritano spazio. Nonostante ciò su molti media ci si riferisce ancora alle persone della comunità addirittura solo come “gay” o “omosessuali”. Si tratta di un approccio semplicistico e riduttivo, che contribuisce a mantenere uno stato di scarsa conoscenza e alcuna volontà di raccontare e rispettare la dignità delle persone.

13. Le discriminazioni oltre l’omofobia

Così come la comunità LGBTQIA+ non è composta solo da uomini cisgender omosessuali, le discriminazioni che subisce non possono essere definite soltanto come “omofobia”. L’omofobia ha un significato specifico e riguarda precisamente l’omosessualità e le persone omosessuali. Oltre all’omofobia però esiste anche la transfobia, da cui derivano le oppressioni subite dalle persone non cisgender, la bifobia, che si può tradurre nella cancellazione, nello svilimento e nella repressione della bisessualità, l’afobia, che è rivolta invece alle persone nello spettro ace. Comprendere l’esistenza e la differenza tra le varie forme di oppressione e le loro cause, può aiutarci a riconoscerle e superarle.

14. Fare parte della comunità LGBTQIA+ non è una moda

Allenarsi all’elasticità mentale e all’apertura è sempre un bene. Quando si parla di comunità LGBTQIA+ è anche doveroso. Una certa narrazione vorrebbe raccontare le vicende legate al mondo queer come “moda”, “invenzione moderna”, “bisogno di protagonismo”, mentre basta conoscere anche solo minimamente l’excursus storico per scoprire che queste variabili umane sono sempre esistite. Abbiamo la sensazione che siano cose “nuove” o “da giovani” solo perché prima le storie non venivano raccontate, le persone venivano ostracizzate e la censura impediva che se ne parlasse liberamente. Non c’è stata nessuna esplosione, nessuna nuova tendenza, nessuna creazione nata dal disagio: le persone della comunità LGBTQIA+ esistono e vivono come hanno sempre fatto. Solo che adesso, finalmente, lo possono dire. Il mondo ha scoperto le loro storie tardi, perché prima non voleva ascoltarle. E questo racconto comune ha permesso di dare un nome anche ad altre variabili, altre vicende. Il bisogno di identità può essere forte sia in contrapposizione alla società (quando per esempio si sente dell’ostracismo nei confronti di chi si è, quando si subiscono discriminazioni e oppressioni, quando non si vede da nessuna parte una propria rappresentazione) sia come necessità intima legata all’aspetto psicologico (sapere che c’è un nome che descrive ciò che si è può essere di grande aiuto, può far sentire parte di qualcosa, può scacciare molte paure; avere un nome è bello). Per questo bisogna accogliere nuove storie, variazioni umane che non avevamo preso in considerazione non perché non esistessero ma perché le persone non si sentivano libere di esprimerle o non avevano ancora un termine che le identificasse.

I media hanno la responsabilità delle parole che scelgono di utilizzare per raccontare gli eventi, per cui, se parlare delle persone in maniera corretta è importante sempre, per i giornali, le TV, le radio è senza dubbio doveroso. Non tanto, come potrebbe sembrare, per avere la certezza di aver agito in maniera rispettosa e corretta. Certo, quella parte c’è ed è fondamentale: offendere le persone, sminuirle, invalidarle, opprimerle, sono tutti aspetti da tenere in forte considerazione. Ma agire correttamente al solo scopo di farlo, come fosse un esercizio di logica o per avere un attestato di merito, è poco utile. Dovremmo tuttə – e i media in particolare – scegliere di utilizzare un linguaggio corretto e inclusivo perché è ciò che vogliamo. Perché sentiamo una spinta verso la creazione di una società più equa e giusta e sappiamo che questo processo passa attraverso i termini che pronunciamo. Perché sappiamo che le parole che vengono lette sui giornali o ascoltate in TV hanno il potere di entrare in circolo e plasmare linguaggio e visione delle cose. Dovrebbe essere la scelta di cambiare le cose, di raccontare gli eventi in maniera rispettosa a fungere da motore per il nostro pensiero e di conseguenza le nostre parole. Cambiarci dentro per cambiare il modo in cui raccontiamo ciò che accade fuori. Solo così avremo la certezza di aver operato un cambiamento reale.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Pereanu Sebastian, Rishabh Sharma, Sharon McCutcheon, Mapbox su Unsplash, di belyaaa e The Gender Spectrum Collection.

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