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Come portare gli uomini a odiare la violenza sulle donne invece delle donne
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Come portare gli uomini a odiare la violenza sulle donne invece delle donne

Redazione

Gli uomini sono responsabili della maggior parte dei casi di violenza nel mondo, ma i sondaggi non li coinvolgono e le politiche pubbliche non si rivolgono a loro. Al di fuori delle istituzioni, alcuni gruppi di uomini stanno tentando di decostruire la mascolinità di sempre per crearne una nuova. Si può avanzare verso una società più paritaria senza investire sugli uomini?

A dicembre 2009 il Ministero delle pari opportunità, istituito un anno prima dal governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, ha introdotto una linea di assistenza rivolta agli uomini. Era un servizio informativo e di orientamento telefonico e online su questioni relative alla mascolinità e alla parità di genere. La linea è nata grazie all’iniziativa di un gruppo di uomini che facevano parte del team ministeriale guidato da Bibiana Aido. Ne faceva parte anche Miguel Lorente, delegato governativo per la violenza di genere tra il 2008 e il 2011, il quale ricorda che l’iniziativa aveva incontrato una certa “resistenza”.

“Da anni cerco di spostare l’attenzione generale sull’aggressore”, giustifica Lorente, che sostiene questa idea con dati forti: il 95% degli omicidi nel mondo sono commessi da uomini (ONU, 2013) e il 93,2% delle persone detenute in carcere sono uomini (WPL, University of London, 2018). È quindi una realtà oggettiva che la violenza sia una cosa da uomini, come l’esperto ha illustrato sia nel suo lavoro di divulgazione, ad esempio, ne “Il Rompicapo della Mascolinità” (2004), sia nei suoi articoli per la stampa, e anche nel suo lavoro accademico, come testimonia il corso online “Mascolinità e violenza” di cui è coordinatore all’Università di Granada. Il titolo, dice, gli è già valso più di qualche rimostranza di uomini indignati che rispondono che il 95% degli uomini non è violento, in un’interpretazione distorta delle statistiche.

Pochi dati sugli uomini

L’idea di concentrarsi su chi commette atti di violenza si è rafforzata negli ultimi anni, anche se, per il momento, continua ad avere poca rilevanza nelle politiche pubbliche. Questo approccio è assente anche nel Patto di Stato contro la violenza di genere, approvato nel 2017 e che funge da tabella di marcia per l’adozione di misure per combattere la violenza contro le donne. Un’assenza che non è passata inosservata al Ministro delle pari opportunità, che spiega che il lavoro specifico da fare con gli uomini è una delle linee operative della Strategia nazionale contro la violenza di genere 2021-2023, attualmente in fase di elaborazione. Questo “deficit”, non errore – sottolinea Lorente, che non vuole che si tragga la conclusione che in ciò che dice ci sia una critica alle politiche di parità – incontra in primo luogo l’ostacolo di avere una visione ancora incompleta della situazione.

L’analisi dei modi in cui le donne subiscono violenza è sempre più dettagliata, così come il funzionamento delle risorse che esistono per combatterla. Secondo l’ultima Macro-inchiesta della Violenza Contro le Donne 2019, pubblicato nell’ottobre di quest’anno, una donna su due residente in Spagna e di età pari o superiore a 16 anni (57,3%) ha subito violenza per tutta la vita semplicemente per il suo essere donna.

Per quanto riguarda la violenza sessuale, il sondaggio mostra che, del numero totale di donne residenti in Spagna e di età pari o superiore a 16 anni, il 13,7% ha subito violenza sessuale nel corso della vita da svariati tipi di persone: il partner attuale, partner passati o persone con cui non hanno mai avuto una relazione. Per quanto riguarda la violenza da parte di un partner o ex partner, del numero totale di donne residenti in Spagna e di età pari o superiore a 16 anni, il 14,2% ha subito violenza fisica e/o sessuale da un partner, attuale o passato, nel corso della propria vita.

Il sondaggio raccoglie quale percentuale di queste donne è stata schiaffeggiata, a quante è stato lanciato qualcosa con l’intento di ferirle e quante sono state spinte o afferrate per i capelli. Conosciamo anche la percentuale delle donne che sono state colpite con un pugno o altre forme di violenza fisica. Il sondaggio chiede alle donne se sono state prese a calci, trascinate o picchiate, o se c’è stato un tentativo di soffocarle o di causare loro delle bruciature, o se hanno ricevuto minacce con una pistola, un coltello o un altro oggetto pericoloso, tutti dati risultati da un’indagine svolta con 10.000 donne. Ma perché non è stato chiesto a 10.000 uomini se hanno spinto, afferrato i capelli, preso a calci o minacciato una donna con un coltello?

Puntare lo sguardo sull’aggressore è quindi una questione in sospeso. E deve essere fatto, “innanzitutto perché è il primo modo per essere efficaci nella prevenzione, e inoltre, perché in questo momento la conoscenza e il livello di responsabilità degli uomini devono essere usate per azioni concrete, e dobbiamo iniziare a chiedere che gli uomini si prendano la loro responsabilità per omissione”, spiega Lorente. Per lui, questa richiesta di “responsabilità per omissione” è uno dei punti chiave per il futuro delle politiche contro la violenza di genere: “Quando un uomo uccide o maltratta lo fa contro la moglie, ma portando avanti un comportamento che considera comune a tutti gli uomini”. La violenza di genere non è un problema individuale, – come sostiene l’estrema destra negazionista della violenza di genere – ma collettivo.

Investire in uomini nuovi

Nel 2007 i Paesi Baschi hanno introdotto Gizonduz, un’iniziativa che vuole lavorare sulla mascolinità nelle istituzioni, stanziando denaro pubblico con l’obiettivo di riflettere sulle forme di mascolinità. Il programma è nato all’interno di Emakunde, l’istituto basco delle donne, partendo dalle risorse economiche di cui disponeva questa organizzazione.

Il lancio del programma ha ricevuto una notevole quantità di fondi dalla presidenza, essendo un’iniziativa portata avanti sotto la guida del Presidente basco. In questa prima fase era stato fatto un grande sforzo per pubblicizzare l’iniziativa attraverso campagne molto costose e progetti concreti, cosa che ha attirato alcune critiche. “Si riteneva che, date le scarse risorse disponibili per lo sviluppo delle politiche di parità, il budget stanziato per il programma fosse sproporzionato”, ricorda Josetxu Riviere, responsabile tecnico di Gizonduz sin dal suo lancio. Oggi considera superate le resistenze iniziali: “Penso che oggi si capisca che si tratta di un investimento per creare una società più paritaria”.

Il programma è unico per la sua portata territoriale – non esiste un programma simile in nessuna comunità autonoma nel resto della Spagna – e per la sua vocazione a lungo termine, sebbene i responsabili di Gizonduz facciano notare che ci sono altre iniziative che sono state di riferimento, come il programma “Uomini per la Parità” del Comune di Jerez, lanciato nel 1999, o il “Servizio di Assistenza agli Uomini” di Barcellona, fondato nel 2005.

Gizonduz si è prefissato tre obiettivi sin dalla sua nascita: aumentare la consapevolezza e l’impegno degli uomini nel percorso verso la parità, aumentare la quantità di uomini formati su parità e mascolinità, e aumentare il loro coinvolgimento nei ruoli di cura e sostegno all’interno della società basca. A questo scopo offre corsi di parità sul posto di lavoro, corresponsabilità e parità genitoriale, prevenzione di molestie sessuali e violenza di genere sul lavoro e, naturalmente, prevenzione della violenza di genere in generale. “La violenza è una delle questioni più gravi nella disuguaglianza di genere, ed è una parte fondamentale del programma”, afferma Riviere.

A questo proposito, l’intento di Gizonduz è quello di favorire una riflessione sul ruolo che gli uomini possono svolgere nella decostruzione dei meccanismi che favoriscono la violenza di genere, sia a livello individuale sia collettivo. “A volte bastano azioni semplici per creare un ambiente ostile alla violenza di genere e renderla più difficile da perpetrare, migliorando la vita delle persone”, dice Riviere.

Nei suoi dodici anni di attività, il programma ha dovuto adattarsi alle circostanze. In primo luogo, ha dovuto adeguarsi al fatto che gli uomini non partecipavano agli incontri di propria spontanea volontà. “Abbiamo dovuto sospendere i primi corsi organizzati perché non veniva nessuno a seguirli”, spiega Riviere. Quindi sono dovuti andare a cercarli e oggi Gizonduz è nelle fabbriche, nelle associazioni o nei centri di studio. Uno dei luoghi mascolinizzati per eccellenza e dove è stato svolto un lavoro continuo, spiega, è l’Accademia di polizia dei Paesi Baschi. Ci sono anche alleanze che Riviere considera strategiche con l’Università dei Paesi Baschi e l’Istituto Basco di Pubblica Amministrazione.

A cosa serve tutto questo? Riviere vede obiettivi importanti, ad esempio una società basca meno sessista o meno violenta contro le donne. E indica i traguardi che spera contribuiscano a compiere passi in questa direzione: “Penso che siamo riusciti a fare in modo che oggi a Euskadi parlare di uomini, mascolinità e parità non sia qualcosa di strano, e che ci sia un maggiore consenso nel considerare urgente il lavoro rivolto agli uomini”.

Cosa significa essere uomini

Sul come affrontare la mascolinità, Riviere sottolinea la necessità di legittimare “diversi modi di sentirsi uomini” che non generino discriminazioni o disuguaglianze. E mette in luce la necessità di non cadere nella trappola di presentare tipi di mascolinità che, sebbene nuovi, potrebbero risultare rigidi quanto quelli tradizionali.

Octavio Salazar è un giurista e una delle voci più importanti sulla parità di genere e sulle nuove mascolinità. Come Josetxu Riviere, anche lui è reticente al concetto di “nuova mascolinità”. “Sembra che con questo concetto stiamo riaffermando il maschile, e penso che ciò che dovremmo fare sia decostruire la mascolinità”. Questo richiede un lavoro specifico verso le “mascolinità paritarie”, come preferisce chiamarle, per aiutare a diminuire il divario attuale.

Secondo Salazar ci sono alcune timide iniziative che suggeriscono che il futuro delle politiche pubbliche non possa continuare a mettere da parte misure specifiche rivolte agli uomini. Un esempio è stato dato in Andalusia, dove nel 2018 la Legge sulla prevenzione e protezione globale contro la violenza di genere è stata modificata per aggiungere un articolo che sancisce la necessità di istituire “programmi rivolti agli uomini per l’eradicazione della violenza di genere”. L’articolo specifica che “in nessun caso le somme stanziate dall’Amministrazione della Giunta dell’Andalusia per l’organizzazione, lo sviluppo, la promozione o la messa in pratica di questi programmi devono comportare una riduzione di quelli destinati alla protezione globale delle vittime”. Salazar spiega che anche la strategia per la parità di genere 2018-2023 del Consiglio d’Europa presenta questa esigenza.

Perché, mentre le donne hanno svolto un lavoro pratico che ha generato cambiamenti importanti, non è stato neanche lontanamente simile il fenomeno tra gli uomini. Questo “divorzio” si riflette molto chiaramente nei sondaggi che indagano la percezione della violenza di genere.

Ad esempio, lo studio “Minori e Violenza di Genere” dell’Università Complutense di Madrid, presentato nell’ottobre 2020, rivela che il 16,9% delle ragazze intervistate dichiara di essere stata insultata o ridicolizzata (la forma di violenza più diffusa), ma solo il 6,3% dei ragazzi riconosce di aver avuto comportamenti simili. Il 13,6% delle ragazze afferma che il proprio fidanzato o ex fidanzato le ha controllate tramite telefono cellulare, ma solo il 5,8% dei ragazzi afferma di aver avuto questo comportamento nei confronti di una fidanzata o ex fidanzata. Un altro esempio: il 10,9% delle ragazze ha sostenuto di aver subito pressioni per svolgere attività sessuali indesiderate, mentre solo il 3,1% dei ragazzi ha ammesso di aver esercitato pressioni in questo senso.

Vedi anche

L’indagine sulla violenza di genere in Catalogna (2016) mostra anche dei dati sulla percezione che gli uomini e le donne di Barcellona hanno della violenza di genere. Il 63% degli uomini rispetto al 74% delle donne ritiene che “controllare dove, con chi e cosa fanno in ogni momento” sia violenza di genere. “Non dare la libertà di parlare con altri uomini” è violenza per il 71% degli uomini e il 78% delle donne. “Controllare o non lasciar decidere sui propri soldi o familiari” è stata considerata una situazione di violenza dal 58% degli uomini e dal 66% delle donne. Per tutti gli indicatori la percezione aumenta rispetto ai dati precedenti a partire dal 2010, e il numero di uomini che riconoscono episodi di violenza negli ultimi anni è aumentato, ma anche così gli uomini identificano la violenza di genere in misura minore rispetto alle donne.

Salazar fatica a immaginare una soluzione alla violenza di genere che non sia mediata dal femminismo. “Tutta la violenza subita dalle donne è il risultato di una struttura di potere che si produce nella cultura patriarcale, e quella struttura deve essere decostruita per porre fine alla violenza: la strategia per cambiare quella cultura viene dal femminismo.

Per Carlos Thiebaut, Rafael García Pérez e David Santos, avvicinarsi al femminismo è stato decisivo per imparare a identificare la violenza di genere. Fanno parte di un gruppo dell’Associazione degli uomini per la parità di genere, un’organizzazione fondata nel 2001 a Malaga, dove un gruppo di uomini ha iniziato a riunirsi per riflettere sul significato di essere uomini.

“Commenti, situazioni durante le feste, approcci insistenti in discoteca, certi tipi di foto sui gruppi WhatsApp, battute… ci sono infiniti comportamenti che non riconoscevo come violenza di genere prima di iniziare a leggere testi femministi”, dice Santos nel gruppo WhatsApp dove condividono le loro opinioni. Alla richiesta di dare una definizione di violenza di genere, García Pérez risponde: “Per me la violenza di genere è qualsiasi atto che minacci la vita, la salute o il benessere biopsicosociale di una donna perpetrato da un uomo, un gruppo di uomini o un pensiero collettivo che viene dagli uomini e/o è portato avanti da uomini”. Quando gli è stato chiesto se questa fosse la stessa definizione che avrebbe dato prima di informarsi sulla teoria femminista, risponde di no. “Niente affatto, prima che la violenza di genere fosse per me un’aggressione fisica o sessuale da parte di un uomo su una donna… a 20 anni un insulto sessista a una donna non lo avrei classificato come violenza di genere, adesso sì”. Thiebaut spiega come la partecipazione a un gruppo di riflessione sulla mascolinità lo abbia fatto riflettere su diversi tipi di violenza, e tra questi sottolinea quella che consiste nel “non lasciare spazio e tempo alle donne di parlare ed esprimersi”.

Santos ha 30 anni ed è un dottorando – la sua tesi si occupa del rapporto tra videogiochi e mascolinità. García Pérez ha 39 anni ed è psicologo e psicoterapeuta. Thiebaut è un professore di filosofia, oggi in pensione. Ha 71 anni, due figlie e quattro nipoti. Thiebaut voleva far parte di questo gruppo perché ha scoperto dell’esistenza di un’associazione che criticava pubblicamente il patriarcato e la lotta per la parità. Poi ha scoperto i gruppi, nello specifico quello che si riunisce a La Enredadera, a Madrid. “I gruppi di discussione sono stati una grande scoperta, perché significa guardare dal basso, dall’interno, di lato… cose che pensavo di avere più o meno capito”, dice, e sottolinea gli avverbi – “dal basso, dall’interno, di lato” – come parole chiave . Perché nei gruppi si incontra con altri “in condizioni di simmetria” per condividere esperienze che qualificano o mettono in discussione la sua.

Questo aspetto, quello della condivisione tra pari, è fondamentale nel processo di decostruzione – come ben sanno a Gizonduz, dove i formatori sono tutti uomini – ma anche nell’obiettivo che Josetxu Riviere definisce “costruire un ambiente ostile alla violenza di genere” . Thiebaut fa un esempio: crede che gli uomini possano svolgere un ruolo chiave nella denuncia e nella critica della prostituzione. “Forse nessuno ha più impatto di un uomo che mette in luce, denuncia e critica un altro uomo che la pratica”. Santos usa questa posizione nei suoi gruppi più stretti e menziona come momento chiave nel suo processo quello in cui ha iniziato a dire ai suoi amici “smettila di farlo”, non senza causare una reazione. García Pérez, d’altra parte, confessa di non sentirsi abbastanza a suo agio per fare una cosa simile.

Tutti e tre sono consapevoli delle tensioni che possono esistere tra i femminismi e le cosiddette “nuove mascolinità” e comprendono i sospetti che i movimenti femministi possono avere nei confronti degli uomini che si dichiarano “alleati” del femminismo. Santos è critico e ironico nel sottolineare che alcuni membri del gruppo si presentano solo una volta all’anno, intorno all’8 marzo, e ritiene che gruppi come questo dovrebbero essere più forti nelle loro iniziative. Tutti e tre affermano di sentire che il loro compito è ascoltare mentre continuano un processo che probabilmente non finirà mai. “Non si tratta tanto di modificare le proprie idee e pratiche – di ciò che si pensa e si fa, – ma soprattutto di imparare un altro modo di ascoltare l’altro, di esprimere affetto in un modo che non sia dominante, essere accoglienti… Si tratta di un cambiamento nella sensibilità”, dice Thiebaut, che sottolinea un problema non minore: “Non riesco dirlo senza suonare banale o strano”.

Gruppi come questo operano al di fuori delle politiche pubbliche nonostante le riflessioni che si svolgono al loro interno siano decisive nell’identificazione della violenza di genere e nella trasformazione di alcuni atteggiamenti. Per Salazar, “se l’obiettivo è trasformare una realtà sociale che continua a causare discriminazioni per il nostro essere in una posizione di potere, difficilmente cambieremo la struttura se non portiamo avanti politiche che abbiano a che fare con il nostro posto nel mondo”.

Fonte
Magazine: El Salto
Articolo: Cómo hacer que los hombres odien la violencia machista y no a las mujeres
Scritto da: Patricia Reguero Ríos
Data: 25 novembre 2020
Traduzione a cura di: Michela Perversi
Immagine di copertina: Ben White su Unsplash

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