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Coppie di serie B

Coppie di serie B

Saša Skočilenko, artista pietroburghese, è stata recentemente arrestata per aver manifestato contro la guerra. Al momento si trova in un centro di detenzione preventiva.

Questa vicenda ha un’altra importante, seppur meno visibile, implicazione: Sonja, la compagna di Saša, è testimone d’accusa. Se la legge considerasse Saša e Sonja una famiglia a tutti gli effetti, questo non sarebbe accaduto. Invece, poiché davanti alla legge Sonja non è nessuno per Saša, non le è consentito nemmeno farle visita.

Takie Dela ha raccolto questo e altri casi di coppie LGBT ostacolate dal mancato riconoscimento dei matrimoni omosessuali in Russia e ha chiesto a un avvocato di consigliare come agire in ciascuno di essi.

Non è una mia amica, è la mia fidanzata
STORIA N.1: L’ARRESTO

Saša e Sonja si sono conosciute cinque anni fa su un gruppo Vkontakte. “Mi piacque molto la foto di Saša: capelli rossi, una corona di fiori e una citazione di Timothy Leary. Era chiaro che saremmo andate d’accordo. Ci siamo frequentate per due anni e mezzo, poi abbiamo convissuto fino all’arresto di Saša”.

In passato, Saša era un’attivista queer e giornalista indipendente. Lavorava come corrispondente video per Paper media, per cui ha documentato varie azioni di protesta. Tuttavia, negli ultimi anni ha avvertito il bisogno di allentare la presa e vivere una vita più ordinaria, dedicandosi alla sua arte e ai suoi progetti personali. Questo fino al 24 febbraio, quando ha iniziato a ricevere telefonate dai suoi amici ucraini: “Che orrore! Perché non fate nulla?”. Due anni prima aveva lavorato come insegnante in un campo estivo per bambini in Transcarpazia, e adesso iniziava a temere per la loro vita. Così, il 31 marzo ha avuto un’idea per una protesta: si è recata in un supermercato e ha sostituito i cartellini dei prezzi con volantini contenenti informazioni, tratte dai notiziari, sulle aggressioni dell’esercito russo ai danni di Marjupol’.

La notte dell’11 aprile la polizia ha fatto irruzione nell’appartamento di Saša, l’ha perquisito e poi ha proceduto all’arresto. “L’arresto di Saša è stato praticamente un’aggressione: l’hanno insultata, umiliata e minacciata di ogni tipo di violenza”, racconta Sonja, aggiungendo che gli insulti riguardavano soprattutto il suo orientamento sessuale: “Sei affetta da stronzate. Dovresti trovarti un uomo normale e fargli dei bambini”.

Dal giorno dell’arresto, Sonja e Saša hanno parlato al telefono una sola volta, tramite un avvocato.
Chi si trova in un centro di detenzione preventiva ha diritto non solo a consultare avvocatə e attivistə per i diritti umani, ma anche a ricevere due visite al mese da parte di amicə e familiari; tuttavia, la legge impone anche che sia l’investigatorə a decidere se consentire o meno una visita. L’avvocato di Sonja ha provato a ottenere un’autorizzazione per lei, ma senza successo. Negli ultimi mesi, Sonja e Saša si sono viste in totale due volte, nell’aula del tribunale.

“Di recente ho perso la mia famiglia. Sono stata cresciuta dai miei nonni, che sono venuti a mancare durante la pandemia”, racconta Sonja. “Saša è l’unica famiglia che ho. E il pensiero che la mia famiglia sia perseguitata per motivi politici, che sia stata arrestata per dei cartellini dei prezzi e che probabilmente sarò lontana da lei ancora per molto tempo è insopportabile. (Saša è accusata della seconda parte dell’articolo 207.3 del Codice penale con l’aggravante del movente dell'”inimicizia politica” e rischia fino a dieci anni di reclusione). Mentre veniva accompagnata alla prima udienza, Saša si è commossa vedendo quante persone erano arrivate per sostenerla. In aula era tranquilla, siamo riuscite a scambiare qualche parola, mi ha persino mandato un bacio e mi ha detto che mi amava. Ma quando l’hanno portata via ha ricominciato a piangere, e questo ci ha distruttə.”

Sempre tramite l’avvocato, Sonja e Saša si scambiano dei piccoli messaggi: “Ci scriviamo che presto tutto sarà finito e saremo di nuovo insieme. Scrivo a Saša che la aspetterò sempre, per tutto il tempo necessario e qualunque cosa accada. Glielo scrivo spesso, perché immagino che in isolamento possano nascere pensieri strani. Non voglio che dubiti di me, che pensi che non riesca a reggere o che possa lasciarla per un’altra. Ci aiuta molto anche parlare del nostro futuro: fantastichiamo sul nostro matrimonio, su dove andremo e su cosa indosseremo. Oppure, ci scambiamo semplicemente dei pensierini affettuosi. Le dico sempre che la penso e che sono al suo fianco”.

Se Sonja e Saša fossero state sposate, la prima avrebbe potuto rifiutarsi di testimoniare. Invece, è stata sottoposta a interrogatorio dopo la prima udienza. “Ci sono andata con una buona avvocata, con la quale mi ero già consultata. Non sapevo nulla dei cartellini dei prezzi, non li avevo stampati e non ero andata con lei al supermercato. Non sapevo niente di niente. Ho raccontato alcuni dettagli della mia biografia e della mia vita con Saša, ma ci sono state delle domande a cui non ho risposto, appellandomi all’articolo 51 della Costituzione. Io e Saša siamo una famiglia, e qualsiasi prova contro di lei è anche una prova contro di me. Trattandosi di un crimine piuttosto grave, molte di queste domande erano mirate a comprendere se Saša facesse capo a qualche organizzazione. Hanno nominato spesso l’“Ottavo Gruppo d’Iniziativa” (un collettivo di attiviste che da diversi anni organizza manifestazioni ed eventi a sostegno dei diritti delle donne a San Pietroburgo, ndT), di cui non avevo mai sentito parlare. Mi hanno chiesto se Saša suonasse in un gruppo musicale, se fosse in contatto con qualcuno, e così via. Mi hanno anche chiesto se avessi una relazione intima con lei, ma mi sono rifiutata di rispondere, anche su consiglio della mia avvocata. Il fatto che fossi la sua compagna era irrilevante per l’investigatorə: a Lesa, la sua migliore amica, sono state poste le stesse domande.
Il problema principale è che mi hanno assegnato lo status di testimone del caso, di cui di fatto non so nulla. Mi sono limitata a raccontare della personalità di Saša e della nostra vita, come di solito fanno i genitori (se vivono con l’imputatə), ə coniugi, i fratelli o le sorelle. Eppure, proprio in base a questo ci negano le visite.”

Se quest’unione fosse riconosciuta dallo Stato, a cosa avrebbe diritto Sonja? “In primo luogo, potrei rifiutarmi di fare da testimone d’accusa. È così che si dice, a quanto ho capito. Poi, avrei il diritto insindacabile di andare a far visita a Saša due volte al mese. E potrei anche telefonarle: so che nel centro di detenzione le telefonate sono consentite, ma non a Saša. Non so se per via del suo reato o perché, legalmente, non ha familiari in vita.”

Un altro problema di Saša è legato alla sua salute, dato che è celiaca e ha bisogno di alimenti particolari. Al momento si trova in una clinica psichiatrica per un accertamento, e ha notato un peggioramento nelle sue condizioni di salute. Sonja ha scritto dei reclami e proverà a prendere un appuntamento con ə primariə, ma il problema è che, non essendo parente di Saša, non può fare richieste a suo nome (si possono firmare reclami e altri documenti a nome di terzi solo se si ha una procura notarile, ma non è così facile ottenere che un notaio venga ammesso in clinica).

“Ad accezione dell’episodio dell’arresto, non mi risulta che Saša sia stata discriminata per il suo orientamento: sia le compagne di cella che il personale dell’ospedale sembrano avere un atteggiamento tranquillo nei suoi confronti. Una volta, mentre lasciavo un pacco per lei, un inserviente mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Sei la fidanzata di Saša?” – “Beh, sì” – “Si offende molto quando le dicono che la sua amica le ha portato un pacco. Risponde: “Non è una mia amica, è la mia fidanzata””.

Commento di Artjom Lapov, avvocato esperto in diritto di famiglia per persone LGBT

Nei miei seminari sul diritto di famiglia dico sempre che, quando un matrimonio viene registrato sul passaporto, si è automaticamente coperti dall’intero Codice di famiglia. Per le coppie omosessuali c’è l’opzione di stipulare contratti separati, i quali a volte “riscrivono” completamente l’intero Codice. Le eccezioni riguardano ə figlə, le tasse (per esempio, le donazioni tra familiari non sono soggette all’imposta sul reddito personale), i mutui familiari e altri programmi sociali separati per le famiglie.

Inoltre, l’articolo 51 della Costituzione sancisce il diritto di rifiutarsi di testimoniare contro se stessə e ə proprə parenti strettə. Nel Codice di procedura penale si parla, in particolare, di genitori, nonnə, coniuge, sorella/fratello. Il coniuge è inclusə nella cerchia deə parenti strettə, ma solo se è stato contratto un matrimonio (concetti quali “parente di fatto” o “famiglia di fatto” sono del tutto assenti). L’unica famiglia contemplata è quella presente nel Codice di famiglia, e nessun’altra. È da qui che nascono tutti i problemi di questa situazione.

Se avesse potuto avvalersi dell’Articolo 51, Sonja non sarebbe stata testimone d’accusa, ma avrebbe fornito solo le prove che riteneva necessarie. Tuttavia, anche in questo caso, non è detto che l’investigatorə avrebbe consentito le visite; anzi, con tutta probabilità sarebbe stato necessario contestare delle decisioni illegittime. In questo caso, purtroppo, non è possibile appellarsi all’Articolo 51.

Per quanto riguarda le questioni sanitarie, senza una procura non è mai possibile tutelare completamente i diritti medici dellə coniuge, salvo in caso di incapacità. In ogni caso, è possibile scrivere allə direttorə dell’ospedale, lə quale è tenutə a esaminare e rispondere, senza fornire i dati personali dellə paziente. Se unə coniuge è incapace di intendere e di volere, per tutelare pienamente i suoi diritti occorre una procura.

Per le visite non è necessaria, ma è fondamentale per ottenere informazioni sulle condizioni di salute. In ogni caso, l’avvocato di Saša può rappresentarla senza il bisogno di una procura, oltre a poter sporgere denuncia o redigere documenti da firmare. Ne ha tuttavia bisogno per impugnare determinate decisioni senza coinvolgerla.

Meglio avere la cittadinanza di un solo Paese
STORIA N.2: IMMIGRAZIONE

Marine ha 44 anni e lavora nel settore pubblicitario. Vive nella periferia di Mosca con la sua compagna, e dal 2020 entrambe lavorano a distanza e passano quasi tutto il tempo insieme, cosa di cui sono molto felici. Marine ha la cittadinanza ucraina, la sua compagna è cittadina russa.
Nata a Odessa, Marine lavorava nella filiale ucraina di un’azienda russa. Nel 2012, a una conferenza, ha incontrato una collega dell’ufficio di Mosca, se ne è innamorata e ha iniziato con lei una relazione a distanza. Poco dopo, la ragazza le ha proposto di trasferirsi da lei e di lavorare insieme nell’ufficio di Mosca. Subito è emersa la questione della legalizzazione. La donna ha registrato temporaneamente Marine nel suo appartamento (in Russia, i cittadini stranieri non possono registrare la propria residenza in via permanente), cosa che le ha permesso di restare legalmente nel Paese per tre mesi (ogni tre mesi deve tornare nel suo Paese e rinnovare la Carta di immigrazione).

“La nostra stava diventando una relazione seria, volevamo vivere insieme. Così, abbiamo iniziato a chiederci quale, tra le varie opzioni, facesse al caso nostro”, racconta Marina. “Spoiler: nessuna. A Mosca avrei potuto ottenere un Permesso di Registrazione temporanea per matrimonio o un permesso di soggiorno basato su quote di ingresso. Abbiamo valutato anche un permesso di soggiorno per motivi di lavoro (allora c’era questa possibilità), ma l’azienda non lo prevedeva, poiché avrebbe implicato ingenti obblighi finanziari. Il trasferimento è stata una mia scelta, determinata dal fatto che stavo passando a un’altra posizione. Ho cercato di ottenere una “quota di ingresso”, non sapendo che ad aspettarmi ci sarebbero state lunghe code, numerini nel palmo della mano e appuntamenti alle sei del mattino ai quali non si sarebbe presentato nessuno. Il numero di quote è irrisorio, e c’è anche chi è disposto a vendere la propria. Per me, le possibilità di ottenere questo permesso erano due: pagare una tangente o contrarre un matrimonio fittizio. Entrambe sono ovviamente illegali, e per me era inaccettabile.”

Per due anni, ogni tre mesi, Marina ha fatto avanti e indietro dalla Russia all’Ucraina. A ciascun rientro rinnovava la Carta di immigrazione la registrazione temporanea della residenza, così da poter risiedere legalmente in Russia per i tre mesi successivi. “Andavo a Odessa e mi fermavo da mia madre per un giorno, poi tornavo in Russia con una nuova Carta, con cui potevo circolare liberamente per tre mesi, senza temere, ad esempio, i controlli della polizia sulla metropolitana. Era ridicolo: dovevo stare attentissima alle scadenze, ma a volte mi lasciavo trasportare dal lavoro e poi, all’improvviso, esclamavo: “Basta, stasera devo volare a Kiev, domani è l’ultimo giorno!”. Mi sentivo come una bomba a orologeria. Se avessi infranto questa regola, la prima sanzione sarebbe stata una multa di circa cinquemila rubli. A seconda del numero di giorni di cui si eccede il limite, può essere imposto un divieto di ingresso nel Paese, pari a tre, cinque o dieci anni. Questo avrebbe significato non vedere più la mia compagna, quindi sono sempre stata molto attenta.

Nel 2014, per i cittadini ucraini è diventato molto più facile richiedere una proroga della registrazione, che ora può essere rilasciata per sei mesi anziché tre. L’anno successivo è stato poi aperto a Sakharov (un villaggio della regione di Mosca, NdT) il Centro Migratorio Multifunzionale, che opera attraverso un sistema di brevetti. “Ci ha semplificato moltissimo la vita: da quel momento in avanti sarebbe stato sufficiente avere una Carta di immigrazione recente ed essere domiciliatə a Mosca, per poi richiedere un brevetto entro il primo mese dall’ingresso nel Paese. Bastava pagare, e poi tutto avveniva in maniera semplice e veloce. Il costo totale di tutte le procedure (esame di lingua russa, test per HIV, sifilide e tubercolosi, commissioni bancarie, tasse statali) si è aggirato intorno ai 10-12 mila rubli. Il brevetto non sempre viene concesso, ma dopo la prima volta ho smesso di preoccuparmi, poiché ho capito che veniva negato solo a chi era sotto indagine o era affetto da malattie gravi. Infine, era necessario corrispondere un pagamento mensile: all’epoca 4.000 rubli, ora 5.500. Il piacere di vivere con la persona che amo mi costa circa 60.000 rubli all’anno.”

Marina e la sua compagna si sono lasciate nel 2017, ma lei è rimasta a Mosca: il lavoro andava bene e si era fatta molti amici. Ha preso in affitto un appartamento e ha convinto il padrone di casa a concederle una registrazione temporanea, con la quale avrebbe poi richiesto un brevetto. “È un’arma a doppio taglio: quando un padrone di casa registra unə immigratə come me, è come se ottenesse, gratuitamente, unə servə. Perdite d’acqua dal soffitto? Niente di che, purché mi registri! Una cattiva riparazione? Niente di grave, faccio da sola! Un leggero aumento dell’affitto? Nessun problema, tanto avrò la registrazione! Dimostrerò massima lealtà, non pagherò con un giorno di ritardo e così avrò la mia registrazione. Credo che fossimo entrambə felici di questo accordo”.

Due anni dopo, Marina ha iniziato una relazione con un’altra donna, sempre moscovita. “Ci chiedevamo: perché non possiamo sposarci? Sentivo che era la persona giusta, che saremmo state insieme per sempre. Con questo tipo di progetti, è meglio avere la cittadinanza di un solo Paese: adesso ho il brevetto, ma poi? La situazione finanziaria può cambiare da un momento all’altro, e all’improvviso può scoppiare una guerra. Ora, ad esempio, l’ambasciata ucraina a Mosca è chiusa”.

Nel 2021 è stata apportata una modifica alla legislazione sull’immigrazione, grazie alla quale ə cittadinə ucrainə, moldavə e kazakə possono ora ottenere un permesso di soggiorno temporaneo senza quote. Marina l’ha ottenuto subito, e con esso la residenza permanente e l’assicurazione sanitaria (anche ə immigratə hanno una polizza assicurativa, ma copre solo i casi con sintomi acuti). Ma soprattutto, non deve pagare una quota mensile per poter restare in Russia e non vive con la paura costante di essere respinta alla frontiera. Infine, può richiedere un permesso di soggiorno.

“Prima del 24 febbraio, il piano era che ottenessi la cittadinanza e che continuassimo a vivere insieme in Russia. Ora, invece, la mia compagna pensa che sia meglio non avere fretta, e propone di avvalerci della mia cittadinanza per recarci in Europa e richiedere la cittadinanza di un Paese europeo. Oggi, emigrare con un passaporto ucraino è di gran lunga più facile: delle mie conoscenti ucraine hanno ottenuto un permesso di soggiorno in Inghilterra per tre anni. Come bere un bicchier d’acqua. Ma che me ne faccio dell’Inghilterra, se non posso stare con la mia compagna? Se mi trasferirò, sarà in un Paese in cui possa risiedere legalmente anche lei. Ma questo è già un altro paio di maniche. Ad ogni modo, anche in questo caso, sarebbe tutto molto più facile se la Russia riconoscesse le unioni omosessuali”.

“In Ucraina, due persone dello stesso sesso non possono contrarre matrimonio, ma si iniziano a osservare dei cambiamenti in questa direzione: ad esempio, è in corso una raccolta firme per presentare una petizione a Zelenskij. Io non potrò firmarla perché serve una qualche registrazione attraverso il sistema statale, ma mia madre, che ne ha una, ha promesso di farlo. In qualche modo, in Ucraina ci si muove più rapidamente. Chissà, forse sarà proprio in Ucraina che legalizzeremo la nostra unione.”

Commento dell’avvocato Lapov

“In questa testimonianza è descritta dettagliatamente l’intera procedura: la legge russa sull’immigrazione non è particolarmente amichevole. Non ho molto da aggiungere, se non che, se Marina potesse sposare la sua compagna, per lei sarebbe molto più facile ottenere la cittadinanza, magari con una procedura ad hoc.”

“È solo per i padri”
STORIA N.3: MATERNITÀ

“Nadja lavora nel settore pubblicitario, Sveta è un’editrice. Stanno insieme da dieci anni, vivono a Mosca e hanno un figlio di quattro anni. Sveta ha manifestato sin da subito il desiderio di avere un figlio. Quando, entrambe ventenni, iniziarono a frequentarsi, stabilirono che si sarebbero divertite fino ai trenta, poi avrebbero iniziato a pensare alla maternità.

Cinque anni fa, Sveta deliberò che l’età riproduttiva era alle porte e che era il momento di cercare delle opzioni.

Si rivolsero al centro “LGBTQIA Resource Moscow” e, in occasione di un seminario per futuri genitori, incontrarono un embriologo che fornì loro un elenco di medici e cliniche LGBTQIA-friendly. Scelsero di optare per l’IA (inseminazione artificiale), più economica e semplice della FIV (fecondazione in vitro, ndT). Trovarono un donatore che somigliava a Nadia, per far sì che il bambino somigliasse a entrambe.

La gravidanza arrivò al secondo tentativo, cosa molto rara, ma fu comunque un periodo estenuante, anche perché, generalmente, gli interventi richiedono almeno tre mesi.

Il bambino nacque prematuro di tre mesi, e lui e Sveta furono statə trasferitə d’urgenza nel reparto di terapia intensiva. La madre di Sveta viveva in un’altra città, ma la mattina dopo era in ospedale. Si trasferì da loro e per occuparsi del nipotino mentre le madri lavoravano.
“Stavo andando al lavoro, quando all’improvviso ricevetti una telefonata da Sveta”, ricorda Nadia. “Ho fatto inversione e sono corsa in ospedale. I primi due giorni facevo avanti e indietro dall’ospedale, a tutte le ore, come una matta. Lasciavo una cosa e ne portavo via un’altra, e nel frattempo discutevo e organizzavo. Non avevo notizie ed ero terrorizzata. Un’ora e mezza dopo, Sveta mi telefonò per dirmi che era viva e vegeta, ma il bambino era stato portato in terapia intensiva. Non avevamo notizie, non sapevamo se fosse vivo o meno.

Vennero anche ə nostrə parenti, che ci hanno aiutate e sostenute, così come l’impiegata che si occupava dei pacchi: “Andrà tutto bene, vai a riposare e a dormire un po’”. In qualche modo, anche lei capiva quello che stavo passando.”

Nell’area accoglienza dei reparti di maternità vengono consegnate delle schede con informazioni sullə neonatə (altezza e peso). Aspettai tre giorni, poi andai a vedere. Ecco il nostro bambino. Vanja. “Le schede sono per i padri!”, urlò l’addetto alla reception. “Non ha un padre”, risposi, e poi presi la scheda. La conservo nel mio passaporto ancora oggi”.

A Nadia venne concesso di accedere al pronto soccorso e persino al reparto di terapia intensiva, e così poté vedere il bambino. “Chiunque ci guardasse capiva che eravamo una famiglia, quindi abbiamo riscontrato molta elasticità con i permessi. C’era una stanza in cui i piccolini allattavano stesi in delle capsule, e il personale invitò me e Sveta ad andare a vedere. È proprio in questo reparto che rividi Sveta per la prima volta dopo il parto. Riscontrammo lo stesso atteggiamento positivo all’ospedale Filatov, dove Vanja è rimasto per tutto il mese successivo. In opposizione alla rigidità della legge, ci sono l’empatia e la compassione umana. Resta comunque il fatto che, legalmente, io e Sveta non siamo nessuno l’una per l’altra.”

Per quel che riguarda l’empatia e la compassione, la variabile è rappresentata dal confine “pubblico-privato”: nelle cliniche private, Nadia e Sveta hanno messo subito in chiaro di essere una coppia, e il personale non ha esitato a fornire a Nadia tutte le informazioni sulle condizioni di Sveta e Vanja. Quanto agli ospedali pubblici, il personale faceva domande dirette, spesso in modo scortese. “C’erano momenti in cui sentivo il bambino piangere, sapevo che c’era bisogno di me, che avrei potuto aiutare sia Sveta sia il piccolo, se solo mi avessero lasciata entrare. Non potevo accedere neppure nello studio del medico per ascoltare le diagnosi (è sempre meglio che ci sia più di una persona ad ascoltare). Il nostro sistema sanitario è talmente stupido! Non lasciavano entrare neppure la madre di Sveta, figurarsi me”.

Per la maggior parte delle persone, Nadia è la zia di Vanja. Al lavoro, all’asilo, negli ospedali, Vanja è suo nipote. Il piccolo chiama Sveta “mamma” e Nadja “mammina”. È piccolo”, dicono, “è abituato così”.

“Capisco che interpretare un ruolo possa essere pericoloso, e ammiro molto chi riesce a vivere questa parte della propria vita alla luce del sole”, spiega Nadja”. “Tuttavia, io sono responsabile non solo di me stessa, ma anche del piccolo. E se dovesse succederci qualcosa, non avrei né le risorse né le conoscenze per poter andar via rapidamente”.

Nadja si considera un genitore a tutti gli effetti, proprio come Sveta. “Da quando siamo tornatə a casa, ho passato moltissimo tempo con Vanja. Abbiamo i nostri rituali: gli faccio il bagnetto e gli rimbocco le coperte. È il mio bambino. Anch’io, come Sveta, riconosco il suo odore. A volte lo sento anche quando passo davanti alla sua camera, e dico: “Non lo sentite? Ha un profumo dolcissimo, è qualcosa di speciale”. Né Sveta né sua madre lo percepiscono, lo sento solo io. Mi piace pensare che sia una sorta di compensazione alla mancanza di un legame biologico. Per me, è una sorta di segnale: “Non toccare il bambino!”. Non ho mai avuto la sensazione che Vanja non fosse mio figlio. Ha un odore simile al mio, e a volte ha atteggiamenti simili ai miei, sebbene io non li abbia mai manifestati davanti a lui. È il mio bambino, non si può negare”.

La maternità di Nadia non può essere legalmente riconosciuta. “Potrei diventare tutrice legale, ma a Sveta non converrebbe. Per il momento può firmarmi una procura notarile, con la quale anch’io posso rappresentare gli interessi del bambino. Ma le altre opzioni, per noi, sono fuori discussione, poiché lo Stato potrebbe supporre che Sveta non sia in grado di prendersi cura del piccolo. Sicuramente le chiederebbero su quali basi voglia includere una terza persona. “Beh, perché siamo una famiglia”, risponderei io, “ma non siamo tutelatə”. Ad esempio, io a Mosca ho una proprietà su cui Sveta non può avere alcun diritto. E se mi succedesse qualcosa, lə unicə ad essere coinvoltə sarebbero i miei parenti. A breve avrò un’operazione, e ho tanta paura che possa succedermi qualcosa. Penso che presto farò testamento, per sicurezza. Mia sorella e suo marito hanno cercato di tranquillizzarmi e di ricordarmi che oggigiorno tutto può essere documentato. Ma mi fa imbestialire pensare di dover spendere un sacco di soldi ed energie e studiare tutte queste casistiche per ottenere anche solo una minima percentuale dei diritti che alle altre persone vengono elargiti con un timbrino sul passaporto.

Commento dell’avvocato Lapov

In Russia le coppie omosessuali non possono sposarsi, e le unioni tra persone dello stesso sesso contratte all’estero non sono di fatto riconosciute. Molti dei rapporti e delle dinamiche previste dal Codice di famiglia possono essere ricreate attraverso vari contratti, ma non quelle che riguardano l’affidamento deə minori. Ciò che si può fare è firmare una procura (la stessa che si rilascerebbe a una tata, ad esempio), la quale autorizzerà lə partner o lə convivente ad andare a prendere lə bambinə da scuola, raggiungerlə in ospedale o ottenere informazioni sul suo stato di salute. Ma si tratta, per l’appunto, di diritti a livello di procura, che possono essere revocati in qualsiasi momento.

Se una coppia eterosessuale con unə figliə divorzia, entrambə hanno il diritto di vederlə e di determinarne la residenza, nonché l’obbligo di mantenerlə. Nel caso delle coppie omosessuali, quando tutto va bene è sufficiente una semplice procura notarile. Ma se unə deə due partner decide di divorziare e di impedire all’altrə di vedere lə bambinə, quest’ultimə non avrà alcun diritto a cui appellarsi.

Gli obblighi di mantenimento possono essere concordati: si può redigere un accordo che stabilisca la somma o la percentuale da destinare al mantenimento dellə figliə fino al suo diciottesimo compleanno. Ai sensi del Codice civile, un accordo di questo tipo può essere stipulato con chiunque, e se unə deə firmatarə smette di pagare, può essere citatə in giudizio. Tuttavia, per quanto riguarda le decisioni sull’educazione deə bambinə (e.g., la scelta del luogo di residenza o della scuola), non c’è documento che tenga.

In questa storia si parla di custodia. Se unə deə genitore è in vita (supponiamo che sul certificato di nascita dellə bambinə non figuri il padre, ma solo la madre), l’affidamento non può essere concesso ad un’altra persona. L’unica opzione è l’affidamento temporaneo, che viene effettuato qualora il genitore non sia in grado di adempiere ai propri doveri autonomamente. All’autorità tutoria devono essere forniti dei documenti che spieghino perché il genitore è temporaneamente impossibilitato a svolgere i suoi compiti – di solito un lungo viaggio di lavoro o una malattia. Tuttavia, ho assistito a casi in cui l’affidamento è stato concesso senza questi documenti: in uno di essi, la madre biologica del bambino aveva chiesto l’affidamento temporaneo al suo partner, poiché la natura del suo lavoro comportava continue trasferte. Ma, come giustamente sottolinea Nadja, questi casi possono attirare l’attenzione delle autorità, che non tarderebbero ad allontanare lə bambinə dalla famiglia, se quest’ultimə raccontasse di avere due mamme. Se gli organi statali fossero più tolleranti, l’affidamento temporaneo sarebbe un normale strumento giuridico, anche in assenza del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma allo stato attuale delle cose è meglio non avvalersene, in quanto significherebbe gettarsi in pasto alle autorità. Molto meglio la procura notarile, a cui lo Stato non può risalire.

Se unə adultə è ricoveratə in ospedale ed è cosciente, lə viene consegnato un modulo per consentirlə di avvalersi del diritto di visita. Lo stesso dovrebbe essere fatto con ə bambinə.

Certo, conoscere personalmente lə medicə può essere rassicurante, però, a mio parere, in una famiglia arcobaleno russa il secondo genitore dovrebbe sempre avere una procura per il bambino. Persino se ci si presenta in un negozio con il passeggino, la polizia può effettuare un controllo. Inoltre, lə vicinə possono essere poco cordiali. Ci sono precedenti di persone che si sono trasferite in un altro quartiere a causa delle attenzioni morbose dellə vicinə.

Se una coppia omosessuale si separa, il “secondo genitore” non ha il diritto di intervenire sulle decisioni che riguardano l’educazione deə figlə. Inoltre, nelle famiglie con genitori eterosessuali, in caso di divorzio lə nonnə, in quanto parenti strettə, hanno il diritto di vedere lə nipoti, cosa che nelle famiglie arcobaleno non è assolutamente contemplata (i genitori del “secondo genitore” non hanno il diritto di restare in contatto con lə figlə del “primo genitore” né possono reclamarlo attraverso il tribunale).

I sentimenti non sono immutabili
STORIA N.4: DIVISIONE DEI BENI

Aljona è nata in un paesino, si è laureata in un centro regionale e poi, nei primi anni Duemila, si è trasferita a San Pietroburgo. Lavora come graphic designer, professione che, quando ha cominciato, era nuova e non garantiva un reddito stabile (si trattava generalmente di piccoli compensi non soggetti a tassazione).

A venticinque anni conobbe una ragazza con cui decise di costruire con lei una relazione duratura: “Trovammo un punto di incontro nella musica: a lei sarebbe piaciuto fondare una band, ed evidentemente vide in me del potenziale, dato che avevo già un progetto musicale all’attivo. In generale, avevamo molte cose in comune. Nella nostra relazione, soprattutto nei primi tempi, ci sono stati momenti difficili: forti emozioni e gelosia da parte sua. Pensai che fosse una persona molto emotiva e perdutamente innamorata, e che fosse questo a renderla così gelosa. Comunque, mi sentivo pronta ad avere una relazione seria, ed ero convinta che insieme avremmo risolto tutto.”

All’inizio della frequentazione vivevano in case separate, poi la ragazza di Aljona si trasferì da lei. Nel 2007, dopo quattro anni di convivenza, decisero di comprare casa insieme. L’idea fu della sua ragazza (Aljona non aveva alcun risparmio e credeva che fosse impossibile). In quello stesso periodo morì un parente della fidanzata, che le lasciò un appartamento nella regione di San Pietroburgo.

Decisero di venderlo e di acquistare, con un piccolo pagamento aggiuntivo, una stanza in città.

Mentre cercavano, anche Aljona ottenne del denaro: una zia che viveva nell’oblast di Leningrado (la regione di San Pietroburgo, ndT) le aveva proposto di vendere l’appartamento dei suoi genitori. “Proposi alla mia compagna di investire insieme nell’immobile, ma non se ne fece nulla. Sua mamma diceva: “È stato tuo nonno, mio padre, a lasciarti in eredità la casa; quindi, voglio che la casa che acquisterai sia solo tua.”. Se fossi stata al suo posto, probabilmente avrei risposto: “Grazie mille nonno, ma decideremo da sole dove e come investire”. Oppure, avremmo potuto investire tutto in azioni… Ma questo è ciò che penso io, mentre lei mi disse che non l’avrebbe fatto, per via di sua madre.

La coppia investì il denaro della fidanzata di Aljona nell’acquisto della stanza e quello di Aljona in fondi comuni di investimento. Poi arrivò la crisi del 2008. “Trascorremmo l’estate in vacanza dai suoi genitori, e al nostro rientro i prezzi di tutti gli immobili erano raddoppiati. Avevamo quasi concluso un accordo, ma all’improvviso avevamo bisogno del doppio della cifra. Fu necessario chiedere tre prestiti in una volta sola. Per fortuna, la mia compagna aveva una discreta conoscenza del sistema bancario, quindi in qualche modo riuscimmo a raccogliere il denaro necessario.”

I soldi dell’eredità di Aljona, che le ragazze avevano scelto di investire in fondi comuni, furono spazzati via dalla crisi. Aljona riuscì a salvare circa cento mila rubli, mentre la sua compagna rischiava di perdere il lavoro a causa dei tagli al personale. Restò disoccupata per un po’ di tempo, durante il quale è stata Aljona a ripagare i prestiti.

In quegli anni vivevano in un appartamento condiviso a San Pietroburgo, nella stanza che avevano acquistato. “Fu un periodo incredibile, vivevamo apertamente come una coppia lesbica. Lə nostrə coinquilinə erano dei ragazzi moldavi, una rifugiata kazaka con una figlia adolescente e un uomo che aveva preso parte alle guerre cecene. Ci riunivamo in cucina e a nessuno di noi importava chi fosse chi. Uno spiraglio di tolleranza nella quotidianità di San Pietroburgo”.

L’esperienza si concluse nel 2011, quando Aljona e la sua compagna si trasferirono a Mosca. Per i primi tempi furono ospitate da amicə e, poiché non avevano un affitto da pagare, riuscirono a saldare gli ultimi debiti.

“A causa dell’inflazione, i prezzi degli alloggi erano aumentati vertiginosamente, così iniziammo a ricevere un milione e trecento rubli per la nostra stanza a San Pietroburgo”, ricorda Aljona. “C’era l’idea di investire in qualche appartamento in costruzione a Mosca. In quel periodo stavamo tentando di ricucire i brandelli della nostra relazione, ma senza successo: sapevo già che non volevo più vivere con lei, ma era difficile ammetterlo. Avevo persino paura di stare da sola con lei, mi sentivo in pericolo, anche fisicamente. La nostra relazione si basava unicamente su qualche metro quadro condiviso, e a me non stava più bene. Dovevo sistemare le cose. Fu molto difficile parlare del fatto che mi doveva dei soldi. Volevo giustizia, ma allo stesso tempo mi vergognavo e mi sentivo a disagio all’idea di chiedere ciò che mi spettava.”

Decisero di investire il denaro ricevuto dopo la rottura in una casa in costruzione a Mosca. Aljona e la sua ormai ex compagna si recarono insieme dal costruttore a firmare i documenti, sebbene nella scelta dell’appartamento fosse stato coinvolto anche il nuovo ragazzo di quest’ultima. Tuttavia, alla fine, Aljona non fu inclusa nella transazione. All’epoca non era chiaro se la rottura fosse definitiva o se ci fosse ancora qualche speranza.

““Perché non hai preteso la tua parte non appena è stata prelevata la somma?”, mi chiederete. Probabilmente, perché non ero in grado. Ormai all’interno della relazione avevo assunto il ruolo della vittima, e sentivo di non avere le risorse sufficienti per avanzare pretese. Quando finalmente ho trovato la forza per farlo, l’appartamento era stato acquistato. Se la nostra relazione fosse stata riconosciuta e tutelata dallo Stato, ci sarebbe stata una procedura legale su cui fare affidamento”.
Aljona si rivolse a un avvocato immobiliare, a cui descrisse la situazione e con l’aiuto del quale calcolò quanto aveva investito in beni comuni nel corso della relazione.

L’avvocato rispose che, in assenza di ricevute, sarebbe stato impossibile procedere legalmente. Allora, Aljona scrisse una lettera alla sua ex compagna, sperando di farla ragionare. Le raccontò dell’avvocato e della somma di denaro che aveva calcolato.

“Quando ci siamo riviste, ha scarabocchiato qualcosa su un foglio di carta. Mi accorsi che aveva calcolato una cifra un po’ più bassa, ma disse di essere pronta a corrisponderla. Ci siamo lasciate così. Per me era molto doloroso comunicare con lei, ogni incontro era come una pugnalata. Ma il fatto che avesse riconosciuto di essere in debito con me mi dava grande conforto. Dopo la rottura ho iniziato a riprendere in mano la mia vita. Lei disse che mi avrebbe inviato i soldi non appena avesse venduto l’appartamento di Mosca (era in costruzione da molto tempo e intanto i suoi programmi erano cambiati).”
I soldi non sono mai arrivati, e Aljona e la sua ex, che nel frattempo si è sposata, ha avuto unə bambinə ed è andata a vivere in un altro Paese, non si sono più parlate.

“Quando ho scoperto che era in un altro emisfero ho fatto il segno della croce. Col passare tempo, man mano che il mio stato emotivo si stabilizzava, iniziai a capire che questo denaro non corrisposto era una barriera che le avrebbe impedito di interferire nella mia vita in futuro”.
Aljona ricorda con rammarico come, all’epoca, non si parlasse del fatto che la violenza e gli abusi possono esistere anche nelle relazioni omosessuali. Non conosceva storie simili alla sua, non aveva nessuno con cui confidarsi e si vergognava di chiedere aiuto. “In assenza di istituzioni su cui fare affidamento, ci si aggrappa all’idea che i sentimenti siano immutabili. Ma non è così”.

Commento dell’avvocato Lapov

Se la coppia avesse contratto un matrimonio, farebbe riferimento al Codice di famiglia e ai relativi rapporti patrimoniali. A meno di stipulare un accordo prematrimoniale, una famiglia viene trattata come un’unica unità economica, con un regime di proprietà comune; in altre parole, se qualcunə compra qualcosa, vende qualcosa o accende un prestito, davanti alla legge sarà come se a farlo fosse stata l’intera famiglia, e non solo quella persona. In questo caso, se si acquista una stanza o un appartamento, la proprietà non viene ripartita in quote, 50/50, ma entrambə lə coniugi sono considerati proprietarə. Questo vale non solo per gli acquisti più ingenti (quelli soggetti a registrazione) quali appartamenti, automobili, ma per qualsiasi oggetto, persino un bollitore o un televisore.

La proprietà viene divisa in quote in caso di divorzio, e se le parti non si accordano autonomamente, la decisione su come ripartirle spetta al tribunale. Di norma, in assenza di figlə, a ciascuna delle parti spetta circa il 50%. Comunque, la divisione dei beni è una questione molto delicata, e non sono rari i comportamenti scorretti. Ad ogni modo, se Aljona e la sua compagna fossero una coppia sposata che sta divorziando, i rapporti patrimoniali resterebbero comunque in sospeso: salvo un intervento da parte del tribunale, essi resterebbero a nome della persona a cui sono intestati.

In ogni caso, il periodo di prescrizione a un certo punto scade; ciò significa che, se a distanza cinque o dieci anni dalla decisione del tribunale, unə coniuge ritiene che la decisione sia stata ingiusta e manifesta la volontà di rivedere l’accordo, si troverà nella stessa situazione di Aljona.
I matrimoni omosessuali contratti all’estero sono formalmente validi anche nel nostro Paese, ma l’ultima parola spetta sempre al tribunale. La cosa più prudente che si possa fare è stipulare un contratto di convivenza o emettere una ricevuta per ogni oggetto o immobile. Nel caso degli immobili, in particolare, è meglio effettuare la transazione a nome di entrambə lə acquirenti.

Nel caso dei prestiti si può invece procedere in questo modo: una persona accende un prestito e l’altra emette una ricevuta, e insieme acquistano qualcosa. Oppure, una persona può fare da garante. In un matrimonio, non solo i beni, ma anche gli obblighi diventano comuni, sempre salvo che un accordo prematrimoniale stabilisca diversamente. In ogni caso, è sempre meglio discuterne in anticipo: se una relazione fallisce e ci sono questioni patrimoniali in sospeso, questo può avere un impatto psicologico non indifferente. La protagonista di questa storia dice di non volere una relazione “basata sui metri quadrati”, ma molte altre coppie decidono di restare insieme, nonostante gli evidenti problemi strutturali (“me ne andrò quando avremo finito di pagare il prestito”).

Fonte
Magazine: Такие Дела
Articolo: Без права на пару (18+)
Scritto da: Мария Перебаева
Data: 8 luglio 2022
Traduzione a cura di: Paola Galluccio
Immagine di copertina: Anastasiia Chepinska su Unsplash
Immagine in anteprima: freepik

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