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Cosa ha detto davvero Catherine Deneuve nella lettera a Le Monde?
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Cosa ha detto davvero Catherine Deneuve nella lettera a Le Monde?

Redazione
Articolo di Margherita Brambilla

Mi sembra disonesto continuare a parlare di Catherine Deneuve visto che la lettera a Le Monde è stata firmata da più di cento donne e scritta da cinque di loro: Sarah Chiche, Catherine Millet, Catherine Robbe-Grillet, Peggy Sastre e Abnousse Shalmani. Di tutte le firmatarie, la Deneuve ha solo avuto la sfortuna di essere la più famosa.

Ci siamo presi qualche giorno per intervenire, perché sappiamo che questo genere di situazioni evolve in fretta; e infatti, la Deneuve si è già scusata e sono già fioccati tanti ottimi articoli di risposta.

Cosa dice la lettera?

Qui potete trovare una traduzione in italiano.

Ci sono vari estremi che vengono tirati in questa lettera:

1. La censura dell’arte considerata non politicamente corretta
2. La vittimizzazione della figura femminile
3. La libertà degli uomini di “provarci”

Andiamo punto per punto.

La censura dell’arte non politicamente corretta

Le autrici riferiscono di alcuni episodi specifici. In un caso, la censura di alcuni poster di una mostra su Egon Schiele che però non pare aver niente a che fare con il femminismo o con #MeToo, ma con una querelle tra chi vendeva lo spazio pubblicitario ed era titubante sulla presenza di figure di nudi in metropolitana – e per la cronaca, sono d’accordo col fatto che questa cosa non abbia alcun senso.

In un altro caso si parla di una petizione di 100 firme per contestualizzare o rimuovere dal Met di New York un quadro di Balthus, il Thérèse rêvant, accusandolo di sessualizzare una dodicenne e di promuovere la pedofilia. Qui l’autrice della petizione cita il movimento #MeToo e alcuni studi di critici che confermano che Balthus probabilmente era effettivamente un pedofilo, perlomeno nei suoi interessi, anche se non si sa se lo fosse nelle azioni. La petizione non è stata accolta.

La lettera insomma denuncia un clima di terrore in cui non è più possibile esprimersi in modo politicamente scorretto e reclama la possibilità di farlo. Il problema però è che se è vero che la censura a priori per “buon costume” non ha senso – e non è nemmeno femminista – avere un occhio critico sui prodotti culturali sia del passato che del futuro ha molto senso invece. Ciò non vuol dire censurare, rimuovere, eliminare, ma criticare sì.

La lettera e la vittimizzazione della figura femminile

Le firmatarie lamentano che il movimento #MeToo abbia due conseguenze negative: la prima, costringe le donne a considerarsi vittime anche dopo anni e anni, riducendole in una spirale di vittimismo, e la seconda, trasforma qualsiasi tentativo di approccio non gradito in una molestia sessuale.

Qui cominciano i punti davvero critici. Le autrici sostengono che questa estrema vittimizzazione deresponsabilizzi la donna e faccia ritornare a un puritanesimo estremo in cui la donna era un oggetto angelicato vittima delle orrende attenzioni maschili. Ma questa “estrema vittimizzazione” dov’è? Il movimento #MeToo è un invito a prendere coraggio, ad alzarsi, denunciare, a non subire, a non stare zitte. Non è forse una riabilitazione, una presa di potere e di coscienza? Per me le donne di #MeToo non sono vittime. Ma soprattutto, dove le autrici dicono “inviare i “porci” al macello, invece di aiutare le donne a diventare autonome” io dico che questa è una falsa equivalenza. La denuncia aiuta a superare il vittimismo. Punto.

La libertà degli uomini di “provarci”

Le firmatarie vogliono distinguere lo stupro e le molestie da un “rimorchio maldestro”. E sulla carta, hanno ragione. Però poi parlano di esagerazioni, di uomini costretti a sanzioni lavorative perché, testualmente “hanno avuto il solo torto di aver toccato un ginocchio, tentato di rubare un bacio, parlato di cose “intime” in occasione di un pranzo di lavoro o di aver inviato messaggi a sfondo sessuale a una donna per la quale l’attrazione non era reciproca.”

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Il problema è che questi sono torti. C’è poco da fare. E chiunque ha il diritto di esercitare il proprio lavoro senza dover sopportare un collega o un capo che ti tocca, ti manda messaggi sessuali, ti “ruba un bacio”. Forse proprio qui mi stupisco. “Rubare” a me sembra una parola molto chiara.

Il titolo della lettera è “libertà di importunare”, cosa che a me fa drizzare le orecchie. Posso essere d’accordo sul fatto che se una persona mi “importuna” e basta, non è passibile di denuncia legale, ma possiamo anche dire che ho il diritto di arrabbiarmi? Di sentirmi “importunata”? Di rispondere per le rime? Di sentirmi attaccata, umiliata, triste? Per le autrici, le donne devono imparare a rispondere all’importuno senza chiudersi nel ruolo della preda. Io mi chiedo, qual è però il ruolo dell’importuno? Se lui ha la libertà di darmi fastidio, io quanta libertà ho di rispondere?

Se il mio collega mi tocca il ginocchio in ufficio io posso dargli un pugno sul naso?

Una minima verità

C’è qualcosa di vero in questa lettera, ma è formulato in un modo tale per cui bisogna andare a scavare e rileggere più volte per vederlo. È una cosa che è successa di recente anche a Margaret Atwood, accusata di essere una “cattiva femminista” perché ha espresso delle critiche al movimento #MeToo, esattamente come hanno fatto le autrici francesi della lettera a Le Monde. La differenza però sta nei contenuti.

Margaret Atwood elogia il movimento, considerandolo un simbolo di un sistema legale che non protegge le vittime di stupro e molestie e che quindi va emendato dall’esterno. Ma, dice, quando non c’è legge dove sta la giustizia? L’importante è prendere consapevolezza di questo punto e andare avanti per migliorare il sistema.

Questa lettera, al contrario, decide arbitrariamente chi sia o meno vittima, dimenticandosi di un punto fondamentale del femminismo: io mi autodetermino, io decido chi essere.
E se non mi sento una vittima, non lo sono.
Non importa quante persone tenteranno di sottoscrivere il contrario su un giornale francese.

Leggi i commenti (1)
  • Tu non puoi autodeterminarti il nostro essere è un compromesso tra noi e gli altri. La nostra identità si negozia con le altre persone voler decidere chi siamo in base ai nostri sentimenti è solo un capriccio va bene quando hai due anni ma non quando si è adulti si inizia a capire il punto di vista degli altri verso i 3 anni. Il movimento del #metoo può si aver portato a galla scomode verità ma ha anche favorito la vittimizzazione della donna. Il fatto che un uomo ci provi con una donna non significa che questo sia una molestia dipende dal contesto e dalle circostanze.
    Non erano critiche ma richieste e censure quelle mosse dal movimento verso diverse opere d’arte. In generale il movimento femminista internazionale negli ultimi anni è diventato dispotico come una dittatura comunista puritano come la peggiore setta religiosa e ignorante come un bambino di 2 anni. Addirittura ha legato con i vari movimenti islamici l’islam! quella religione dove va bene che il marito picchi la moglie per “educarla” .. la rotta che sta prendendo il femminismo oggi va completamente a sfavore delle donne è solo un modo per attirare attenzione una caccia alle streghe un’arma dei politici pronta ad essere usata per i propri scopi personali.

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