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Cosa vuol dire “figlio di…”
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Cosa vuol dire “figlio di…”

Lorenzo Gasparrini

Da molto tempo, gli insulti sono studiati come fenomeno linguistico legato alle pratiche politiche e relazionali. Da quando il linguaggio dei media e delle personalità istituzionali ha superato il confine tra turpiloquio e “normale” comunicazione, insulti e parolacce hanno riempito la comunicazione sociale come elementi di colore, come se potessero soddisfare un’esigenza espressiva che altrimenti rimarrebbe muta, senza parole. L’esigenza politica ed economica di “parlare alla pancia” di più persone possibile ha da tempo sdoganato su ogni mezzo di comunicazione un lessico enorme di espressioni scurrili, volgari, violente, sessiste, come se per il fatto di usarle più diffusamente esse abbiano perso la capacità di fare male, di veicolare violenze, di raccontare storie di abusi, di togliere spazio a parole più precise e fedeli ai nostri sentimenti, alle nostre emozioni. Il grande inganno delle “parolacce” è questo: farci credere che a usarle si è più capaci di dare conto di tanti stati d’animo che altrimenti non troverebbero modo di esprimersi. In realtà è proprio il contrario: ricorriamo al turpiloquio perché non sappiamo – per fretta o per ignoranza – trovare espressioni più adatte, precise, dettagliate, sentite più vicine alla nostra interiorità. L’espressione “figlio di…”, ad esempio, ha assunto in molti luoghi e momenti il significato di “scaltro, furbacchione, simpatica canaglia” – e anche questo senso viene di certo dalla sua origine.

Cosa significa dunque l’insulto “figlio di…”, seguito da uno dei tanti sinonimi, storici e locali, di “puttana”?

“Puttana” è una parola con una storia antichissima. Derivata dal latino puta (bambina, ragazza), la prima volta che viene testimoniata, nella sua forma tarda latina putàna, usata come dispregiativo per una donna, è in un mosaico dell’XI secolo oggi visibile nella basilica di San Clemente a Roma, e già all’epoca le influenze da concetti e immagini della religione erano state molto forti. Il francese putain(e) è attestato nel 1119, e già Dante ci mostra che si usava anche la forma verbale:

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
(Inferno, XIX, 106-108).

La funzione della parola è chiara: il corpo della donna, se non è usato per la procreazione, è luogo di peccato e di tentazione, e la donna che ne fa questo uso – per il piacere suo o altrui è ininfluente – è moralmente da denigrare. Tanto che il sostantivo che la identifica diventa, in Dante, verbo: il suo essere di chiunque, senza “padrone” (uomo), svaluta completamente la donna – oggi questa storia è ancora ben conservata nel verbo “sputtanare”, che significa “dire male di qualcuno” ma anche “svalutare, far perdere stima e reputazione”, proprio i due moralismi alla base dell’insulto “puttana”.

In questa lunghissima storia che mescola sacro e profano (per l’appunto, “madonne” e “puttane”), si inserisce una preoccupazione tutta maschile che ha creato, nei secoli, strutture di potere che ancora informano le nostre società e le nostre culture: avere un figlio maschio, un erede. Problema fondamentale per chiunque avesse un potere e dei vasti beni (re, monarchi, principi, imperatori…) era la sicurezza che tutto sarebbe andato a un legittimo successore, cioè sangue del proprio sangue e carne della propria carne. In tempi in cui l’esame del DNA non c’era e gli uomini potevano essere sicuri solo della propria madre – al momento della nascita quella è l’unica certezza evidente – ci si inventò e si rafforzò tutta una serie di dispositivi morali, giuridici, sociali e culturali per assicurarsi che quel figlio fosse con sicurezza il proprio figlio: la verginità come valore sociale, la monogamia a vita, l’educazione femminile che proibisce o svaluta il piacere del sesso, la consacrazione “divina” religiosa dell’unione matrimoniale – sostanzialmente, i valori contrari a quelli espressi dalla parola “puttana”.

L’importanza del proprio albero genealogico, trasmissione del potere tra capifamiglia maschi, si spiega con la preoccupazione di non disperdere il potere, i beni, le terre, le proprietà conquistati con la forza e la violenza. In tempi più recenti, finite le questioni materiali, ciò che rimase importante fu un’entità immateriale che rappresenta quella forza, quella virtù, quella capacità maschile: l’onore.

Finalmente abbiamo tutte le informazioni necessarie per capire perché “figlio di puttana” ha valore di insulto. Se da un lato ha infatti lo scopo di denigrare la condotta della madre per i motivi di cui sopra, dall’altro intende dire “tu non sai chi è tuo padre” e per due motivi: tuo padre non ha saputo “controllare” il sesso di tua madre – e quindi non è stato capace di trasmettere la sua linea patriarcale e non ti può riconoscere; o, peggio, tuo padre non si sa chi è. Si tratta dunque di un insulto che intende sminuire il valore altrui proprio secondo una precisa visione sessista: tu non sei abbastanza uomo, lo sei meno di me, perché la linea del tuo potere patriarcale è incerta, spezzata, corta – tuo padre è stato un debole o un uomo sconosciuto e quindi non sai chi sono i maschi che ti hanno generato, non sai da dove viene nel tempo il tuo potere di uomo, non hai ricevuto nulla da tutti gli uomini che ti hanno generato. Per questo poi l’insulto è passato a descrivere chi è scaltro, furbo, chi inganna: per sopperire alla mancanza di altri poteri virtuosi, il “figlio di…” è costretto a usare l’inganno, il raggiro, l’astuzia.

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Questa visione del potere che discende dal padre è confermata da molte abitudini culturali diverse. Ancora oggi in molti Paesi, per riconoscere l’estraneità o la vicinanza di qualcuno, si chiede “di chi sei figlio”; in molte culture esiste ancora il patronimico che “produce” il nome delle persone, come anche è testimoniato in molte letterature antiche; il cognome ha in molti casi origine dal nome del padre; solo di recente in alcuni Paesi si sta abolendo il cambio di cognome per le donne quando si sposano e l’obbligo di adottare il cognome del padre per i nuovi nati.

In conclusione, come dice Graziella Priulla,

Seguire le tracce del turpiloquio significa accedere alle dinamiche profonde e ai nodi irrisolti, alle zone d’ombra della società. […] La lingua non serve solo a scambiare informazioni o a ottenere qualcosa: è anche un luogo di affermazione di sé. Aiuta o deprime l’autostima. Se il linguaggio ci nomina in modo perverso, ci cancella anche rispetto a noi stessi.

Bibliografia:
G.Priulla, Parole tossiche, Settenove.
V.Tartamella, Parolacce, BUR.
G.Lotti, Dizionario degli insulti, Mondadori.
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