Cristina Portolano nasce nel 1986, come me.

Ricordo benissimo, come mi succede con pochissimi autori, la prima volta che ho visto in fumetteria Quasi signorina. Ero davanti alla vetrina e stavo dando un’occhiata prima di entrare. Ho letto questo titolo, e poi l’ho riletto pensando di non aver capito bene. Quasi signorina.

Sono stata subito attraversata da una marea di ricordi in un secondo: mia madre che mi diceva “tra un po’ diventerai signorina”, le mie amiche che mi raccontavano che le loro madri facevano la stessa cosa, la paura del cambiamento, un po’ anche la voglia di capire bene cosa significasse diventare “signorina”, la vergogna che provo ancora oggi nel prendere un assorbente dalla borsa per andare in bagno.

Sono entrata e ho comprato altro, ma prima di andare via ho riguardato quella copertina dai colori pastello che aveva smosso tutto quel marasma.

Probabilmente non avevo ancora voglia di riaffrontare quel calvario. Mi aspettavo che dentro quella storia ci fosse qualcuno pronto a spiegarmi come avrei dovuto prendere quella storia del diventare signorina. Eppure qualcosa era successo, ogni volta che passavo davanti ad una vetrina di una fumetteria e vedevo quel titolo, qualcosa si muoveva, fino a che in vetrina non l’ho visto più.

Panico.

Allora mi sono decisa ad entrare, cercarlo e comprarlo.

Arrivata a casa, ho girato la prima pagina, in cui compariva un’illustrazione dell’autrice nella tipica tenuta da bambina anni ’90: capelli ricci corti, occhiali improbabili, camicia vaporosa, colletto tondo, pantaloni dalla fantasia simile alle tende di mia nonna. Insomma, ero io!

La scuola dalle suore, i continui pisolini per evadere dal mondo, i videogiochi passati dal fratello maggiore (che io non avevo, ma c’era mio cugino), l’ansia per un corpo che, come annunciato dal tutto il paese, sarebbe cambiato, i vestiti della domenica pruriginosi e vaporosi che mi impedivano di correre.

Nonostante la distanza tra Napoli (città natale dell’autrice) e Firenze (città natale della sottoscritta), evidentemente tutto il mondo è paese.

Forse tendiamo a scordarci quanta difficoltà si provi in questo periodo in cui non si riesce proprio a capire da che parte si sta andando, in cui si vorrebbe solamente chiudersi in un bozzolo per uscirne da farfalla. Tutti sanno esattamente cosa sta succedendo tranne te. Tutto il vicinato, la scuole, le zie, le cugine, le amiche di mamma, le amiche del lattaio, sono lì che chiedono a tua madre “allora? È diventata signorina?”.

Quando si pubblica una storia le si dà autorevolezza, e vedere in qualche modo la “mia” storia pubblicata mi ha aiutata a rielaborare un periodo della mia vita che avevo lasciato lì, come un soprammobile a prendere polvere, senza curarmene più di tanto. Come è successo a me credo sia successo a molte altre persone che avranno rivisto in questa storia aspetti della propria vita che la “decenza comune” vuole lasciare in disparte. Se ne può parlare certo, ma solo tra donne, in situazioni protette, come per esempio tra colleghe donne in ambienti tipicamente femminili, o negli spogliatoi di una palestra, ma non deve essere un argomento degno di nota. Guai se viene fuori l’argomento in contesti non consoni, come la vita pubblica.

Cristina Portolano è riuscita, con espedienti letterari e grafici semplici, diretti e molto efficaci, a dare aria nuova ad una discussione che per troppo tempo è rimasta latente.

Ho trovato buffo che la protagonista ad un certo punto dica ad un’amica “non mi piace che noi diventiamo signorine e i maschi non soffrono quando crescono!”. È una frase che ricordo molto bene. Anche se non con le stesse parole risuonerà anche a voi: sicuramente ad un certo punto della vostra adolescenza avrete detto una cosa del genere, o l’avrà detta qualche vostra amica.

Anche se è solamente una misera bugia. Anche i maschi soffrono quando crescono, solo che a loro viene insegnato a non parlarne, nemmeno tra maschi.

Il 19 ottobre 2017 è uscito Non so chi sei, nuovo graphic novel della Portolano (di cui vi abbiamo già parlato qui) che racconta una nuova modalità di avvicinarsi all’altro: le App come Tinder hanno dato il potere a tutti di vivere la sessualità in modo diverso, ma è poi davvero così?

Siamo la prima generazione, forse, che ha i mezzi materiali per un vera rivoluzione sessuale ma non ha i mezzi intellettuali ed emotivi per farla veramente.

L’autrice sottolinea spesso come gli altri giudichino il suo comportamento riguardo al sesso e al fatto che riesca tranquillamente a uscire con qualcuno dichiarando le sue intenzioni senza timore.

In realtà i temi affrontati sono molti, come la concezione del sesso occasionale vista dal punto di vista dell’uomo e della donna, il modo di usare il sesso come balsamo lenitivo per le ferite dell’anima (spoiler: non funziona), la difficoltà che la protagonista vive nello stare vicino ad una persona che comincia la transizione F to M, e di come vivere la sessualità diventi complesso quando il nostro corpo ci è estraneo.

Insomma, dietro l’apparenza innocua delle copertine color rosa pastello e dei personaggi delineati quasi come per un fumetto indirizzato ad un target molto molto giovane, Cristina Portolano riesce a sbattere in faccia a chi le si avvicina quella quotidianità a cui non viene dato spazio e che tutti tentiamo di relegare in fondo al cassetto del calzini per nasconderla agli altri.

Il sesso occasionale, gli ex, le mestruazioni, la nudità, sono souvenir che tutte vogliamo assolutamente avere, ma che siamo state abituate a nascondere. E spesso per reagire a queste restrizioni siamo state anche obbligate ad ostentarle per farci ascoltare, quando in realtà non sarebbe assolutamente necessario.

Essere riservate ed essere oppresse sono due situazioni estremamente differenti, divise solo dalla possibilità di scegliere sugli aspetti della propria vita. Fare sesso occasionale è una scelta, non certamente un obbligo, come lo è parlare delle proprie mestruazioni, dei propri ex, o mostrare le gambe o l’ombelico. Il punto è: quanto veramente scegliamo di mostrare o non mostrare qualcosa? E quanto invece ci è stato insegnato e imposto di mostrare o non mostrare? Quanto è funzionale, inoltre, rendere fruibile il materiale che parla di questi temi? Queste sono le domande, secondo il mio parere, che dopo una letture del genere vengono a galla.

Cristina Portolano lavora anche ad altri progetti che potete vedere sul suo sito.

Non conosco Cristina di persona, ma vorrei farle un sentito ringraziamento. Grazie a lei sono riuscita a cercare la piccola Viola dodicenne spaurita, insicura, completamente inadeguata sotto ogni punto di vista e a dirle che le cose sarebbero migliorate… anche perché peggiorarle sarebbe stato abbastanza difficile.

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