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CRLN: 25 anni, unica donna del roster Macro Beats e un disco dal sapore internazionale
Dark Light

CRLN: 25 anni, unica donna del roster Macro Beats e un disco dal sapore internazionale

Valeria Lucia Passoni

Il sessismo c’è, esiste, ogni giorno assistiamo a / viviamo in prima persona episodi in cui  la parità uomo-donna è messa in discussione o semplicemente non è considerata.

Che se ne parli, che non si faccia finta non accadano tali episodi.
Se accadono, significa dobbiamo diventarne consapevoli e trovare dei modi perché si estinguano.

Ahimè un episodio sessista, che le ha impedito di godersi il palco allo stesso modo in cui se l’è potuto godere l’headliner che apriva in Sicilia quest’estate, è accaduto a Carolina Guidi, nata nel 1993 a San Benedetto del Tronto, che con lo pseudonimo di CRLN – si legge Caroline – fa parte della famiglia-roster Macro Beats, etichetta discografica indipendente fondata ormai dieci anni fa dal produttore Macro Marco.
Giovanissima, dal piglio estremamente internazionale, ha pubblicato il suo primo Ep, Caroline, nel 2016 e a febbraio di quest’anno il suo primo Lp, Precipitazioni, dieci brani che spaziano dall’indie all’elettronica passando per il soul.

Ciao Carolina! Primissima domanda di questa intervista: cos’è la musica per te?
Ciao! Direi che in ordine di importanza la musica per me è fonte di sfogo, hobby e lavoro.

Di cosa parla il tuo disco? Quale brano lo rappresenta emblematicamente?
Il mio disco parla sicuramente di alcune mie sofferenze che più generalmente possono essere intese come malessere umano. Sono esperienze e sensazioni che può vivere chiunque.
Ho perso il conto” è il pezzo più rappresentativo dell’album perché è il primo brano scritto e parla di quell’anno in cui non sono riuscita a buttar giù nulla sul foglio e soprattutto a uscire di casa. Ho avuto un momento di chiusura molto forte e la reazione a quel periodo è stato l’album.

Classica – e forse noiosa – domanda: il tuo mito, il tuo massimo riferimento nella musica chi è? A chi ti sei ispirata nel costruire il tuo percorso da musicista?
La premessa è che ascolto molta musica, mi piacciono tante cose ma non so farmi ispirare. Sono una persona molto spontanea e la musica mi riflette in questo senso. Avviene tutto molto di getto, ed è sinceramente poco studiato.
Questo mi dà la certezza che io possa sentire tutto quello che faccio Mio.
Sto lavorando per questo, per trovare una mia dimensione.
C’è una figura che stimo più di tutte ed è Bjork. Non vorrei mai emularla. Non vorrei emulare nessuno, ma riconosco la sua impareggiabilità.

Come mai – secondo te – sei l’unica artista donna in Macro Beats?
Non ne ho idea, ma ne sono lusingata. Purtroppo ci sono anche poche donne nella musica su cui “poter puntare”. È vero che siamo poche e che tendiamo a non credere nelle nostre potenzialità ma non è un problema della donna in sé. È la mentalità radicata in certi ambienti che non ci permettere di essere qualcosa di non stereotipato. Potremmo fare ed essere molto di più di quello che ci fanno credere, il problema è entrare in questa ottica e cambiarla.

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All’Indiegeno Fest, mentre ti esibivi in apertura di Gemitaiz dal pubblico sono partiti dei tristi cori ignoranti e maleducati aka il classico “ollellè ollallà”. L’headliner non ha detto mezza parola sui fatti successi se non dopo la tua denuncia dei fatti.
Come ti sei sentita in quel momento – e dopo –?
Si è già parlato tanto di quella storia e penso di aver detto già tutto. C’è un mio post su Facebook che racconta per filo e per segno l’accaduto e tutte le sensazioni che si provano in una situazione del genere. Io ho denunciato il fatto e sono molto felice che si
sia creata una discussione.
Ribadisco che non è una guerra contro l’uomo. Quella volta Gemitaiz è rimasto in silenzio e 2 anni prima è rimasto in silenzio Marracash e chissà quanti hanno fatto la stessa cosa.
Il concetto basilare è che c’è bisogno di presa di posizione anche da parte degli artisti. Non per me, non perché sono io, ma perché questo paese ne ha bisogno. Io sono stata solo la portavoce di tante ragazze che non hanno parlato e la cosa non può che rendermi fiera.

Appurato che in Italia, il sessismo sia un problema e molto grosso, nel nostro mercato musicale com’è la situazione?
E nel rap, che tra i vari generi musicali è sicuramente oltre ad essere forse il più stereotipato, è caratterizzato di certo da un linguaggio non oxfordiano e spesso da testi che si rivolgono alle donne (e non solo, come alcuni casi di omofobia testimoniano) in malo modo (per usare un eufemismo), come una ragazza sopravvive e si afferma?
Già il concetto che nel 2018 una ragazza, anzi un qualsiasi essere umano, debba sopravvivere in un determinato ambiente mi fa accapponare la pelle. Purtroppo però la situazione è realmente questa.
I “diversi” vengono considerati deboli e devono cercare di farsi spazio.
Se sei una donna, sei omosessuale o sei solamente più sensibile degli altri, allora sei soggetto a scherno. La triste verità è che non ci siamo realmente evoluti. Siamo gli stessi della caccia alle streghe, solo vestiti meglio e con dei macchinari appresso che ci fanno credere di essere meno limitati.
Nel rap viene utilizzato quel tipo di linguaggio dalla notte dei tempi e alla fine lo rispetto perché fa parte di una cultura, quella hip hop. Il problema però è nella nostra testa. È in come decidiamo di concepire certe cose. È il valore che diamo alle parole. Se voglio utilizzare il termine “troia” in una frase di un pezzo posso farlo, però poi come artista è mio dovere motivarlo e giustificarlo e invece come ascoltatore devo essere in grado di percepire che quel concetto ha un significato nullo.
Bisogna capire che non c’è messaggio, non c’è un valore in quel termine.
Ovviamente se tu artista ti ritrovi degli ascoltatori adolescenti che non hanno gli strumenti per concepire questo concetto, poi è tuo compito morale spiegarglielo.

5 brani che ti stanno influenzando in questo periodo?
Revenge Song di Corbin
Agony di Yung Lean
Plastic 100° di Sampha
Underwater dei Porches
Desafìo di Arca

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