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Depressione: pregiudizi e stereotipi. Un’esperienza personale

Depressione: pregiudizi e stereotipi. Un’esperienza personale

Articolo di Alice Picco

Mentre inizio a battere sulla tastiera per scrivere questo articolo mi rendo conto che non so che taglio dargli. Trattandosi di un argomento molto delicato e che mi tocca da vicinissimo, la mia mano trema un po’ e nella mia testa si accavallano milioni di idee su come possa rendere il discorso scorrevole ed interessante, ma allo stesso tempo non pesante né patetico.
Quindi vi chiedo subito scusa e invoco la vostra comprensione: parlare di depressione non è proprio semplice, ma lo voglio fare perché, ora che ne sono uscita, forse riesco ad avere una visione più oggettiva della questione e sicuramente capisco meglio quali siano state le discriminazioni che ho subito (e che spesso subisco ancora). Probabilmente ne verrà fuori un articolo strano, un misto di flusso di coscienza e imprecazioni e statistiche e ragionamenti più o meno sensati, però vi assicuro che ci metto il cuore.

Inizio con dei dati statistici, giusto per far capire subito di cosa sto parlando. Secondo lo studio ESEMeD (European Study of the Epidemiology of Mental Disorders), in Italia l’incidenza della depressione maggiore e della depressione cronica (distimia) nell’arco della vita è dell’11,2 % (14,9 % nelle donne e 7,2% negli uomini), per non parlare di tutti quei casi, che ovviamente non rientrano nelle statistiche, in cui la depressione non viene diagnosticata. Non stiamo parlando di dati particolarmente confortanti.

Ma che cos’è, nello specifico, la depressione? LAmerican Psychiatric Association dà la seguente definizione:

“Depression (major depressive disorder) is a common and serious medical illness that negatively affects how you feel, the way you think and how you act. Fortunately, it is also treatable. Depression causes feelings of sadness and/or a loss of interest in activities once enjoyed. It can lead to a variety of emotional and physical problems and can decrease a person’s ability to function at work and at home.”

Quindi, insomma, il disturbo depressivo è – a grandi linee – una condizione sia mentale che fisica che modifica negativamente il modo di pensare e di agire e che causa perdita di interesse praticamente verso tutto e una sensazione di tristezza perenne.
Ciò che è veramente molto importante chiarire fin dal principio è che la depressione è a tutti gli effetti una malattia, così come lo è la polmonite o la varicella. Questo, per favore, ricordatelo sempre.

Probabilmente alcuni di voi si staranno chiedendo cosa intendo quando parlo di discriminazioni nei confronti di chi ha (avuto) questo tipo di disturbi. Per spiegarvelo non posso fare altro che parlarvi della mia personalissima esperienza. Ho avuto due crisi depressive forti, la prima a 19 anni e la seconda l’anno scorso, a 26, entrambe accompagnate da un fantastico corredo di ansia e attacchi di panico (che, per i fortunatissimi che non ne hanno mai avuto uno, consiste in tachicardia, sudorazione fredda, nausea, senso di soffocamento e capogiri, solo per citare i sintomi fisici più comuni.)
Credo che uno degli stereotipi più comuni riguardo alla depressione sia il classico “ma no, è solo un momento così, sorridi, la vita è bella”. Quelli che parlano in questo modo sono quelli che non hanno la più vaga idea di cosa sia realmente la depressione e non hanno mai avuto a che fare con persone che ne soffrono, fatto che indubbiamente non dipende da loro e di cui non hanno colpa, però il primo pensiero quando sentivo questa frase era il seguente: ma allora, porca di quella miseria schifosa, lo so anche io la vita potrebbe essere bella, però già mi fa schifo stare nel mio corpo e il mio cervello mi va stretto, se in più tu mi vieni anche a dire di sorridere e di prenderla sul filosofico io mi incazzo il quadruplo, perché certo che potrei e vorrei anche, ma non ci riesco e – pensa un po’ – questo mi fa stare ancora peggio. Sicuramente chi consiglia di “tirarsi su” lo fa in ottima fede, ma questa era la reazione che a me veniva spontanea. Proprio per questo, credo ci sia bisogno di più informazione riguardo alla depressione, che – ripeto – è una vera e propria malattia. La maggior parte delle persone, infatti, la considerano solamente come una tristezza temporanea, un modo che noi depressi abbiamo per avere più attenzioni (e anche qui, voglio dire, se voglio più attenzioni vado in giro vestita da pagliaccio It, non divento triste apposta).
C’è anche da dire che la depressione fa una gran paura non solo a chi ne soffre, ma anche a chi ci si trova a stretto contatto. Anzi, in molti casi succede che il malato non si renda totalmente conto di quanto siano preoccupate le persone che gli stanno accanto, proprio perché è talmente compreso nel proprio malessere che quello che c’è intorno gli interessa davvero poco. Io, per esempio, ho avuto la fortuna di avere vicino i miei genitori e i miei amici durante la prima crisi, e anche il mio compagno durante la seconda. Inizialmente ero convinta che nessuno potesse capirmi (e in parte è vero: nessuno può capire fino in fondo cosa sia la depressione se non ci è mai passato), che tutti se ne fregassero di come stavo e di cosa pensavo, che addirittura qualcuno si stesse allontanando da me (anche questo è in parte vero, c’è qualcuno che “non ce la fa” e se ne va, spesso per poi tornare una volta che si è guariti). Vi faccio un esempio banale: il mio ragazzo ci ha messo mesi prima di capire cosa avessi veramente. All’inizio prendeva le distanze in un modo che dire che mi faceva incazzare è un eufemismo; non rispondeva quando gli dicevo che stavo male, mi dava consigli totalmente impraticabili e si arrabbiava perché “che palle sono stufo di vederti così” (conviviamo, quindi insomma è quello che si è sorbito tutta la parte peggiore). Siamo arrivati ad un punto che entrambi eravamo convinti fosse di non ritorno ed è stato allora che lui ha deciso di mettere un po’ da parte la paura ed entrare nelle sabbie mobili con tutte le scarpe. Quando mi ha accompagnata alla prima visita dalla psichiatra e in sala d’attesa mi teneva la mano strettissima ho capito che aveva capito, almeno in parte.

Eccoci qui, siamo arrivati a uno dei punti più dibattuti, una delle discriminazioni più assurde: l’uso di psicofarmaci. Personalmente trovo che, ovviamente nel giusto dosaggio e accompagnati da psicoterapia, gli psicofarmaci servano eccome, almeno per dare la “botta” iniziale. Ma non è tanto questo il punto, quanto le persone che considerano chi utilizza la chimica per curarsi un drogato a tutti gli effetti. “Ma dai, fanno male, puoi farcela da sola”: beh, evidentemente se sono arrivata a questo punto significa che da sola non ce la faccio e soprattutto grazie mille, lo so anche io che prendere molti farmaci non fa bene ma in questo momento mi servono e fammi vedere la tua specializzazione in psichiatria brutto cretino. Danno assuefazione, è vero; si sente l’astinenza quando si inizia a diminuire le dosi, è vero; il primo periodo ti fanno sentire come un vegetale, è vero. Però vorrei vederle, queste persone, a consigliare a qualcuno con la broncopolmonite di sforzarsi e guarire da solo. L’ho già detto che la depressione è una malattia, sì?
Tuttora io sono in cura da una psicologa e una psichiatra (sempre siano lodate), da cui vado sempre più raramente ma comunque con costanza, perché, nonostante il periodo peggiore sia decisamente passato, sento di averne ancora bisogno. Ovviamente uno psicoterapeuta mica te li risolve i problemi, sarebbe un sogno, però svolge un ruolo importantissimo: fornisce gli strumenti per poter analizzare il problema alla base della malattia e un punto di vista differente da cui guardarlo, che non è proprio poco. A volte esco dallo studio della psicologa più prostrata di quando ci sono entrata, ma dopo anni ho capito perché: non è affatto facile guardarsi dentro, mettersi davanti alle proprie più grandi paure e cercare di superarle, ci vuole tanto di quel coraggio che se i fenomeni che si ostinano a dire che chi è depresso è debole capissero anche solo in parte smetterebbero di far prendere aria alle corde vocali.
Questo è quanto, ragazzi miei: chi soffre di depressione non è debole (a proposito, di solito sottolineo l’enorme differenza tra la debolezza e la fragilità), non è un fallito, non è un peso per chi gli sta intorno. Siamo solo persone che fanno più fatica di altre a superare alcuni traumi o alcune fasi impegnative della vita o affrontare eventi che non sono stati affrontati per troppo tempo e poi ci sono esplosi in faccia, le motivazioni possono essere infinite. Quel che è certo però è che non siamo deboli e chi vuole farcelo credere deve solo andarsene sonoramente a quel paese.

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Inizialmente facevo una fatica immane a parlare della mia depressione, sia con i medici che con le persone a me più vicine: mi vergognavo come una ladra. Con il passare del tempo, però, ho capito che non c’è proprio nulla di cui vergognarsi. Vi sentireste in imbarazzo a dire che vi siete presi l’influenza? Ecco. Certo, la maggior parte della gente resta a dir poco basita quando ne parlo (poi ovvio, non parlo di depressione come parlo, che so, di libri o di film, però insomma quando capita dico la mia), perché purtroppo questa malattia è ancora un tabù. È una di quelle cose di cui si preferisce sapere poco e parlare ancora meno, come la maggior parte degli argomenti che riguarda l’interiorità e le emozioni. Sicuramente non è un argomento facile da trattare e non si può farlo con tutti, però a volte aiuta. Nel corso degli anni ho constatato anche che la mia esperienza, seppur non totalmente positiva in tutte le fasi, è stata d’aiuto ad altre persone che erano spaventatissime all’idea di trovarsi davanti all’orribile mondo della depressione. Perché poi la cosa strana di tutto ciò è che quando hai passato dei momenti davvero brutti e ne sei più o meno uscito, poi le persone che ci stanno invece entrando le riconosci come se avessero un bollino in fronte. Basta una parola, un gesto, un commento, e ti ritrovi a dire cazzo quella persona ero io.

Non so se mi sono spiegata bene, se ho scritto troppo “di pancia” ο se sono riuscita ad essere anche solo vagamente razionale, però spero di avervi fatto capire quali siano le principali discriminazioni che subisce una persona che soffre di depressione, discriminazioni che molto spesso portano la suddetta persona a nascondere il proprio malessere per paura di essere giudicata. Non giudicate mai senza sapere, per favore.

Vi lascio una frasettina che mi ha aiutata molto nei periodi schifosi, che mi ha fatto riflettere sul fatto che ok, quella volta non ce l’avevo fatta ma la volta dopo sarei riuscita a fare meglio. Non a fare tutto giusto, ma a fare anche solo un pochino meglio.

“Try again. Fail again. Fail better.”

                                      (Samuel Beckett)

 

Leggi i commenti (10)
  • Giudizio personale sull’articolo?Non sei andata troppo “di pancia”, hai espresso il punto di vista interno di qualcuno che lo vive, rendendo, come hai scritto tu stessa, meno paurosa questa malattia. L’argomento della depressione mi tocca molto da vicino, ho avuto una persona cara non troppo tempo fa che ne ha sofferto, tentando anche il suicidio, e sono stata una delle poche persone che non l’ha abbandonata, prendendomi tutto il peso della situazione. Ora sta meglio, è seguita da uno specialista, ma ho sempre paura di una ricaduta e di come potrei aiutarla senza farmi coinvolgere troppo come la volta precedente. Ti ringrazio per la trasparenza con cui ne hai scritto, fa sentire compreso anche chi sta vicino a chi ne soffre.

  • Avevo scritto un commento ma non so se non si è salvato o cosa..comunque complimenti per l’articolo. La depressione è un argomento che mi tocca da vicino perchè non troppo tempo fa ho dovuto aiutare una persona cara, che ha cercato di suicidarsi, e non è stato semplice. Ora questa persona è seguita da uno specialista, ma io ho paura che se ci dovesse ricadere non saprei come aiutarla, per questo ti ringrazio per come hai descritto la situazione perchè fa sentire compreso anche chi sta vicino alla persona malata.

  • Ciao Alice…mi piaceva il tuo entusiasmo nel raccontare…ora ancora di più! Conosco per esperienza direttain l’argomento che hai trattato e concordo ogni passaggio.
    Spero di incontrarti per un abbraccio

  • Grazie a voi per aver letto e soprattutto aver capito. Devo dire la verità, inizialmente mi sentivo un sacco in imbarazzo, ma ho capito che averci messo la faccia è stata la cosa migliore, decisamente.

  • Ciao! Innanzitutto vorrei dire ho letto l’articolo e ho percepito le buone intenzioni di chi lo ha scritto. I dati epidemiologici sulla depressione non sono certo incoraggianti e il fatto che questa condizione sia spesso considerata un tabù di cui non parlare non aiuta a capire le dimensioni del fenomeno e a comprenderlo meglio. Serve destigmatizzarlo. Ma non si può combattere lo stigma che avvolge i disturbi psicologici rendendoli disturbi medici. La depressione non è una malattia come la polmonite e la varicella, perché non ha cause organiche. Non esiste il virus della depressione. Nella depressione ad ammalarsi non è il cervello ma l’esistenza. La depressione ha motivi, non cause biologiche (ovviamente il paradigma deve essere neuropsicopatologico, non si può prescindere dalle condizioni del cervello, ma non sono quelle la causa lineare della depressione). Per chiarire, il motivo è ciò che ci permette di comprendere (ho preso la polmonite perché ho dormito in spiaggia con dieci gradi di temperatura), mentre la causa è ciò che ci permette di spiegare (il batterio x ha infettato gli alveoli). La causa di una malattia è sempre uguale, il motivo varia. Cause e motivi interagiscono nel costituire e significare la storia di vita di una persona. Penso che paragonare la depressione a una malattia organica manchi totalmente il punto di cosa sia e penso che non aiuti a destigmatizzarla, anzi. Finché avremo bisogno di rendere mediche (quindi soggette a causalità lineare e uguali in tutto il mondo) patologie esistenziali, vorrà dire che non vogliamo avere bisogno della psicologia. Ridurre il fatto psicologico a uno medico è uccidere il fatto psicologico. E secondo me mostra quanta poca fiducia abbiamo il questa scienza. La medicina non dà tutte le risposte e quello medico non può essere l’unico parametro per legittimare una sofferenza. La depressione è una condizione particolarissima e ognuno ha la sua. La varicella, la polmonite sono uguali in tutto il mondo. Paolo e Francesca possono avere una polmonite con un decorso simile (scatenata dalla stessa identica causa infettiva), ma non avranno mai la stessa depressione, perché sono due esistenze diverse. Per questo mi dispiace vedere come la depressione sia stata trattata in questo articolo. Il sottotitolo “un’esperienza personale” mi aveva molto incoraggiato, inizialmente. So che è molto difficile parlare di sé, ma per combattere lo stigma serve questo, secondo me. Comunque ringrazio tutta la redazione di bossy per aver provato a fare luce sul tema. Spero che il mio commento non venga interpretato come offensivo, vuole solo essere una critica al nucleo concettuale presentato nel testo, ma non ho la verità in tasca. Mi piacerebbe davvero cominciare una conversazione sul tema. A presto,
    Francesca

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