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Discriminazione e stupro: la storia di un ragazzo
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Discriminazione e stupro: la storia di un ragazzo

Redazione

Alle volte gli atti di estremo coraggio innescano reazioni a catena.
Qualche tempo fa vi avevamo fatto leggere la storia di Rosa.
Le sue parole sono state ascoltate, la sua storia è stata la prima tessera del domino che Bossy spera di diventare.
Un altro ragazzo ci ha scritto, raccontandoci la sua storia, lo stupro che lui ha dovuto subire – ma non solo.
Eccola:

La mia è una storia triste, tanto lunga che non ne vuole sapere di finire. I miei amici e la mia famiglia la conoscono, ma non mi basta: continuo a sentirmi solo, invisibile, a guardarmi attorno spaventato quando cammino per strada. E continuo a essere arrabbiato, perché nessuno sa, tutti ignorano che possano esistere anche storie come la mia, ma tutti dovrebbero saperlo.

Che cosa dovrei fare allora? Mi sono chiesto. La speranza è davvero esaurita?
Poi ho pensato che io non saprò parlare (per paura, più che altro), ma che ho sempre saputo scrivere e mi sono chiesto: ci sarà spazio per una testimonianza diversa, per la mia testimonianza, su Bossy? Ed ecco perché ho deciso di scrivervi questa lunga lettera.

Sappiate innanzitutto che io sono gay. Non dirò che amici e parenti mi hanno accettato, perché non c’era nulla da accettare: per loro non faceva alcuna differenza. Il percorso che mi ha portato a fare coming out è stato lungo e difficile, ma, quando è arrivato il momento, ero circondato da persone che tuttora mi vogliono molto bene. Ho capito fin da subito che ero diverso dai ragazzi gay che si vedono in giro: non mi piace perdere troppo tempo a curare il mio aspetto, non sbavo dietro alle borse e ai gioielli da donna, non parlo in falsetto, non amo le discoteche, guardo un sacco di film, leggo libri fantasy, manga, gioco alla playstation, ascolto musica rock… Lady Gaga è la cosa un po’ più gay che mi aggrada.

Vivevo nell’entroterra ligure, dove mi era pressoché impossibile incontrare altri ragazzi come me; così, quando a diciannove anni mi trasferii per l’università, non avevo mai avuto un ragazzo, solo qualche breve flirt e diversi innamoramenti non corrisposti (per ragazzi eterosessuali, s’intende) ed ero pronto ed entusiasta a cominciare una nuova vita sentimentale, oltre che scolastica. Trepidavo dall’emozione, ero pieno di aspettative, tutto mi sembrava meraviglioso. Ero tutto un fuoco! Le mie speranze cominciarono a sgretolarsi quando entrai a far parte del circolo LGBT della città. Non era affatto come me lo aspettavo: mi sembrava che i ragazzi s’impegnassero a perpetuare stereotipi come la frivolezza, la superficialità, la promiscuità, l’ostentata effeminatezza dei ragazzi gay… Per giunta io credevo di trovare un luogo dalla mentalità aperta, dove gli omosessuali si presentano al mondo come persone normali, con dei valori forti come quelli dell’amore e della famiglia; la tendenza del circolo era invece quella di creare una micro-società interdetta agli eterosessuali, fatta di orgie e divertimenti disinibiti.
Cercai di far buon viso a cattivo gioco, ma gli altri si rendevano conto del mio senso di rifiuto e iniziarono a denigrarmi. E per la prima volta in vita mia, mi sentii discriminato per il mio orientamento sessuale. Io lì dentro ero il gay non abbastanza gay. Il gay che frequenta gli etero.

Le cose sembrarono cambiare quando per la prima volta vidi lui e udii la sua risata. Lui era diverso: non gli importava di attenersi agli stereotipi, voleva soltanto essere se stesso. O almeno questo era quello che voleva dare a vedere. Trovai il coraggio di chiedergli di uscire e lui, all’inizio un po’ riluttante, come mi confessò in seguito, accettò. Il nostro primo appuntamento fu magico: scoprimmo di venire entrambi da realtà molto piccole e chiuse e di non aver mai avuto una relazione. Ci piacemmo molto a vicenda e al secondo appuntamento già stavamo insieme. L’entusiasmo e la gioia della prima mezz’ora furono smorzati quando lui disse di amarmi. Come fa ad amarmi se ancora non mi conosce? Pensavo. E se ancora non mi conosce, e io non conosco lui, com’è che già stiamo insieme? Nei giorni seguenti non riuscii a mettere a tacere completamente quei miei dubbi, ma quanto meno a sedarli dando la colpa all’ansia da prima relazione. Dopotutto era una novità per entrambi: era normale che avessimo modi diversi di gestire il tumulto di nuove emozioni. Decisi di dirgli che anch’io lo amavo, anche se sapevo che non era vero: pensavo che, visto il suo “ti amo” molto ingenuo, anch’io mi sarei potuto permettere di tornare un po’ ragazzino. Sono tutt’ora pentito di avergli mentito, da un lato perché non sono stato corretto, dall’altro perché gli ho spianato la strada per ferirmi. Comunque, sia chiaro, al tempo gli volevo un gran bene ed ero sicuro che mi sarei potuto veramente innamorare di lui un giorno.

Mi sembrava che le cose andassero abbastanza bene, finché, dopo due settimane, la prima sera che dormimmo assieme, mentre ci stavamo scambiando effusioni sul suo letto, lui si tolse i pantaloni davanti a me. “Non ce la faccio più” mi disse. “No, amore, non stasera” gli dissi io. Non è che non volessi farlo, però ero troppo emozionato, troppo agitato, avrei semplicemente voluto andare con più calma. Ma lui non me ne diede la possibilità. “Mi dispiace, amore, non riesco più a trattenermi” disse. Mi tolse i pantaloni e fece di me quel che voleva, mentre io ero paralizzato sul letto, rigido, tremante… Ero a disagio, ma non capivo perché. Non ebbi neanche la forza di reagire. Nemmeno riuscivo a ragionare, a capire cosa stesse succedendo. Ricordo solo che a un certo punto lui mi strattonò le gambe dicendo: “Dai, amore, apri un po’ di più le gambe!” Tremavo. E la persona che diceva di amarmi non se ne rendeva conto. Mi forzai di partecipare a quel gioco crudele, ripetendomi che era quello che anch’io volevo, sperando finisse il prima possibile, ma qualcosa si ruppe quella notte. Dormimmo nudi, le sue braccia avvinghiate a me, come una gabbia. Fu così che persi la verginità: con uno stupro. Per un po’ riuscii a mandare avanti quel teatrino. Avevo bisogno di ingannarmi, non potevo ammettere di aver fallito su tutti i fronti. Mi ripetevo che lui era la persona giusta per me e che il sesso non era poi tanto male… Tornai a casa per le vacanze di Natale. Al ritorno, gli rivelai che non ero innamorato di lui. Si arrabbiò e io cercai di consolarlo. Esatto: io, quello in crisi, consolavo lui, l’aguzzino. Gli dissi che non ero sicuro di voler chiudere la nostra storia, che ero molto confuso; questo per lui sarebbe dovuto essere un campanello d’allarme: se davvero mi ami, combatti per me, era il significato delle mie parole. La sua risposta fu: “Smettila di rigirare il dito nella piaga, pezzo di merda.” A quelle parole, capii che avrei dovuto lasciarlo. Non gli dissi subito il motivo per non farlo sentire in colpa. Gli dissi che era tutta colpa mia, che non avevo saputo ben interpretare i miei stessi sentimenti, ma da stupido non gli rinfacciai la violenza che mi aveva fatto. Un giorno decisi di riscrivergli per sfogarmi. Gli dissi di smetterla di andare e mettere in giro voci sul mio conto, quando neanche lui sapeva il motivo della nostra rottura. Nel litigio che ne scoppiò, finalmente gli rinfacciai la violenza che mi aveva fatto. La risposta fu pressappoco questa: “Non capisco come tu possa esserti sentito violentato da me. Io l’ho fatto per te, perché ti amavo, per farti passare i tuoi problemi con l’intimità. Infatti dopo sei stato molto più sciolto.” Furono quelle parole che mi portarono a odiarlo. Quella notte lui disse “mi dispiace, amore, non riesco più a trattenermi”. Cosa c’entravo io? Dove stava il mio bene in quelle parole e in quei gesti? Dopo di lui per mesi non ne volli più sapere di uomini: avevo paura delle relazioni e soprattutto del sesso. Entrai anche in terapia per cercare di superare il trauma. Come puoi dirmi che dopo ero più sciolto? Come puoi dirmi che mi hai aiutato a risolvere dei problemi (che solo tu vedevi, tra l’altro), quando in realtà non hai fatto altro che crearne? “Non ho nessun rimpianto” fu il suo ultimo messaggio.

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Io lo odiavo e ancora lo odio con tutto il cuore. Abbandonai il circolo per sempre, con la benedizione di mio padre, della mia psicologa e dei miei amici, che mi confermarono che non potevo star bene in un ambiente tanto ghettizzato. A giugno decisi di scrivergli ancora. Volevo avere un ultimo confronto faccia a faccia, dirgli quanto lo disprezzavo e dirgli addio per sempre. Quando ormai mi ero messo l’animo in pace, lui mi rispose e ci demmo un appuntamento. Quel giorno andò male fin dall’inizio: mi ero ripromesso di non lasciarmi baciare, di scostarlo dandogli un “no” secco, invece lasciai che mi baciasse la guancia. Concludemmo che il nostro era stato un problema di comunicazione. Non mi soddisfaceva come verdetto, non mi rendeva giustizia, ma ero troppo scioccato per controbattere. Le mie ultime parole furono: “Sono contento di potermi tenere un bel ricordo della nostra relazione. Sappi comunque che ti vorrò sempre bene e ti stimerò sempre come persona.” “Grazie, Pietro. Anch’io nutro un profondo affetto nei tuoi confronti” mi rispose. Mai in vita mia fui più furioso con me stesso dopo aver pronunciato quelle parole. Ancora non capisco perché l’abbia fatto. Senso di solitudine? Meglio con lui che da solo, quindi meglio tenerselo buono? Oppure ancora ho paura di lui? Come potrei avere un bel ricordo di una storia tanto malata? Come potrei provare affetto e stima per la persona che mi ha violentato? Se solo potessi tornare indietro, gli direi cose ben diverse: “Chiederti di uscire è stato uno dei più grandi errori della mia vita. Ti disprezzo, mi fai schifo, e ti auguro di trovare qualcuno che ti tratti tanto male quanto tu hai trattato male me!”

Io a più di un anno dalla nostra rottura, sono ancora qui a odiarlo, a guardarmi intorno, cercando qualcuno che mi restituisca fiducia nell’amore. Ma in tutti gli uomini che incontro vedo la stessa superficialità, la stessa idea distorta di amore; addirittura ho incontrato persone che mi hanno proposto di andare a letto insieme, benché fossero già fidanzate. Che schifo. Essere gay fa schifo. Perché nessuno lo dice? Su Facebook, su Youtube… Tutti raccontano dei poveri ragazzi gay discriminati dagli omofobi, dei pestaggi, dei genitori che cacciano di casa i figli omosessuali… Ma perché nessuno racconta della discriminazione che c’è all’interno del mondo LGBT? Dei ghetti che gli omosessuali stanno creando? Dei carnai, della frivolezza, della merda che poco si addice a chi lotta per il diritto al matrimonio e all’adozione.
Perché nessuno racconta dei ragazzi gay discriminati dagli altri ragazzi gay, come me? Insieme a tutti i racconti di ragazze vittime di violenza, perché non può starci anche il mio? Perché io devo restare in disparte a piangere, a pensare che se questo è l’amore che spetta ai gay forse non vale neanche la pena continuare a vivere? Io voglio far sentire la mia voce. Parlare è l’unica cosa che posso fare. Allora griderò! Voglio trovare tutti quelli che, come me, si sentono soli, invisibili, incompresi, e voglio essere la loro voce. Cara redazione, vi consegno la mia storia.
Bossy vuole raccogliere le voci dei più deboli, no? Vorreste raccogliere anche la mia?
La nostra, cioè, di tutti coloro che si sono sentiti discriminati negli ambienti dove la discriminazione si dovrebbe invece combattere.
Vi prego di aiutarci.
Pietro

Disegni di Costanza De Luca
Leggi i commenti (25)
  • Quello che posso dire è che hai tutta la mia comprensione e mi vergogno terribilmente di quello che hai vissuto. Per qualche strano motivo la realtà che tu hai deciso di raccontare nonostante non sia evidente si tende a far finta che possa essere la normalità. I Circoli servono solo come scopatoio, le saune servono solo come scopatoio, il Gay Pride serve solo come punto di raccolta per le varie chat come Grindr dove si tende ad utilizzarla solo ed esclusivamente per farlo selvaggiamente e senza vergogna. Sono liberi di farlo questo è vero ed ognuno può fare del proprio corpo ciò, appunto, del LORO corpo, non del tuo, come se il Gay deve essere per forza una macchina da sesso insaziabile. La tua voce, come la mia e come quella di altre rare persone non verrà mai ascoltata. Quello che posso dire è che bisogna solo affrontare il tutto con coraggio, con dignità e con amore. Sei una persona meravigliosa Pietro e da questo semplice commento non ti mando un abbraccio, ma un semplice saluto pieno di supporto. Ciao Pietro. Be Strong!

  • In questo mio commento non voglio entrare nella vicenda personale qui descritta perché credo sia una questione personale in cui non mi permetto di esprimere pareri: non ne ho l’autorità, nessuno può arrogarsi il diritto di dire a qualcuno come debba sentirsi. Quindi a Pietro, se è stato violentato o anche se solamente si è sentito violentato, va la mia solidarietà.
    Premesso questo, trovo che nella lettera vi sia un’indebita estensione del personale al collettivo: atteggiamento non solo scorretto, ma fuorviante e ingiusto.
    Che vi sia stata o che vi sia una tendenza autoghettizzante all’interno della comunità LGBT non è un mistero, ma non per i motivi sopra scritti da Pietro: quando una comunità lotta per la rivendicazione di diritti che le sono stati arbitrariamente negati, è fisiologico un certo livello di autoreferenzialità. Questo, però, è un problema su cui la comunità LGBT già riflette, analizzando se stessa e criticandosi quando serve: la soluzione non può essere quella di allontanarsi per giudicare dall’esterno; occorre rimanere, esprimersi e lottare (all’occorrenza) dall’interno.
    In secondo luogo, trovo questa lettera infarcita di un’insopportabile omofobia interiorizzata. Frasi come “Ho capito fin da subito che ero diverso dai ragazzi gay che si vedono in giro: non mi piace perdere troppo tempo a curare il mio aspetto, non sbavo dietro alle borse e ai gioielli da donna, non parlo in falsetto, non amo le discoteche, guardo un sacco di film, leggo libri fantasy, manga, gioco alla playstation, ascolto musica rock…” presuppongono l’esistenza, in un ipotetico iperuranio degli stereotipi, di un modello-gay, un’idea-gay immutabile, eterna, sempre identica a se stessa, di cui sono informati tutti gli omosessuali esistenti. Così non è. Quella di Pietro è una generalizzazione discriminatoria, una generalizzazione che ferisce ancora di più perché proviene da una persona omosessuale, da chi dovrebbe sapere quanto male faccia proiettare la parte sul tutto in maniera arbitraria.
    Pietro scrive ancora: “Le mie speranze cominciarono a sgretolarsi quando entrai a far parte del circolo LGBT della città. Non era affatto come me lo aspettavo: mi sembrava che i ragazzi s’impegnassero a perpetuare stereotipi come la frivolezza, la superficialità, la promiscuità, l’ostentata effeminatezza dei ragazzi gay… Per giunta io credevo di trovare un luogo dalla mentalità aperta, dove gli omosessuali si presentano al mondo come persone normali, con dei valori forti come quelli dell’amore e della famiglia; la tendenza del circolo era invece quella di creare una micro-società interdetta agli eterosessuali, fatta di orgie e divertimenti disinibiti”. Quella descritta è una visione del mondo. Quella di Pietro è un modo di approcciarsi alla realtà. Il movimento LGBT italiano nasce dalla precisa volontà di scardinare e rompere i modelli di una società eteronormata: Pietro con questo non fa i conti, parla di circoli e movimenti ma ne ignora la storia (o sceglie di ignorarla); le battaglie non si fanno col revisionismo, né con la cattiva informazione. Da queste parole, poi, emerge un rifiuto sdegnoso per quella “liberazione sessuale” che ha contraddistinto il passato del movimento: la possibilità di fare sesso con chiunque, senza impedimenti sociali o dogmi morali, è stata una rivendicazione politica e una conquista di cui dovremmo essere non solo grati ma anche testimoni. Non voglio essere frainteso: io ho un ragazzo con cui sto da cinque anni e gli sono fedele; ma questo non significa che non sia in grado di valutare obiettivamente come per la comunità LGBT il sesso e la sessualità siano un dato politico. Anche un dato politico. Ognuno è libero di vivere i propri rapporti come vuole e come meglio crede ma nessuno può salire in cattedra pretendendo di imporre il proprio modello di vita come quello giusto. Questa è discriminazione. Quel “come persone normali” è una ferita mortale: non tanto per me o per la comunità LGBT, ma per Pietro stesso, che fa della normalità un’ipostasi feroce e assoluta. Normalizzare è un atto fascista che nega alla radice il fiorire della diversità intesa come valore.
    Dispiace leggere certe parole e dispiace ancora di più commentare in questo modo ma credo che certi concetti debbano essere problematizzati e non lasciati alla superficiale emotività di un contesto.

    Un abbraccio (sempre e comunque),
    Mattia

    • Difficile commentare, per me eterosessuale, una lunga storia come questa, farcita di esclusioni, autoesclusioni che poco hanno a che fare con la vera natura del contendere.
      Pietro è triste, solo e sconsolato. Romantico cerca un’amore, è stanco benchè sia giovane, di lottare per la sua sessualità. Si trova ad affrontare situazioni che credeva appartenessero solo alla sfera etero. Si, anche gli etero si trovano a giudicare escludere ghettizzare. Pietro è un sognatore e come tale ha una sua visione di come dovrebbe essere, giusto o sbagliato che sia, la sua “diversità”. Vuole allontanarsi da stereotipi per crearne, inconsciamente altri. La violenza l’ha subita perchè credeva romanticamente in altro, come tra gli etero si chiede la prova d’amore alla ragazzina che cede e cade spinta da paure di perdere l’amore.
      Ecco il punto, a mio parere, la lotta politica la libertà sessuale come citato da Mattia non servono a sdoganare una preferenza sessuale, al contrario la rinchiudono sempre di più in un dogma. Si diventa lobby e ci si allontana sempre di più dalla vera conquista.
      Le associazioni, i cortei sembrano voler dire….siamo diversi e come tale riconoscetemi. A me non interessa cosa tu sia sessualmente. Ti vedo e ti riconosco come uomo o donna, stimato o meno per quello che fai e che dai all’umanità, per il servizio che rendi al prossimo, per l’affinità culturale, politica sportiva e via dicendo. Non mi interessa se hai una fidanzata o un fidanzato. Ecco il contendere. Far capire ai “diversi” dai “diversi” che in realtà giudicare per come sono capace di amare è pura follia.
      Trasmettere semplicemente la verità.
      Posso con un po’ di presunzione suggerire a Pietro di lasciarsi alle spalle ciò che ha vissuto, di ricominciare da capo senza giudicare ciò che non fa parte del suo modo di pensare e vivere. Accettare se stessi per accettare gli altri.
      Scusate l’intromissione
      Nobodi

  • Ciao Pietro,
    trovo questo articolo, nel bene e nel male, molto interessante, e vorrei spiegarti perché:
    1. Una parte della storia secondo me è di fondamentale importanza, e sarebbe utile lettura per chiunque si trovi (come me) al di fuori della comunità gay, comunità che purtroppo vive nell’informazione e nell’opinione collettiva un doloroso dualismo tra detrattori che, forti della propria ignoranza, la attaccano a priori, e sostenitori non gay che, forti del proprio inesauribile buonismo, la difendono in modo altrettanto aprioristico. Sono sempre stato convinto che un approccio razionale e unbiased sia necessario verso qualsiasi questione, e per questo trovo questo report di discriminazione all’interno della stessa comunità che più di tutte cerca la non discriminazione estremamente interessante.
    2. Non posso purtroppo fare a meno di notare che nel tuo report ci sia una certa dose di incongruenza, per non dire protagonismo, in alcuni passaggi: in primis quando, preludendo ad una storia di discriminazione, inizi descrivendo te stesso in contrasto agli altri ragazzi gay con una serie di stereotipi che sottendono un evidente giudizio dispregiativo da parte tua. In secondo luogo, la stessa descrizione del presupposto stupro, lascia ad un lettore alcuni dubbi: se tu, la parte lesa, descrivi la tua opposizione all’atto sessuale come un semplice “no, amore, non stasera”, senza reiterazioni, senza affermare maggiormente la tua posizione, non è difficile immaginare come l’intera vicenda, sentita dal punto di vista del famigerato “aguzzino”, risulti diversa. Verrebbe quasi da ipotizzare la vicenda come:
    proposta sessuale -> blando rifiuto -> “eddai no, facciamolo” -> consenso -> sesso -> non ti è piaciuto, in quanto fisicamente spiacevole -> mesi di overthinking su evento spiacevole -> trasformazione psicologica dell’evento -> sono stato stuprato.
    Questa ovviamente è solamente un’ipotesi basata su quanto scritto, probabilmente dovuta solamente al fatto di non aver descritto in maniera sufficientemente accurata (forse anche per logiche difficoltà personali) l’episodio dello stupro.
    Veniamo alla parte del protagonismo: perché, in un interessantissimo articolo sulla discriminazione nel mondo gay, non ti sei soffermato di più su queste tematiche in modo da permettere anche ad un profano come me di capirle, invece di dedicare due terzi di articolo a ripetere quanto odi il tuo ex, quanto tu auguri a lui che soffra quanto hai sofferto tu (cosa anche questa quantomeno controversa), e in generale a declamare te stesso e il tuo martirio alla probabile ricerca di una catarsi?

    Tutto questo ovviamente, prendilo non come accusa nei tuoi confronti, ma come mia curiosità e forse mia incapacità di interpretare nel modo corretto il tuo comunque interessante articolo.

    Spero di leggere altro da te (chissà, magari un approfondimento sugli episodi di discriminazione da te accennati), e in bocca al lupo per tutto!

    • Grazie per questo commento.
      Ci teniamo però a sottolineare che quello di Pietro non è un articolo scritto per il sito, ma una lettera che ci ha voluto inviare. L’obiettivo è quello di condividere l’esperienza, non necessariamente di essere chiaro e completo.
      Invece è pronto e potrete leggere a breve un articolo, scritto da una ragazza della redazione, che tratta proprio il tema della discriminazione all’interno della comunità LGBT. Speriamo possa essere d’aiuto al fine di comprendere di più la questione.

  • Ringrazio il ragazzo che ha condiviso la sua storia e chi ha deciso di pubblicarla. Questo grido di battaglia riguarda anche me, in maniera talmente simile da risvegliare tanto tanto odio. Tutto ciò ci può rendere di ghiaccio con gli altri ragazzi, ma d’altra parte ci farà diventare persone migliori e forse un giorno riusciremo a dimenticare il cinismo.

    Un giorno quando avrò tempo e un po’ di coraggio, scriverò anch’io la mia esperienza. Sapere che altri condividono storie come la mia mi ha spinto a voler denunciare tutto.

    • Riportiamo la risposta di Pietro (che sta avendo problemi a postarla e ci ha chiesto il favore di copiarla e incollarla di modo che tu potessi leggerla).

      Caro Shargo,
      pensavo, pubblicata la lettera, di star fuori dal dibattito, ora però mi sento in dovere di dirti una cosa molto importante: negli ultimi due giorni ho ricevuto diversi messaggi e commenti, molti complimenti, molti d’incoraggiamento, pieni d’empatia e comprensione, anche da persone omosessuali che stanno contribuendo insieme al tempo a farmi tornare speranza, poi una serie di commenti negativi, talvolta pieni d’insulti gravi. Ci sono persone che hanno preso questo mio gesto, questo mio voler raccontare me e la mia esperienza, come un gesto politico volto a distruggere un’intera comunità; altre si permettono di dire che non ho mai subito violenza, s’inventano permessi che io non ho mai dato (pensavo fosse abbastanza chiaro da quanto ho scritto), ci sono insomma molte persone che non rispettano il mio vissuto e le mie emozioni, ma filtrano tutto attraverso i loro dogmi e i loro ideali. Non voglio dire che questi ideali siano sbagliati, semplicemente qui non si parla di politica e non è bene che vi entri: si parla di vita e dolore qui.
      La scelta che ho fatto si sta rivelando più difficile del previsto, ma io leggo il tuo commento e me ne frego di tutti i rospi che devo ingoiare, perché tu mi hai mostrato che le mie parole hanno raggiunto qualcuno, hanno ottenuto l’effetto sperato: far sentire meno solo qualcun altro! A te è successo quel che è successo a me quando lessi la testimonianza di Rosa su questo sito.
      Tutto questo per dirti, quando avrai trovato il coraggio di raccontarti, sappi che potrai dover affrontare delle brutte cose, ma tu prosegui a muso duro perché formando questa catena tra noi stiamo facendo del bene!

  • Ciao a tutti … resto schifato davanti ad ogni tipo di violenza, ma non capisco cosa c’entri con questa storia.
    Violenza è quando di forza una persona abusa del nostro corpo, non quando gli viene permesso.
    Che a lui non andasse, che lui non volesse ce lo sta raccontando come una voce fuori campo, ma ha accettato di essere penetrato dal suo ragazzo, con il quale non è riuscito MAI a prendere in modo deciso una posizione.
    Ci si può alzare e andarsene, dire di no … non rispondere al ti amo appena detto, quindi non trovo corretto addossare le colpe alla comunità, ma al poco polso che abbiamo, in svariate situazioni.
    Ho frequentato amici che hanno coppie aperte, l’ambiente lgbt, discoteche … non ho mai fatto nulla che non mi andasse di fare, nessuno mi ha mai costretto e se non volevo farlo mi è bastato DIRE DI NO!
    IL PRIDE, COME TANTE ALTRE SITUAZIONI, SERVONO COME AGGREGAZIONE E SERVONO PER SVEGLIARE quel silenzio che gira intorno all’omosessualità, che sembra sdoganata ma non lo è.
    Dobbiamo imparare ad avere carattere, se si è poco di polso, se ci si lascia calpestare accadrà in ogni ambiente, etero o gay che sia!
    Questa non è una storia di discriminazione o violenza, mi dispiace!

    • Caro Pietro,
      anch’io condivido che la tua non sia una storia di violenza.
      Credo che tu soffra di vittimismo e forse non sia ancora in grado di accettarti…tanto che ti senti diverso sia tra gay che tra etero. Dovresti guardare dentro di te ed ammettere che tu non hai mai parlato chiaramente al tuo ex-ragazzo e che molto probabilmente eri veramente bloccato, e forse lo sei ancora.
      Cerca di essere sincero con te stesso invece di lagnarti e piangere di una situazione che hai vissuto mentalmente e fisicamente senza esprimerti, senza parlare e senza rifiutare. Perché parti dal presupposto che il tuo ex doveva capire, che il gruppo LGBT doveva comprenderti e che il mondo non ti é vicino. Svegliati ragazzo! Tutti noi ci siamo passati, tutti noi abbiamo trovato poca attinenza con un gruppo o con degli amici ma questo non ti legittima a disprezzare e denigrare noi gay. Tutti siamo umani prima di essere gay, bisex, etero etc… e per questo tutti siamo diversi. Spero tu possa accettarti presto ed imparare ad amare la tua vita e la tua sessualitá, senza piú reprimerla e rifiutarla. Tanti cari auguri. Graz

      • È legittimo avere dei dubbi e delle domande ed è giusto esporli.
        È normale non condividere tutti i punti di vista. Anche perché per comprendere il punto di vista dell’altro non è necessario condividerlo.
        Altro è azzardare ipotesi e giocare a fare gli psicologi.
        Contestare la soggettività di un altro è una violenza. Se una persona si è sentita in un certo modo, perché dovremmo dirle che “non è vero”? Se una persona racconta uno stupro subìto, perché dovremmo dirle che “a noi non sembra stupro”?
        Non è un caso che molta gente decida di non raccontare le proprie esperienze per paura di non essere creduta…
        L’augurio è quello di allenarci a rispettare la soggettività di ognuno e mettere l’ascolto prima del giudizio. Le persone non hanno bisogno di qualcuno che le giudichi, le consigli, le rassicuri, le valuti. Le persone hanno bisogno di essere ascoltate.

  • Ciao Pietro,

    Da eterosessuale credo di capire comunque, non tanto la sensazione di ingiustizia, quanto quella che ci sono ingiustizie che non vengono assolutamente notate dai piú.

    Nonostante sia etero (e magari a sostegno del fatto che nell’affettivitá le cose che contano sono le stesse per tutti) condivido la tua idea di amore: quello che é successo a te é di essere stato preso come contenutore di bisogni egoistici.
    Il coraggio che hai trovato nel raccontare la tua storia é ammirevole peró, e dimostra che anche se non hai magari superato del tutto il trauma specifico, dentro di te sai benissimo che la cosa era sbagliata e questo é fondamentale perché fará sí che in futuro tu possa far tesoro di questa esperienza.
    Ed é naturale che a seguito di una situazione simile, i dubbi diventino un freno alle occasioni future, specie se non trovi solidarietá e senso di appartenenza nell’LGBT.

    Comunque credo e spero per tutti che in futuro i gay si possano sentire bene in mezzo agli etero e non solo in realtá ghettizzate o solo perseguendo stereotipi bohemiene esageratamente tipizzati.

  • Caro Pietro,
    ti scrivo con tutto il rispetto per il tuo vissuto e la mia intenzione non è quella di sottovalutare o denigrare i sentimenti che stai provando e hai provato.
    Detto ciò, credo che esporsi e raccontare un fatto doloroso non sia una strumento per suscitare empatia e per essersi consolati. Raccontarsi significa andare contro critiche e disapprovazione, sollevare discussioni e riflessioni(è dura, ma coraggio vuol dire anche prendersi questa responsabilità, scegliere di esporsi ed essere martiri di questa società, perchè nel bene o nel male raccontare certe esperienze lascia sempre qualcosa a tutti)
    Leggendo questo articolo ho provato rabbia. Rabbia, perchè si, potrai esserti sentito violato ed immagino che sarà stata una brutta esperienza… Ma… Addirittura stuprato? Almeno tu eri lì perchè lo volevi, eri con una persona che ti piaceva, che volevi nella tua vita… QUELLA sera non eri pronto…
    Invece, ci sono ragazze, ragazzi,uomini e donne davvero stuprati, davvero violentati.. Persone che non volevano che succedesse, che non volevano quella persona, che sono state obbligate con la forza o con minacce… Bambine graciline che di notte si vedono quell’omone che dovrebbe essere il loro papà e invece(non sto qui a fare innumerevoli esempi,dai, li sappiamo…)
    Quindi, quesra storia è utile, per insegnarci a dirci di no, ad imporci… Ci insegna che in amore la volontà dell’altro va preservata come un fiore… Ma questa non è una storia di stupro….

    • Caro Z.,
      ti consiglio caldamente di guardare questo video: https://www.youtube.com/watch?v=3oaobKn_MkE
      Te lo consiglio perché tu esordisci dicendo di rispettare il mio vissuto, ma così non è, infatti usi poi le pericolosissime parole: “almeno tu…”
      Sì, ero in quel letto di mia spontanea volontà con una persona che mi piaceva, ho in parte contribuito a spianargli la strada per usarmi; ci sono troppe persone, spesso anche troppo piccole, che vengono invece costrette con la forza e a loro va tutto il mio sostegno, perché io posso sentire il loro dolore. Sì, quel che ho subito non sarà stato uno stupro propriamente detto (anche se poi nessuno sa darmi la definizione unica, univoca e assoluta di stupro), ma è comunque stato un momento in cui sono stato costretto, usato, non rispettato e psicologicamente annientato, ciò mi ha fatto a lungo molto soffrire e il mio dolore merita riconoscimento, comprensione e rispetto come qualsiasi altro!
      Voglio dirti un’altra cosa per essere più chiaro: io sono orfano di madre dall’età di quindici anni. Secondo te, se io leggessi la testimonianza di un giovane emotivamente distrutto per la separazione dei genitori, mi permetterei mai di rispondergli: “be’, ALMENO TU hai ancora entrambi i genitori”? Assolutamente no, perché io ho il mio vissuto e la mia percezione, lui i suoi; ciò ci porta a soffrire in diversa misura di diverse cose ed è giusto rispettare questa diversità!
      Lo so che razionalmente parlando uno stupro in un vicolo è peggio che esser costretti a far sesso dal proprio ragazzo, come perdere un genitore è peggio che vivere un divorzio; peccato che qui non si parli di ragione, ma di emozioni e sentimenti.
      Spero di averti fatto riflettere e che la prossima volta tu sappia approcciarti in maniera più empatica al tuo prossimo.
      Un abbraccio,
      Pietro.

      • caro Pietro. Fregatene. Parla. Affreonta. Supera. A modo tuo. Nessuno puo’ dirti come imparare a vivere ancora. Un abbraccio

  • Ammetto che ho sbagliato l’uso del termine empatia, avrei dovuto usare compassione nella seconda frase.
    Nonostante ciò, per spiegarti cosa intendo riuso il tuo esempio(ah, mi spiace tantissimo per la tua perdita).
    I miei genitori si sono separati quando ero molto piccola, non ho conosciuto mio padre e non ne ho mai avuto propriamente uno. Potrei raccontare quanto la cosa abbia influito sulla mia vita e quanto mi abbia fatta soffrire… Ma sarebbe sbagliato definirmi “orfana”. Se io ti raccontassi quanto ho patito la mia vita da “orfana”, tu potresti essere empatico con me, rispettare le mie emozioni, ma allo stesso tempo farmi capire che è sbagliato definirmi orfana, poichè è un’altra cosa, è un altro tipo di dolore(poi ovviamente ogni dolore è unico e ogni dolore merita lo stesso rispetto.. ma credo che perdere un genitore o vivere una separazione siano due cose diverse).
    Leggendo la storia di Rosa, ho provato empatia per una ragazza stuprata. Leggendo la tua ho provato empatia per un ragazzo che si è sentito violato, che non ha trovato la forza di dire di no per il pressing psicologico del compagno. Per Rosa provo più empatia e per te meno? Assolutamente no, ogni dolore va rispettato in egual modo.
    Vorrei farti capire semplicemente cosa mi ha trasmesso la tua storia, non declassare la tua storia, sperando anche che le mie parole possano un minimo farti pensare e contribuire un millesimo ad aiutarti a superare questa vicenda, vedendola sotto altra luce.
    Un abbraccio, ti auguro il meglio

  • Ciao Pietro.Sai, la tua esperienza mi ricorda tanto la mia per certi aspetti. Capisco perfettamente come tu ti sia sentito in quel momento, perché mi sono sentita allo stesso modo col mio ultimo ragazzo. Continuavo a dirmi che stavo bene, che lo volevo anche io… non era vero. Ora, a volte, pure un abbraccio affettuoso da parte di un ragazzo (senza malizia, solo da amico) mi fa venire il voltastomaco. Ti mando un abbraccio forte e spero che tu riesca a star meglio in futuro e che le persone ascoltino il tuo grido

  • Ciao Pietro, non immagini neanche lontanamente quanto siamo sulla stessa linea d’onda…mi piacerebbe avere uno scambio d’opinioni diretto con te…questa è la mia mail se vuoi e puoi scrivimi: robertomagnani@me.com

    Spero che il sito pubblichi o comunque ti faccia pervenire il mio annuncio.
    Ciao
    Roberto

  • Caro Pietro, non ci sono parole per dirti quanto la tua storia mi abbia commosso. Per quello che è successo ma sopratutto per il coraggio che dimostri, che stai costruendo giorno dopo giorno.
    Ti sono vicina, non sei solo. Facciamoci forza, gridiamo se serve.

    Un abbraccio.

  • Avevo già letto questa lettera su una pagina FB lgbt. Che dire, mi dispiace molto per quello che ti è successo. A me è capitato un’esperienza simile ma eravamo due donne. A oggi ancora non sono riuscita a dirle quello che penso di lei né a sfogarmi, ma una cosa voglio dirtela: non smettere mai di credere che tu possa trovare la tua felicità. Ti abbraccio

  • Io sono sconvolta, avvilita e commossa. É ammirevole e comprensibile la tua voglia di gridare al mondo l’accaduto. E vorrei davvero che si iniziasse a parlare di tutto questo. Il problema della societá in generale, secondo me, é che tendiamo a fare di tutta l’erba un fascio, viviamo di stereotipi e neanche pensiamo all’eventualitá che persone omosessuali possano discriminare altre persone omosessuali. Ció che hai subito é tremendo, e io da estranea, giuro a me stessa che ne parleró, con tutti: compagni di classe, professori, amici, famigliari, non mi interessa chi, voglio parlarne. Bossy ha un compito importante, anzi importantissimo, e io voglio aiutare nel mio piccolo. La tua forza di raccontare la tua triste storia, verrá ripagata in qualche modo, almeno lo spero, io spero di poter aiutare. Ti vorrei solo dire, peró, che non tutti i gay sono superficiali, e che l’amore che cerchi magari lo troverai, capisco che non ti sembra possibile dopo un’esperienza del genere, ma lo é, é possibile e sinceramente, vale sempre la pena di vivere, cosí come vale la pena di gridare questa storia. Spero che tu riesca a sentirti meno solo prima o poi, spero che la societá si renda conto di questi problemi e parli, perché bisogna parlarne. Ti auguro solo il meglio per il tuo futuro, mi dispiace davvero molto per quello che ti é successo.

  • Ciao Pietro, mi dispiace moltissimo per quello che ti è successo, la tua storia mi ha molto toccato. 🙁
    Non vergognarti mai di quello che ti è successo, anche se è un vissuto molto difficile e sicuramente molti non capiranno. Ma alcuni sì, e ti renderanno ancora più chiaro che la tua esperienza è importante, perché la tua vita è importante 🙂 non dimenticarlo mai!
    Una volta mentre ero in un parco un idiota mi ha offeso verbalmente rivolgendomi proposte oscene e poi si è anche avvicinato per palparmi una tetta. Io allora l’ho spinto via e me ne sono andata tremante. So che non è allo stesso livello del tuo abuso, ma mi sono sentita violata, umiliata e terrorizzata. E’ stato davvero brutto, e sono stata impaurita e incazzata nera per tanto tempo. Mi sono pure vergognata perché mi sono sentita stupida.
    Inoltre, anche una mia amica purtroppo ha subito una violenza sessuale quando eravamo al liceo e vedere quanto male le abbia fatto – e continui a farle anche dopo molti anni – mi rende molto triste e mi fa venire voglia di urlare in faccia a tutti gli idioti che sminuiscono gli abusi sessuali. Per fortuna lei non si è arresa, nonostante tutto il dolore, la terapia, i traumi da elaborare sta avendo una carriera universitaria molto brillante e si è pure fidanzata.
    Tutto questo per dirti: non importa se sei una donna o un uomo, nessuno merita di essere trattato così. Il tuo dolore non vale meno.

    Ti auguro tutto l’amore del mondo e sono sicura che un giorno troverai un ragazzo che ti ami e ti rispetti 🙂

  • Sono un po’ in ritardo. Volevo solo dirti che spero dopo 2 anni parlarne ti ha aiutato. Di sicuro ha aiutato me 🙂 La gente non capisce che tu hai fatto questo per te e non per “loro”. Ti auguro una guarigione completa, nei tuoi termini. E spero che hai in questo tempo che e’ trascorso trovato un compagno con i tuoi valori. Perche’ esistono. A me ci son voluti 13 anni per trovare il mio compagno di viaggio. Tanti. Ma non ho perso la speranza e ci siamo trovati. Non mollare mai. Il mondo e’ più’ ricco con te presente.

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