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Dobbiamo parlare di abilismo (per smettere di praticarlo)
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Dobbiamo parlare di abilismo (per smettere di praticarlo)

Arianna Latini

Per abilismo si intende ogni tipo di discriminazione a scapito delle persone con disabilità e, per estensione, la tendenza a considerare all’interno della società solo le persone prive di disabilità. L’abilismo si manifesta in innumerevoli forme: alcune evidenti e facilmente riconoscibili, in quanto contrarie all’etica e al diritto; altre più insidiose, subdole e inconsapevoli – ma non per questo meno dannose.

Come per tutte le discriminazioni che creano danno a una determinata minoranza, anche in questo caso specifico spetta ai diretti interessati stabilire cosa sia abilista e cosa no. Fermo restando che nessuno dei cosiddetti “normodotati” possa parlare al posto delle persone con disabilità e che nessuna persona con disabilità possa parlare da sola a nome di tutte le altre, può essere utile ricapitolare cosa, ad oggi, è sicuramente abilista.

L’obiettivo è quello di stimolare una riflessione in merito, sensibilizzando le persone su un tema finora ancora troppo marginale nel dibattito pubblico, nella speranza che le problematiche derivanti dall’abilismo possano essere finalmente portate all’attenzione della politica italiana e della società tutta.

Forme di abilismo

L’abilismo comprende un ampio insieme di circostanze che condizionano la vita delle persone con disabilità. Si va da alcune condizioni esterne che impediscono o limitano la fruizione di servizi, come le barriere architettoniche per gli individui con ridotta funzionalità degli arti inferiori, agli atteggiamenti compassionevoli e pietistici ricevuti.

Non è possibile offrire una tipologia sistematica e definitiva delle pratiche abiliste. L’abilismo è un tema ancora troppo acerbo per essere trattato con esaustività. È difficile trarre le giuste conclusioni a soli dieci anni dalla ratifica da parte del Parlamento italiano della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

L’accessibilità, l’integrazione e l’inclusione delle persone con disabilità negli ambienti sociali sono regolamentate da leggi non ancora del tutto rispettate e conosciute. Per questo è importante responsabilizzare i cittadini, rendendoli consapevoli dei propri doveri civili e sociali.

A questo proposito, può essere necessario elencare perlomeno quali pratiche sono senza dubbio dannose e discriminatorie per le persone con disabilità. Quelli che seguono sono atteggiamenti diffusi e inerenti alla quotidianità, che ciascuno di noi può impegnarsi a evitare.

Disabilità come totalità

L’errore più grave che si possa commettere è certamente quello di ridurre la persona con disabilità alla sua disabilità. Attraverso un atteggiamento al contempo generalizzante e minimizzante, il soggetto viene privato della sua complessità, della sua pluralità, della sua irriducibile e unica molteplicità. Improvvisamente la persona diviene il suo deficit, la sua condizione temporanea o permanente, e, come accade in poesia con la metonimia, finisce col coincidere con la sua carrozzina, il suo cane-guida, il suo apparecchio acustico, il suo bastone ecc.

Fare della disabilità la caratteristica principale, se non addirittura l’unica, di un individuo è un esempio di oggettificazione. Tutto il resto sparisce, la persona giunge a essere il suo corpo: diventa anatomia, biologia, fisiologia. Uno dei suoi infiniti tratti diviene il suo tratto distintivo, il suo marchio di fabbrica, la sua etichetta: ed ecco che le persone con disabilità si trasformano in “disabili”. Non hanno più una disabilità, sono una disabilità.

 Disabilità come insulto

La disabilità è stata ed è ancora oggi spesso utilizzata come forma di offesa verbale. Dire a qualcuno che è “handicappato” o “cerebroleso” è considerato tutt’oggi un’ingiuria simile alle parolacce. È da questo retaggio culturale che vede nella disabilità un insulto alla persona, alla vita e alla natura che deriva quella reazione politically correct che ci fa ricorrere a perifrasi come “diversamente abili”, “persone speciali”, “persone con diverse abilità” ecc.

In una società giusta la disabilità non urterebbe la sensibilità di nessuno, né di chi ha una disabilità né di chi non la possiede.

Disabilità come difetto

Siccome invece viviamo in un mondo abilista, la disabilità è innanzitutto manchevolezza strutturale, difetto sostanziale. Questa visione viene addolcita da un lessico della privazione: via libera a espressioni come “non-udente”, “non-vedente”, “non-deambulante” che, seppur in modo eufemistico, comunque catturano l’attenzione sulla diversità rispetto a ciò che è considerato la norma. Sarebbe meglio interrogare le parti coinvolte a riguardo e utilizzare la terminologia che più le rappresenta.

Descrivere una minoranza come la negazione della maggioranza non rende merito alla dignità degli individui che ne fanno parte: è sempre meglio trovate il modo per definire senza negazione una certa caratteristica della persona. Io ad esempio non mi definirei non-uomo e nemmeno diversamente alta. Sono donna e sono bassa.

Disabilità come malattia

La disabilità non è un’insorgenza patologica. Le persone hanno una disabilità, non sono portatrici di disabilità, non soffrono di disabilità. La disabilità non è una malattia e vederla come tale fa scattare immediatamente un atteggiamento paternalistico e assistenzialistico. Chi non ne ha una si sente in dovere di aiutare, di assistere, di far stare meno peggio. Ma chi ci dà il diritto di pensare una vita con disabilità come un’esistenza necessariamente e in ogni momento più difficile, più infelice, più dura?

Disabilità come tragedia

Viene spontaneo agli abilisti vedere nelle disabilità degli impedimenti al benessere della persona. Da qui consegue un atteggiamento compassionevole e pietistico, volto a lenire un po’ le sofferenze che sicuramente dilanieranno l’animo di chi invece le disabilità le possiede.

La disabilità non è una tragedia. E anche se per qualcuno lo fosse non spetterebbe comunque agli altri etichettarla come tale. Sicuramente non è utile osannare qualcuno per la sua straordinaria capacità di vivere, lavorare, essere felice nonostante la sua disabilità. Considerare impossibile raggiungere, avendo delle disabilità, la piena realizzazione di sé, il successo lavorativo, la soddisfazione personale, la stabilità affettiva ed emotiva è assolutamente abilista.

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Disabilità come eroicità

Le persone con disabilità non sono eroi pertanto il sensazionalismo con cui spesso ci si approccia loro, lungi dallo stimolarli, potrebbe finire per offenderli o infastidirli. Definirli angeli, guerrieri, modelli, combattenti o miti non è utile, anzi, esaspera la loro condizione. Così come non è corretto minimizzare la disabilità, non è giusto esacerbarla. Anche in questo caso che, evidentemente, non vuole essere denigratorio, le persone con disabilità non devono essere considerate unicamente dei disabili.

Per di più avere delle disabilità non è una scelta ed è probabile che qualcuno, se fosse possibile, sceglierebbe di non averne affatto. Non è giusto quindi decantare le gesta di chi, senza clamori, semplicemente conduce la sua vita, solo perché quella stessa vita sembra eccezionale agli occhi di altri.

Che cos’è allora la disabilità?

È difficile darne una definizione univoca. La disabilità in effetti non esiste in quanto tale ma nasce dal rapporto tra una data condizione del soggetto e il sistema-ambiente in cui questo soggetto è inserito. Oggi è doveroso rendere il concetto di disabilità più fluido, meno totalizzante e meno riduttivo della persona.

È doveroso interpellare e ascoltare i diretti interessati, i più coinvolti nel discorso, e, soprattutto, è necessario gettare le basi affinché una riflessione in merito possa aver luogo. Finora infatti se ne è parlato troppo poco e tutto ciò ha causato un netto ritardo del dibattito sull’abilismo rispetto a quello relativo ad altre forme di discriminazione.

Chi crede nella parità e nell’eguaglianza sociale, chi difende i diritti dell’essere umano in quanto tale, chi ritiene che uno Stato democratico non debba lasciare indietro o dimenticare nessuno, non può ignorare questa chiamata.

È tempo di impegnarsi di più. È tempo di trasformare il politically correct in un’azione riformatrice vera e propria, che riscriva l’intero modo di pensare e di rapportarsi alla disabilità. È tempo di smettere di sorridere amaramente, di restare in silenzio o di voltare la testa dopo una battuta abilista. È tempo di non avere più paura di condizioni diverse dalla nostra, anche se ci sembrano davvero difficili, a tratti insostenibili. È tempo di farci raccontare da chi una disabilità ce l’ha cosa questa sia per lui, cosa rappresenti per se stesso e cosa sarebbe auspicabile che diventasse.

Ma, soprattutto, è tempo di superare la disabilità anziché inabissarla. Di concentrarci sulle capacità della persona, sulle sue potenzialità: ribaltare il punto di vista e, piuttosto che partire dalle azioni che un individuo non riuscirà mai a compiere, chiedersi cosa invece è già perfettamente in grado di fare.

Forse il modo migliore per relazionarsi con persone con disabilità è, semplicemente, offrire loro la possibilità di esprimere le proprie abilità.

Leggi i commenti (1)
  • la disabilità esiste e a seconda del livello di gravità pone difficoltà oggettive che la società deve rendere superabili per quanto possibile, ma alcune situazioni sono oggettivamente tragiche per chi le vive . questo non toglie nulla ai diritti delle persone che hanno una disabilità

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