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Donne, scienza e tecnologia: quale scienza, quale tecnologia?

Donne, scienza e tecnologia: quale scienza, quale tecnologia?

Gli esempi della capacità delle donne di lavorare nella scienza e nella tecnologia ci sono. E ce ne sono molti. Nonostante ciò, ne servono di più. E per raggiungere questo obiettivo, forse è il momento di porsi alcune domande sul modo in cui vengono educate le donne e su come si insegnano queste discipline, o su come promuovere studi di scienza e tecnologia che si occupino del bene comune.

Se nel terzo decennio del ventunesimo secolo dobbiamo ancora convincere qualcuno della capacità delle donne di perseguire qualsiasi attività che si prefiggano, abbiamo un problema serio. La storia che conosciamo ci mostra donne che si prendono cura di se stesse, in grado di vivere in ambienti ostili, di prendersi cura di bambinə e anzianə, di compiere lavori domestici e agricoli. Donne capaci di far rivivere i raccolti, i villaggi, i paesi, le città e l’economia dopo guerre sanguinose e distruttive non provocate da loro, e di cui non hanno beneficiato. Donne creative che risolvono problemi quotidiani e sviluppano conoscenze di cui altri generalmente si appropriano. Donne che, sole contro il mondo, imparano e sviluppano simboli (ricordiamo il nü shu, la scrittura segreta ideata nel III secolo d.C. da donne cinesi a cui era negato l’accesso ai codici dominanti).

Donne che, nonostante abbiano dovuto affrontare divieti, l’ego della maggior parte degli uomini e delle altre donne, squalifiche e persino attacchi e aggressioni, hanno eccelso in ogni campo del sapere. Alcune di loro, nonostante i molti ostacoli, hanno ottenuto i più importanti premi e riconoscimenti.

Donne capaci di infrangere codici arbitrari pre-imposti dal sistema – come l’obbligo di coprirsi da cima a fondo, di indossare solo gonne, ecc.- e che si sono date il permesso di vestirsi in modo diverso.

Donne che hanno lottato e lottano ancora oggi per essere riconosciute, perché ancora oggi le istituzioni religiose e alcuni Paesi non applicano l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, pubblicata nel 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Tuttavia, nonostante le prove accumulate nel corso dei secoli, sembra esserci una “sindrome da distorsione profonda” che rende ancora necessaria la pubblicazione di saggi come “Le Illusioni della Certezza” di Siri Hustvedt, che si propone di smontare tutti i tentativi di dimostrare l’incapacità delle donne in campo scientifico. Perfetto! Ma mi chiedo: ciò di cui abbiamo bisogno è dimostrare la “capacità delle donne” o studiare le ragioni della profonda incapacità di molte persone (uomini e donne) di riconoscerla?

Nell’anno accademico 2018-2019, il 54,8% del totale deə studenti universitariə in Spagna erano donne, di cui il 55,2% iscritte a corsi di laurea, il 54,4% a master e il 50,1% al dottorato. Tuttavia, mentre a medicina le donne costituivano il 70,3%, in ingegneria e architettura la percentuale scendeva a 24,8%. Quindi sappiamo che il problema si riscontra nelle discipline STEM (acronimo inglese che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), ma quali in particolare?

Da qui il dibattito ricorrente sulla mancanza di “vocazioni femminili” nelle professioni scientifiche e tecnologiche. E siccome questo è un argomento su cui rifletto e discuto da anni, propongo qui di seguito alcune riflessioni, esaminando anche alcune dimensioni che di solito non vengono prese in considerazione.

Sembra evidente che il modo in cui molte donne continuano a essere educate, riflettendo molti degli stereotipi che persistono su di esse e sulle loro capacità, ha un’influenza sulla carenza di donne che lavorano nella scienza. C’è anche una notevole evidenza della necessità di migliorare l’insegnamento delle materie scientifiche, non solo nell’istruzione primaria e secondaria, ma anche in quella superiore. Sta diventando sempre più visibile il fatto che in generale la scienza viene spesso insegnata in modo astratto e decontestualizzato, come se i problemi scientifici e tecnici non avessero una storia, un contesto e degli interessi. La difficoltà che esiste nel motivare, interessare e coinvolgere ə studenti è attribuita a una loro mancanza, e non a questa formazione non priva di difetti. La maggior parte degli allievi e delle allieve non si sente sfidata, il che si traduce in una crescente mancanza di interesse. Ci sono prove per cui modificare il metodo di insegnamento ha un impatto positivo sull’apprendimento.

Ma anche altri fattori spesso non vengono presi in considerazione. Si tende a ritenere la scienza e la tecnologia due discipline autonome e oggettive, dimenticando che nel loro sviluppo sono in pochə a decidere dove e come investire nello studio di un fenomeno, a scapito di altrə. Da qui l’importanza di chiedersi: chi beneficia e chi subisce in questo sistema? Quali sono le ripercussioni per il nostro pianeta e per la specie umana? E, soprattutto, che tipo di società si sta plasmando in questo modo? Forse in queste domande possiamo trovare non solo altre risposte alla “mancanza di vocazione scientifica” delle donne, ma allo sviluppo stesso di questo campo più in generale.

Alla fine degli anni Novanta, il decano di una facoltà di informatica si disse profondamente deluso perché sua figlia, una brillante studentessa di liceo scientifico, gli aveva appena comunicato la sua intenzione di studiare psicologia. Sorpreso, le chiese perché. La risposta fu immediata e chiara: “Perché non mi ci vedo tutta la vita a lavorare con le macchine, voglio lavorare con le persone”.

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Nel 1993 ho avuto la fortuna di conoscere il professor Joseph Weizenbaum, un pioniere dell’intelligenza artificiale che tra il 1964 e il 1966 sviluppò, al MIT, Eliza, uno dei primi programmi di elaborazione del linguaggio naturale, che aveva lo scopo di intrattenere una conversazione testuale coerente con l’utente. In un’intervista ha spiegato la sua decisione di abbandonare la ricerca per dedicarsi alla riflessione sullo sviluppo della scienza e della tecnologia.

“La guerra del Vietnam era in pieno svolgimento. La vedevo come un’enorme ingiustizia e mi sono schierato con l’opposizione. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti si stava lottando per garantire i diritti civili ai cittadini neri. L’atmosfera si stava scaldando, le cose si stavano muovendo velocemente, c’era bisogno di aiuto, e in queste circostanze non potevo rimanere in disparte. Ero preoccupato per il ruolo della mia università, del MIT, e si è scoperto il legame, che persiste ancora oggi, del MIT all’attività militare americana. Così ho iniziato a farmi delle domande, per cercare di capire cosa ci facessi lì. E alla fine mi sono reso conto che io, come molti dei miei colleghi, specialmente gli informatici, stavo lavorando alle armi che dovevano essere usate in Vietnam. Quando ho preso coscienza di tutto questo, ho deciso che non potevo più farlo e sono diventato una specie di dissidente.”

Forse potremmo capire meglio il significato della presunta “mancanza di vocazione scientifica” delle donne chiedendoci: 1) come vengono educate, stereotipate e sottovalutate; 2) come vengono insegnate loro la scienza e la tecnologia; 3) come promuovere una scienza e una tecnologia “con coscienza”, di cui non beneficino solo pochi, ma tutta l’umanità; 4) come affrontare la colonizzazione digitale che ci rende schiavi del GAFA(M) – Google, Amazon, Facebook, Apple (Microsoft), e 5) come cambiare le domande per concentrarsi su ciò che conta davvero per il bene comune e per elaborare mondi meno robotici.

Sono più che sicura che molte, molte donne, e non solo donne, “metterebbero la firma” su questa visione della scienza e della tecnologia. Vale la pena tentare!

Fonte
Magazine: Catalunya Plural
Articolo: Mujeres, ciencia y tecnología: ¿qué ciencia?, ¿qué tecnología?
Scritto da: Juana M. Sancho
Data: 29 marzo 2021
Traduzione a cura di: Michela Perversi
Immagine di copertina: ThisisEngineering RAEng
Immagine in anteprima: Pinterest

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