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Ecco cosa significa essere me: pastora poliamorosa

Ecco cosa significa essere me: pastora poliamorosa

Marie* sta studiando per diventare pastora protestante. A volte, però, dubita che tale professione combaci con il suo stile di vita: è in una relazione aperta

Quando raccontai alla mia famiglia e ai miei amici che volevo fare il vicariato, ovvero il percorso di formazione per diventare pastora, la cosa risultò a tuttə loro piuttosto sensata; dopo tutto, sono da sempre stata interessata alle persone e alla religione. Inoltre, provengo da una famiglia cristiana.
Eppure, furono in moltə a rimanerne sorpresə. Alcunə di loro mi dissero “Oh, allora devi fare la brava adesso”, anche se la frase era più che altro accompagnata da un occhiolino. Questo perché vivo da tempo con un uomo ben più vecchio di me. E abbiamo una relazione aperta. Ho immaginato sin dall’inizio di condurre una relazione con diversi uomini. Poter seguire questo stile di vita è una parte importante della mia identità.

Dopo i miei studi di teologia, desideravo in realtà rimanere all’università; avevo ricevuto diverse offerte di dottorato e pianificavo di lavorare nel settore privato in seguito. Eppure, stando seduta per così tanto alla scrivania di casa, mi resi conto che la cosa non faceva per me. Mi mancava il contatto con le persone. Prima di iniziare gli studi, avevo già lavorato come volontaria nella mia comunità parrocchiale e constatato la possibilità di vedere immediatamente l’effetto che tale supporto esercita sulle altre persone.
Ciononostante, la professione pastorale è ancora molto associata al concetto di pietà e a un’immagine convenzionale della famiglia. Ecco perché ho creduto a lungo che non sarei stata all’altezza di tale aspettativa. Le istanze della società su come una pastora dovrebbe essere e vivere mi spaventavano oltre ogni immaginazione. Non si è semplicemente una persona privata che esercita una professione, ma si viene spesso percepitə esclusivamente come rappresentante della Chiesa. Non esiste il tempo libero per un pastore o una pastora: che si vada a fare la spesa o una passeggiata, si è sotto gli occhi di tuttə e si rappresenta un’autorità per ə parrocchianə.

Non sono sicura di come i dettagli della mia vita privata sarebbero recepiti all’interno della comunità. L’idea, per esempio, che una delle persone con cui intrattengo una relazione venga in chiesa è inimmaginabile. Da un lato, non voglio confrontarmi con il modo in cui la gente potrebbe reagire e temo di spezzare il rapporto di fiducia. Dall’altro lato, ho un forte bisogno di essere autentica: mostrare i diversi modi in cui si può vivere l’amore.

Ma non vorrei mai convertire qualcuno a uno stile di vita “corretto”, perché secondo me non esiste nulla del genere, né nella Bibbia né nella Chiesa. In quanto cristiana, credo in primo luogo in Dio, non nella Bibbia. Anche se il mio stile di vita non appare nella Bibbia, questa ci insegna ad agire in modo responsabile. E anche che, in quanto essere umano, è lecito commettere errori. Per la mia relazione questo significa essere onestə l’unə con l’altrə e non farsi del male a vicenda.

Specialmente nella Chiesa, l’onestà e l’autenticità sono incredibilmente importanti; non di meno alla luce del recente dibattito sugli abusi sessuali che ha gravemente danneggiato il livello di fiducia nelle istituzioni ecclesiastiche. Oggigiorno, quando incontro nuova gente e faccio “coming out” come futura pastora, mi trovo spesso a confronto con persone che per prima cosa mi raccontano tutto quello che hanno da criticare alla Chiesa. Ho spesso la sensazione di essere incasellata. Per me la Chiesa rappresentava solo una delle mie tante aree di interesse. Mi piaceva anche guardare i tutorial di trucco su YouTube o la TV trash. Per questo spesso non dicevo subito alla gente che stavo studiando teologia. Nel frattempo, però, mi sono aperta al riguardo e ora dichiaro anche che diventerò una pastora.
Se si venisse a sapere che ho una relazione aperta, non mentirei, ma cercherei di attenermi alla verità. Ma senza entrare nei dettagli. Credo che le persone operino comunque sempre in una certa tensione tra menzogna e verità, sia consciamente che inconsciamente. La gente non dice mai tutto di sé alle altre persone, alcune cose preferisce tenerle per sé. Questo vale sia per le persone religiose che per tutte le altre. Per me, tacere riguardo a qualcosa, omettere un dettaglio, non equivale a mentire. Posso comunque parlare di relazioni aperte come modello senza rivelare che lo vivo in prima persona. In ogni caso, la professione pastorale non dovrebbe mai riguardare in primo luogo me e i miei bisogni, poiché questo mi impedirebbe di essere una buona guida spirituale.

Finora, nella mia comunità, non mi è stato richiesto di rivelare tutti gli aspetti della mia vita privata. Trovo che le persone all’interno della comunità siano molto amichevoli e benevole le une con le altre. La gente mi accetta per quella che sono. E ho persino incontrato una collega che vive uno stile di vita simile al mio. Lo scambio con lei mi ha incoraggiata molto nella mia scelta professionale. Allo stesso tempo, mi accorgo giorno per giorno di quanto questa professione mi appaghi, nonostante i dubbi che a volte nutro ancora. Quindi, per ora, sento che è giusto essere qui e questa sensazione sembra essere condivisa dalla comunità.

*Marie ha 28 anni e il suo nome è in realtà un altro. Il suo nome è noto alla redazione.

Fonte
Magazine: fluter.de
Articolo: So ist es, ich zu sein: Polyamoröse Pfarrerin
Scritto da: Protokoll: Mirjam Ratmann
Data: 4 agosto 2021
Traduzione a cura di: Grazia Polizzi
Immagine di copertina: Ben White
Immagine in anteprima: freepik

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