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Ecco perché gli “spazi sicuri” nelle università sono una minaccia alla libertà di espressione

Ecco perché gli “spazi sicuri” nelle università sono una minaccia alla libertà di espressione

L’idea che le università fossero uno “spazio sicuro” era fino a poco fa una questione unicamente relativa agli Stati Uniti. Adesso, anche il Regno Unito ha subito un incremento di incidenti in cui pare che le politiche dei cosiddetti “spazi sicuri” abbiano minacciato il diritto alla libertà di espressione nelle università britanniche.

Gli “spazi sicuri” sono anche vicini al concetto del “no-platform”, dove non è concessa agli oratori nemmeno la possibilità di parlare. Vari casi, molto pubblicizzati, sono recentemente emersi. Tra questi, quello di una studentessa allontanata da un incontro per aver alzato la mano, il divieto di invito a parlare per persone come la femminista (esponente della corrente radicale e trans-exclusionaryNdT) Germaine Greer, l’attivista per il secolarismo Maryam Namazie, l’attivista per i pari diritti Peter Tatchell, e l’introduzione degli ‘addetti allo spazio sicuro’, per monitorare il comportamento nei dibattiti.

Ma il concetto di uno spazio sicuro, dove a coloro che hanno punti di vista problematici o offensivi viene vietato di parlare nelle università è fondamentalmente in contrasto con il rigoroso e intellettualmente onesto scambio di idee, centrale al concetto di accademia stessa.

Nel 2016, John Ellison, il preside degli studenti dell’Università di Chicago, scrisse ai nuovi iscritti:

“Il nostro impegno verso la libertà accademica significa che non sopportiamo i cosiddetti ‘trigger warnings’ (avvertimenti sui temi potenzialmente delicati che vengono trattati, ndt) non cancelliamo gli inviti agli oratori qualora i loro argomenti possano essere controversi, e non condoniamo la creazione di “spazi sicuri” intellettuali, dove gli individui possano rifugiarsi da idee e prospettive in contrasto con le loro”

Sebbene le opinioni di un invitato possano rasentare il tollerabile, possiamo solo rispondere in modo efficace alle loro argomentazioni se abbiamo l’opportunità di ascoltarle, prima di tutto.

In risposta, coloro a favore delle politiche degli spazi sicuri, giustamente fanno notare la forza simbolica e potenzialmente legittimante data a un oratore quando viene a lui concessa un palco pubblico. Secondo questi, scegliere a chi dare certi spazi dentro una propria istituzione serve come forza di resistenza e manda il messaggio che certe prospettive non sono degne di essere ascoltate a prescindere.

Allora, come possiamo sperare di risolvere questi problemi?

A cosa servono le università?

Nascosti tra questi dibattiti, infatti, vi è un disaccordo di fondo riguardo l’appropriato obiettivo di un’università. Come istituzione, l’università mantiene un ruolo unico in una società, come luogo di apprendimento e forum di rigore intellettuale. Ha un proprio codice di norme e usi, molti dei quali contrastano fortemente con quelli delle altre istituzioni al di là dei propri cancelli.

A differenza di altri ambienti, come luoghi di lavoro o scuole medie e superiori, in quello universitario gli studenti e accademici dovrebbero (teoricamente) essere incoraggiati a esplorare temi particolarmente difficili, a prendere rischi riguardo aree di ricerca emergenti e partecipare a dibattiti sulle più controverse e rilevanti questioni dei nostri tempi.

Quindi il dibattito sugli spazi sicuri si pone esattamente su questo problema, su cos’è che un’università dovrebbe fare. Coloro che difendono il concetto di spazio sicuro citano il nobile obiettivo di correggere passate ingiustizie, per migliorare il futuro: le voci che una volta erano emarginate e indotte al silenzio, adesso hanno, tramite gli spazi sicuri, un’opportunità di essere ascoltate, e di continuare i propri studi libere da harassment o abusi.

Fattore chiave nella difesa degli spazi sicuri è anche l’idea che i gruppi vulnerabili possano ritagliarsi un’area della propria istituzione ospitante, in cui è loro possibile definire i propri usi e le proprie norme – qualcosa che era precedentemente stato loro negato da vari ambiti della società. “Spazio sicuro” infatti è un termine usato in relazione a gruppi di sole donne, organizzazioni LGBT+, gruppi di neri e minoranze etniche, e così via. Permette ai membri di incontrarsi e avere discussioni senza la minaccia di essere nuovamente messi a tacere, o discriminati, da gruppi storicamente dominanti.

Sicurezza contro libertà

Questo scontro tra spazi sicuri e libertà di espressione nei campus, riguarda l’idea che l’università debba essere uno spazio sicuro per tutti. Questo è direttamente in contrasto con la raison d’être dell’accademia, essendo questa un punto di incontro per rigorosi disaccordi. Diventa evidente che le università stiano soffrendo di una crisi di identità, complicate e agevolate dalle rappresentazioni di questi scontri sui social media.

Esistono, e continuano a esistere, società e club di studenti che regolano le norme per le proprie discussioni. Il problema di questi casi di alto profilo di no-platforming, però, è distinto dalle sopracitate organizzazioni che si auto-amministrano, e si estende oltre a questi confini di auto-amministrazione, verso l’intera università.

Questa riconcettualizzazione stessa dei parametri degli spazi sicuri implica qualcos’altro: che invitare certe personalità che hanno opinioni offensive o cariche di odio, in qualche modo perpetua un ambiente ostile nel campus universitario.

Quello che serve è una serie di principi che possano trovare punti in comune, a cui ogni parte deve aderire. Se le università vogliono veramente impegnarsi a promuovere la libertà di espressione, questo vorrà dire fare sforzi per incrementare la rappresentazione e prendere precauzioni che includano voci emarginate o che sono state fatte tacere.

Significa introdurre chiare politiche di diritto di replica, in cui gli oratori controversi debbano accettare che i propri punti di vista vengano sfidati e messi in dubbio, evitando che vengano accettati senza discussione, o semplicemente ricevano urla in risposta. In termini di legittimazione, questa è principalmente determinata dalla natura dell’invito stesso: includere un oratore in un gruppo di dibattito è una cosa, dargli una laurea honoris causa o una serie di lezioni è un’altra.

Soprattutto, le università hanno bisogno di lavorare di più per far rispettare misure formali in contrasto alle discriminazioni e alle molestie nei campus, come il recente caso di hate speech alla Nottingham Trent University. Fino a che gli amministratori non prenderanno seriamente incidenti del genere, non è chiaro come si possa garantire uno scambio di libere espressioni a tutti gli studenti.

Fonte
Magazine: The Conversation
Articolo: Why ‘safe spaces’ at universities are a threat to free speech
Autrice: Suzanne Whitten
Data: 6 aprile 2018
Traduzione a cura di: Caterina Fantacci
Immagine di copertina: Nathan Dumlao

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