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“Eroine”: l’autodeterminazione attraverso le serie TV
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“Eroine”: l’autodeterminazione attraverso le serie TV

Attilio Palmieri

Ci sono libri che rappresentano il frutto di anni di studio e ricerca, altri che costituiscono il prolungamento di una passione, altri ancora che appaiono indispensabili alle proprie lettrici e ai propri lettori solo una volta pubblicati. “Eroine” di Marina Pierri è sicuramente tutte queste cose insieme, ma è prima di tutto l’esito ultimo di un’urgenza intellettuale e umana, il lavoro appassionato di un’autrice che a un certo punto si rende conto che non poteva fare altrimenti, che non aveva altra scelta: o “Eroine” o “Eroine”.

“Arrenditi”. Così comincia il volume uscito per Edizioni Tlon, con la scrittrice che – citando la protagonista di “Top of the Lake” (una delle serie più importanti in merito alla rappresentazione della femminilità in televisione negli ultimi quindici anni) – restituisce la sensazione di una necessità per tanto tempo negata. Un esordio che parte da una rivelazione, in cui la convinzione che è arrivato il momento di smettere di nascondersi costituisce la rampa di lancio per l’inizio di una nuova lotta, molto più consapevole e propositiva, intima e al contempo universale. Non ha senso lottare per proteggere una cosa che ti mette comunque a disagio, che ti fa sentire in ogni caso inespressa – ci dice l’autrice – ma è molto più gratificante e importante cambiare direzione e andare alla radice del proprio io per conoscerlo e farlo conoscere. A questo proposito ci viene in aiuto il sottotitolo del libro, ovvero “Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire”, perché è proprio attraverso l’analisi e l’ascolto di alcune figure femminili della serialità televisiva contemporanea che Marina Pierri costruisce un percorso di autodeterminazione femminile.

“Eroine” è un testo particolarmente ambizioso perché lavora su tanti livelli contemporaneamente, utilizzando un approccio alla serialità televisiva che non vuole essere onnicomprensivo, quanto selettivo di un percorso e una struttura ben definiti, che una volta arrivati alla fine risultano funzionali all’obiettivo finale. Si tratta di una fotografia della serialità contemporanea vista attraverso una lente descritta nel dettaglio in alcuni capitoli introduttivi, i quali stabiliscono le coordinate di un percorso in cui i personaggi femminili rappresentano delle tappe archetipiche e simboliche.

Alla base del lavoro, c’è prima di tutto un modo innovativo di fare critica televisiva, che si emancipa dai frusti approcci di derivazione cinematografica – pur conservandone le componenti indispensabili legate allo stile e alla narrazione – e prende come riferimento alcune figure del panorama statunitense di grande importanza, come Emily Nussbaum e Jason Mittell. Sulla loro scia, Pierri affronta le serie TV con un approccio sistemico, che guarda ai testi ma anche ai contesti, rispetto ai quali hanno un ruolo di primo piano le spettatrici, che l’autrice definisce “partecipanti” per il ruolo attivo che il pubblico ha nella fruizione dei prodotti seriali. A differenza dei film, infatti, gli show televisivi non sono testi chiusi, ma strutture aperte, ecosistemi narrativi estesi nel tempo e nello spazio che accompagnano le spettatrici e gli spettatori per lunghi archi temporali e mutano insieme a loro in un processo di continuo scambio e confronto.

Sotto quest’ottica, Pierri si mette in gioco in prima persona e mette a punto un modo di fare critica che trae origine dalla relazione tra la spettatrice-partecipante e i personaggi femminili, teorizzando un continuo movimento di va’ e vieni tra prospettiva universale e particolare e insegnando alle proprie lettrici come mettersi in contatto con le eroine del piccolo schermo.

A questo proposito uno dei passaggi teorici più interessanti e propedeutici alla lettura del volume è quello che sposta il focus (e le pratiche partecipative) dal concetto di identificazione a quello di ascolto. Il primo, infatti, è sicuramente necessario per quanto riguarda la rappresentazione, ma costituisce anche un filtro escludente e per certi versi anche limitante, se adottato per analizzare i personaggi. Se, invece che dell’immedesimazione, in relazione alle eroine iniziamo a parlare di ascolto, allora è possibile sviluppare una forma di comprensione collettiva basata sia sulle cose che accomunano le donne da un lato e dall’altro dello schermo sia sulla messa a sistema delle singole specificità rappresentate dai personaggi femminili.

A proposito di questi ultimi, più si va avanti nella lettura di “Eroine” e più emerge molto chiaramente quanto l’autrice abbia realizzato un vero e proprio strumento esegetico, in grado di unire critica televisiva, filosofia e psicanalisi per costruire un manuale di istruzioni dedicato alle spettatrici (ma molto utile anche agli spettatori), perfetto per capire meglio se stesse attraverso una comprensione approfondita e stratificata di alcune delle più rilevanti figure femminili della serialità televisiva degli ultimi anni.

Pierri fa abbondante uso della filosofia classica e di alcuni dei capisaldi principali della psicanalisi per identificare i principali archetipi femminili e sviscerarne al meglio non solo il significato (mantenendo sempre un linguaggio chiaro e comprensibile), ma anche la funzionalità in merito all’interpretazione della natura profonda delle eroine. Si tratta infatti di un’operazione particolarmente rischiosa, sia perché quando si mettono in contatto oggetti e discipline non immediatamente adiacenti può essere facile sbandare dal punto di vista concettuale con forzature teoricamente poco giustificate, sia perché quando si chiede aiuto ad architetture del pensiero così “pesanti” e per certi versi rigide può non essere facile utilizzarle in maniera efficace e si rischia di perdere di vista l’obiettivo finale.

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Consiste in questo forse il maggiore merito di “Eroine”, ovvero nella capacità di unire discipline così differenti all’interno di una riflessione abbastanza agile e compatta, riuscendo a far convergere tutto verso un esito chiaro sin dall’inizio. Il cuore del lavoro, infatti, sta nella messa a punto di un viaggio dell’eroina che non sia soltanto il gender swap dei tantissimi viaggi dell’eroe pervenutici da Aristotele ad oggi, ma un percorso di liberazione dello sguardo che a partire da alcuni archetipi costruisca un cammino spiccatamente femminile, con tappe che ogni volta tendono all’universalità pur essendo declinabili in forme molto specifiche.

A ogni tappa del percorso, rappresentata da una figura archetipica (si va dalla cercatrice alla maga, dall’amante alla folle, dalla guerriera all’orfana), Pierri fa coincidere due facce complementari della medaglia, ovvero due declinazioni dello stesso archetipo, una più luminosa e l’altra più oscura. La Guida, infatti, è quella che presenta in maniera più esplicita le virtù di ogni archetipo, quella che le esprime in maniera propositiva e rigogliosa, dimostrando anche una palese capacità di influenzare il proprio contesto a partire dalle proprie peculiarità. L’Ombra, invece, rappresenta l’anima più tenebrosa, quella che esprime le caratteristiche sommerse e che si trova spesso costretta a opporsi a un contesto che le tarpa le ali. Ogni tappa del viaggio dell’eroina è quindi dedicata a un archetipo e per ciascuno di questi (salvo rare eccezioni) l’autrice sceglie due personaggi femminili che incarnano la versione Guida e la versione Ombra dell’archetipo.

Sfruttando la popolarità dei personaggi femminili che racconta, “Eroine” riesce a far passare una notevole densità concettuale, andando a comporre un viaggio originale e avvincente all’interno delle tante anime della femminilità, simboleggiate da altrettante figure che con sempre maggiore intensità popolano l’immaginario collettivo.

Si tratta anche di un testo particolarmente politico, perché l’intera riflessione si inserisce esplicitamente nel solco del femminismo intersezionale ed è animata da un approccio che mira a considerare le congiunture in cui si incontrano le differenti forme di oppressione. E sta forse qui la lezione principale che ci lascia il libro di Pierri a lettura conclusa, ovvero la consapevolezza che utilizzare la serialità televisiva come una forma di militanza politica può aprire oggi orizzonti smisurati, non solo alle autrici che stanno innovando questa poliedrica forma espressiva, ma anche alle spettatrici e le studiose che stanno cominciando a guardare alle storie e alle eroine con altre lenti, individuandone con maggiore precisione l’urgenza e l’importanza.

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