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Eva Sadoun: “Il modello maschile è nocivo per l’economia”

Eva Sadoun: “Il modello maschile è nocivo per l’economia”

Con “Une économie à nous” (Un’economia per noi NdT), l’imprenditrice e attivista sfida l’ideologia maschile che domina l’economia.

A 32 anni, l’imprenditrice e attivista Eva Sadoun è già apparsa sulle nostre pagine. Ritratta come una giovane donna il cui percorso professionale è sempre stato guidato da convinzioni, nota come una delle figure più interessanti della “generazione per il clima”, la creatrice delle app LITA e Rift e presidente del movimento Impact France fa sempre più parlare di sé tramite i suoi progetti. La parigina, che ha discusso fin dalla più tenera età di questioni politiche con i suoi genitori, prima di diventare a sua volta attivista negli anni del liceo partecipando a manifestazioni o anche suonando la chitarra e cantando in gruppi musicali (un’attività che non voleva concedersi di intraprendere come carriera e che alla fine ha deciso di abbandonare), ha fatto dell’economia il suo soggetto di riflessione preferito il giorno in cui le è apparsa come “una materia che accentrava tutte le repressioni”.

Invitata da Actes Sud a produrre un testo sull’argomento in pieno periodo elettorale, Eva Sadoun ha appena pubblicato Une Économie à nous, un libro-manifesto che richiama Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf e che ha scritto “con il desiderio di rompere le barriere, perché siamo consapevol* del fatto che oggi il sistema economico deve essere modificato se si vuole invertire la curva del cambiamento climatico o le disuguaglianze sociali”. Il desiderio di “decostruire, di mostrare che si possono attivare percorsi e dare alle persone delle chiavi di comprensione” ha quindi guidato la scrittura di questo testo breve, impegnato e preciso, che sfida un’ideologia economica virile e dominante e che offre la possibilità di riappropriarsi di questo campo che “struttura il mondo e le nostre relazioni sociali”.

Nelle scuole si studiano le donne economiste?

Eva Sadoun: No. Nonostante molti economisti famosi abbiano fondato le loro analisi sul lavoro delle donne – anche se questo non è il caso di Adam Smith, per esempio, che io considero più come un “uomo al femminile” che non è stato accettato. Ha dedicato molto più tempo alla Teoria dei sentimenti morali che alla Ricchezza delle nazioni, che però è stata completamente oscurata, quindi in un certo senso si è deciso di oscurare la sua parte ritenuta “femminile”. D’altra parte, nel mio libro mostro che le conclusioni di persone come Keynes sono state tratte da rapporti scritti da donne. Le donne hanno fatto parte della storia economica ma sono state completamente invisibilizzate. Anche oggi, sono completamente cancellate; nei media sono ancora gli uomini a detenere i discorsi sull’economia.

Nel tuo libro, fai riferimento alle sociologhe Sybille Gollac e Céline Bessière che affermano che esiste effettivamente “un genere del capitale”. Qual è la base di questa affermazione?

Il loro libro (Ndr: Le Genre du capital) è perfetto per comprendere questo concetto. La loro teoria statistica è che il capitale più produttivo non viene trasmesso alle donne. Attualmente, le disuguaglianze nell’accesso al capitale economico sono enormi: uno studio INED del 2013 mostra che gli uomini detengono il 37% in più di capitale finanziario ed economico rispetto alle donne.

Come si perpetua questo vero e proprio ” boy’s club ” del capitale?

Nelle famiglie dove esiste un capitale economico, quando si osserva come viene trasmesso, ci si rende conto che è sempre da un uomo a un altro uomo. Eppure vi sono anche donne all’interno di queste famiglie. Ma Gollac e Bessière mostrano che il capitale finanziario passa agli uomini, e il capitale immobiliare o liquido alle donne; quest’ultimo non è mai un capitale destinato a crescere. Ciò crea un accesso paritario alle posizioni di gestione. Possiamo vedere che in tutte le famiglie è una scelta deliberata quella di nominare gli uomini, addirittura anche i generi, a queste posizioni di potere economico, mentre le donne sono spesso messe a capo delle fondazioni, delle sottodivisioni. L’unica famiglia in cui una donna è stata nominata a gestire l’azienda è L’Oréal con Liliane Bettencourt, ma solo perché era figlia unica.

Il mondo delle start-up è più paritario di quello delle aziende tradizionali?

Niente affatto. Questo presunto ambiente innovativo e progressista riproduce esattamente le stesse violenze. Il culto della performance, l’elogio dell’imprenditore stile Silicon Valley, si incarna nella figura di Elon Musk, che non mangia nemmeno più perché lavora così tanto, che “sovra-performa”. Rimane quindi la stessa figura patriarcale della leadership. I vari studi realizzati sul mondo delle start-up mostrano che le donne hanno meno accesso ai fondi e in proporzioni assurde. Dal 2008, il 2% dei fondi raccolti sono stati da start-up interamente femminili, l’89% da start-up maschili e il resto da team misti. Gli “unicorni francesi” all’inizio di quest’anno, cioè le start-up valutate più di un miliardo di euro, non includono nessuna cofondatrice donna. Questa disuguaglianza si basa sul sistema del venture capital, cioè il sistema dei fondi che investono in queste start-up, che sono esattamente gli stessi finanziatori del passato, ovvero uomini. Le donne rappresentano solo il 14% dei partner dei fondi d’investimento in Francia. È un bene che vengano approvate leggi come quella di Copé Zimmerman che permettono a più donne di sedere nei consigli di amministrazione dei grandi gruppi, ma se si tratta solo di mettere le donne in qualità di portabandiera, senza essere a capo delle decisioni strategiche e finanziarie, non cambierà la situazione. Abbiamo bisogno di un elettroshock.

In che modo il mito della mascolinità è pericoloso per l’economia, come affermi nel tuo libro?

Il modello maschile è dannoso per l’economia perché è dominante, istintivo, valorizza l’assunzione di rischi e rifiuta qualsiasi forma di cooperazione; è piuttosto violento. Secondo me, questi sono tutti valori pericolosi per l’economia e che sono stati la causa di alcune delle recenti crisi economiche. Possiamo constatare che il sistema predatorio da un punto di vista ecologico deriva dal dominio sulla natura.

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Anche se sviluppiamo tutte le innovazioni possibili e immaginabili, il sistema attuale non sarà mai in grado di raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi per il riscaldamento globale. Abbiamo bisogno di una nuova dimensione dell’economia, che implica sobrietà e delocalizzazione, e questo è in completa opposizione con il sistema dominante di sopraffazione. Abbiamo bisogno di riportare l’umanità in linea con la natura per preservare la sua sopravvivenza e aumentare il livello di benessere.

In cosa consisterebbe un’economia femminista o anche un’economia ecofemminista, come suggerisci tu?

Per me è un’economia di cooperazione, di uguaglianza. È un’economia che misura i suoi impatti multipli in un modo olistico e completo della cura, invece di considerare un singolo indicatore. È anche un’economia che non è più dominante o predatoria, ed è un’economia che responsabilizza. Non cerca la risposta in una persona.

Parli anche dell’idea di un “bilancio femminista”, in cosa consiste?

Se ci chiediamo cosa possiamo fare nel breve termine per ricreare l’uguaglianza, dobbiamo guardare fino a che punto gli strumenti sono patriarcali. Il piano di recupero, per esempio, ha finanziato soprattutto posti di lavoro maschili. Ha reso ancora più precario il lavoro e la posizione delle donne. Il bilancio femminista consiste quindi nel posizionare una realtà composta da donne dietro ai flussi finanziari, una realtà che sia proporzionale a ciò che le donne rappresentano. Valorizzando finanziariamente le donne, diamo loro un posto nella società. Non sono più solo nella posizione di chiedere o elemosinare. Il fatto che non siano valorizzate economicamente e finanziariamente è, secondo me, una delle condizioni fondamentali per la loro visibilità.

Fonte
Magazine: Les Inrockuptibles
Articolo: Eva Sadoun: “Le modèle viriliste est néfaste pour l’économie” 
Scritto da: Faustine Kopiejwski
Data: 11/02/2022
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Pexels
Immagine in anteprima: freepik

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