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Fast fashion: per un approccio ecofemminista ed intersezionale

Fast fashion: per un approccio ecofemminista ed intersezionale

La fast fashion è un modello di business nato all’inizio degli anni ‘90 che caratterizza l’industria della moda contemporanea e che fornisce aə consumatorə una «frequente novità nella forma di prodotti a basso costo e di tendenza» (traduzione di chi scrive; Anguelov 2015, in Niiminäki et al. 2020).

In tal senso, Bhardwaj e Fairhurst (2010) spiegano come questo nuovo modello dell’industria sia da ricollegarsi ad un cambiamento nel rapporto con la moda deə consumatorə, rispetto alla quale divengono più consapevoli nell’accezione di ricettivə ai trend. Detto ciò, i motivi alla base di questa presunta consapevolezza appaiano vaghi: al di là di come essa sia evoluta e del potere di espressione, financo rappresentazione, che il vestiario possa rivestire per ogni singola persona, ai suoi esordi sembra esserci una spinta derivante da dinamiche di mercato e strategie di marketing deə produttorə.
Infatti, sempre secondo l’articolo di cui sopra, il Regno Unito si è fatto capofila nell’implementazione del modello della fast fashion nel momento in cui il suo predominio nel settore è stato minacciato da una crescente concorrenza; quindi, al vecchio sistema degli stock preventivi degli anni ‘80 e ai capi di “massa”, ha sostituito il ricambio continuo di vestiti sempre nuovi, originali e che poggiano sul presupposto di vivere una vita molto breve – sia perché passano subito di moda, sia per i materiali di minore qualità utilizzati per realizzarli.

Ad oggi sono sorte diverse critiche a questo modello di business per via del suo impatto globale, in termini di ricadute non sostenibili – nell’accezione completa di “sostenibilità” come ambientale, economica e sociale.
Infatti, prima di tutto, la fast fashion è associata a fenomeni, quali: tra l’8 e il 10% delle emissioni di CO₂ (circa 4-5 miliardi di tonnellate; United Nation Climate Change – UN helps fashion industry shift to low carbon 2018); consumo di 79 mila miliardi di litri d’acqua (Global Fashion Agenda & The Boston Consulting Group 2017); responsabilità del 20% ca. dell’inquinamento delle acque (Natural Science n.4 2012), del 35% ca. dell’inquinamento degli oceani per microplastiche (United Nation Climate Change 2018) e di più di 92 tonnellate di materiali di scarti tessili (Quantis – Measuring Fashion: insights from the enviromental impact of the global apparel and footwear industry 2018), di cui molti vengono bruciati.

Se tante di queste conseguenze sono ampiamente diffuse, è d’obbligo evidenziare che esse sono altamente concentrate e rivestono un peso negativo pressante in quelle nazioni nelle quali sono impiegate le prime fasi del processo manifatturiero (come la produzione delle fibre tessili e le operazioni di tinta delle stesse) – o meglio, nelle quali queste fasi sono state dislocate, da parte dei paesi occidentali, per via della richiesta di lavoratorə sottopagatə che svolgono mansioni ad alto rischio (e comunque, con esigue, se non del tutto assenti, tutele, il che rende di per sé la loro occupazione come “ad alto rischio”; Tuana e Cuomo, 2014).
In tal senso, sempre Tuana e Cuomo identificano due livelli di analisi e di intervento rispetto alle diseguaglianze degli impatti delle questioni della sostenibilità: quello geografico (da ricollegarsi quindi alle aree del mondo più fortemente colpite) e quello temporale (in termini di ricadute sulle future generazioni). Se a questo si aggiunge il fatto che la maggior parte deə lavoratorə della fast fashion sono donne BIPOC appartenenti alle classi sociali più svantaggiate e che, nel portare avanti la loro attività lavorativa, subiscono quotidianamente discriminazioni e soprusi di natura sistemica, allora non può essere più evidente quanto questo tema sia centrale per l’intersezionalità.

Greta Gaard, studiosa e attivista ecofemminista, sostiene che una serie di fenomeni importanti per la sostenibilità, come la salute, l’ambiente di vita ed il sostentamento, non vengano presi in considerazione per come sono stati tradizionalmente (e sono tuttora) organizzati dalle donne in moltissime culture del mondo, dal momento che essi vengono concepiti come «problemi scientifici da risolvere tramite soluzioni tecnologiche e scientifiche», tralasciando sostanzialmente qualsiasi trasformazione ideologica ed economica di dominio, sfruttamento e colonialismo (2015).
L’ecofemminismo si sta approcciando più esplicitamente proprio all’intersezionalità (con la quale, per alcuni suoi approcci, ha sempre avuto dei forti punti in comune), dal momento che è ogni giorno più diffusa l’idea di riconoscere nel modo appropriato le esperienze contestualizzate di specifici gruppi di donne (Kings 2017).
Infatti, citando Davis (2008), Kings suggerisce come l’intersezionalità sia stata d’aiuto nello sviluppare un’applicazione pratica dell’ecofemminismo «dando inizio ad un processo di scoperta» in quanto strumento analitico del dibattito ecofemminista.
È pur vero, altresì, che l’ecofemminismo indiano (si pensi anche solo a Vandana Shiva) come quello indigeno di fatto si è già enormemente dimostrato sia pratico che “intersezionale”; quello a cui però fa riferimento Kings sembra più che altro una sistematizzazione esplicita delle analisi ecofemministe tramite l’ausilio delle teorie e metodologie intersezionali, più che del concetto in sé.

Detto ciò, Howell nel 1997 aveva già identificato quattro presupposti fondamentali comuni alle diverse correnti ecofemministe che assumono un carattere intersezionale alquanto operativo. In questo caso, si parla: della necessità di cambiamenti sociali in vista della sopravvivenza ecologica, in una prospettiva che sia reciproca e non più gerarchica; una trasformazione intellettuale, che rigetti i diversi dualismi interni alla questione della sostenibilità, come quelli tra dominato/dominatore e uomo/razionale e donna/natura (irrazionale), che accompagni questi cambiamenti sociali; in questo approccio non dualistico né gerarchico, il fatto di considerare la natura per il suo valore intrinseco e non per la sua utilità, così da rigettare ulteriormente l’idea di sfruttamento; ed infine, che l’identificazione e la valorizzazione della diversità, umana e culturale, sia valore fondante di questi cambiamenti sociali.
Inoltre, Howell fornisce un’interessante panoramica rispetto al rapporto tra sostenibilità e scienza quanto tra sostenibilità e religione. Su quest’ultima relazione, l’autrice tratta brevemente di alcune riflessioni di matrice cristiana, tra cui la teocosmologia di Ruether sulle figure di Dio e Gaia (1992) ed ancora quella di McFague sull’interdipendenza tra Dio ed il creato (vivente e non) e tra ogni “corpo” nel mondo (1993). Ancora di più però, allontanandosi da alcune visioni che si fondano su ampi spazi di privilegio come quelle sopra citate, divengono centrali gli apporti derivanti da religioni appartenenti ai principali gruppi maggiormente sfruttati dal capitalismo inquinante, come quelle indigene. Infatti, molte di queste religioni non solo si ripercuotono su norme sociali che organizzano la vita associata ed i ruoli di genere, ma anche propongono una relazione con la natura differente di quella che la concepisce come strumento di utilità e soggetto inerte da sfruttare (il punto tre a cui faceva riferimento Howell).

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Nella concretezza, le donne sono spesso ingaggiate nella gestione dell’ambiente domestico in modo preponderante rispetto agli uomini e l’uso dei materiali e delle fonti energetiche e di sostentamento a cui possono fare ricorso risentono delle discriminazioni sistemiche, soprattutto di natura economica e nella mobilità ambientale; in questo senso, si pensi, per esempio, all’uso comune di carbone nelle cucine in India (Choudhuri e Desai 2019).
Una testimonianza importante è quella riportata Whyte, una studiosa Potawatomi, rispetto al lavoro di McGregor, una donna Anishinaabe, sulla Mother Earth Water Walk in Canada e sul “sistema di responsabilità”. Whyte infatti spiega come in molte popolazioni native americane, le quali sono colpite in particolar modo dai cambiamenti climatici e dagli sfruttamenti ambientali dei paesi capitalisti, pur avendo, al contrario, le loro pratiche un impatto ben più limitato, i cosiddetti sistemi di responsabilità ingaggino in particolar modo le donne come promotrici della continuità, evolutiva, delle dinamiche interne alla gestione delle risorse della propria comunità.
L’acqua, in particolar modo, riveste un ruolo importante da un punto di vista strettamente fattuale, che nasce su una concezione di base, indicativa ed ampia, riguardante l’ontologia ed il rapporto del creato come sistema di entità, viventi e non viventi, che collaborano nel mondo. Quindi, i diversi sistemi di responsabilità afferiscono sicuramente a quelli tra gli esseri umani e la natura, così come alle relazioni all’interno della specifica comunità di riferimento; allo stesso tempo, proprio in un’ottica adattiva e dialogante, richiedono la stabilizzazione di rapporti con altri sistemi di governo come quelli degli stati dove sono presenti queste comunità. Quello che reclama, legittimamente, Whyte è quindi: il coinvolgimento attivo deə nativə americanə all’interno degli organi decisionali degli Stati in quanto abitanti degli stessi; la presa in carico delle discriminazioni vigenti e la promozione, congiunta, di misure che le vadano ad eliminare; ed infine, l’integrazione del sistema intellettuale, culturale e religioso nelle logiche di azioni degli Stati come fonte di comprensione nell’analisi delle tematiche sulla sostenibilità.

In conclusione, l’ecofemminismo e l’intersezionalità si rivelano essere due chiavi di lettura essenziali nel momento in cui si va a ragionare su un fenomeno così pervasivo, eterogeneo e diffuso come la fast fashion, proprio in virtù dei suoi assiomi fondamentali – ovvero, sfruttamento della manodopera femminile, dinamiche neocoloniali, sistemi asimmetrici di potere internazionali, silenziamento dei gruppi maggiormente sfruttati, ricadute ambientali sbilanciate in determinate nazioni piuttosto che altre, influenza di queste ricadute sulle pratiche ecologiche dei gruppi sfruttati per motivi di discriminazioni complesse e, da ultimo, una nuova organizzazione nella divisione dei compiti quotidiani per ruolo di genere.
Tutto ciò, a ben vedere, non ha solo a che fare con la questione ambientale, che potrebbe apparire come una tematica più strettamente “scientifica”: senza interventi attenti e mirati per un riequilibrio economico e soprattutto sociale, di fatto qualsiasi proposta di azione è destinata a risultare fallimentare.

Bibliografia
Bhardwaj V., Fairhurst A. (2010), Fast fashion: response to change in the fashion industry, The International Review of Retail, Distribution and Consumer Research, vol.20 n.1
Choudhuri P., Desai S. (2020), Gender Inequalities and household fuel choice in India, Journal of Cleaner Production, vol.265
Gaard G.(2015), Ecofeminism and climate change, Women Studies International Forum, n.49
Howell N.R. (1997), Ecofeminism: What One Needs to Know, Zygon, vol.32 n.2
Kings A.E. (2017), Intersectionality and the Changing Face of Ecofeminism, Ethics and Environment, vol.22 n.1
Niinimäki K., Peters G., Dahlbo H., Perry P., Rissanen T., Gwilt A. (2020), The enviromental price of fast fashion, Nature Reviews Earth & Environment, vol.1
Tuana N., Cuomo C.J. (2014), Climate Change – Editors’ introduction, Hypatia, vol.29 n.3
Whyte K.P. (2014), Indigenous Women, Climate Change Impacts, and Collective Action, Hypatia, vol.29 n.3
Credits
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Foto di Aden Ardenrich:
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Foto di Andrea Piacquadio:
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