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Femminismo alla luce della luna: Sailor Moon
Dark Light

Femminismo alla luce della luna: Sailor Moon

Benedetta Geddo

A onnanoko ni mo yuzureno kyouji ga aru
Sore wa oujisama ni unmei nagezu
Mizukara tatakau ishi.

Ah, le ragazze hanno un orgoglio a cui non possono rinunciare:
non cedere il loro destino a un principe,
ma combattere con la loro propria forza di volontà.
Moon Pride, Sailor Moon Crystal

Con la luna sai, vedi sempre dove vai. All’inizio della mia lunga storia d’amore con lo spazio e le guerriere sailor ci sono io, con ancora addosso il grembiulino delle elementari: seduta sul tappeto a casa della nonna, con la merenda in una mano, il succo alla pesca nell’altra e Sailor Moon che urla “Potere del Cristallo di Luna, vieni a me!” in televisione.
La chiamavo ancora Bunny, all’epoca, mentre saltavo sul divano facendo finta di trasformarmi (e cadendo rovinosamente, aggiungerei. La Regina Periglia mi avrebbe mangiata viva, proprio), e c’era qualcosa in quel cartone animato che mi ha colpita e affascinata più di tutti gli altri che passavano attorno alle quattro su Italia 1. Crescendo ho letto il manga, ho recuperato su Internet le puntate che non avevo mai visto in televisione, ho aspettato con ansia l’uscita del reboot per il ventesimo anniversario della creazione della storia, Sailor Moon Crystal, e ancora adesso la mia suoneria è sempre regolarmente una delle sigle, vecchie o nuove.
In tutti i miei anni da appassionata delle senshi mi sono resa conto di un’altra cosa: Usagi (per fortuna adesso è Usagi, perché Bunny onestamente suona un po’ ridicolo) e le altre guerriere non sono state solo la nascita della mia passione per le stelle, o la mia introduzione al mondo dell’intrattenimento giapponese, ma anche il mio primo incontro con un proto-femminismo che si è evoluto fino a portarmi qui, a scrivere per Bossy. Perché diciamocelo: le guerriere sailor sono sì le “vecchie”, le progenitrici del trope delle magical girls, ma sono anche le più girl power di tutte. Ancora oggi, ci sono almeno cinque buoni motivi per continuare ad ammirare Sailor Moon.

 
 

  • Il punto di Sailor Moon, fin dalla prima pagina disegnata dalla sua creatrice, la mangaka Naoko Takeuchi, è il legame di sorellanza tra le protagoniste: le guerriere sailor si supportano l’un l’altra, sia nella loro vita normale, sia in battaglia. Se è vero che è Usagi quella che alla fine salva il mondo con qualche nuovo potere o trasformazione, nel corso della storia nessuno ha mai sottovalutato il ruolo che hanno le altre senshi — perché non sono donne in costante competizione. Ed è questa una delle prime cose importanti che mi ha insegnato Sailor Moon: che la sorellanza esiste, che ci sono molti più vantaggi nel rendersi fonti a vicenda che nel calpestarsi per arrivare in cima da sole.

  • Un altro elemento caratteristico della serie è il concetto che l’amore romantico sia sì importante (del resto è una delle basi della storia, con la reincarnazione di Serenity ed Endymion), ma vada di pari passo con quello platonico. E non c’è nemmeno l’inverso, ossia un legame di amicizia assoluto da che schifo gli uomini chi ne ha bisogno bastiamo noi sorelle. Nel manga originale, Usagi è l’unica delle guerriere del Sistema Solare interno ad avere una relazione fissa, e va bene così — le altre (Ami, Rei, Makoto e Minako) sono realizzate anche senza un uomo al loro fianco, ma con un bellissimo gruppo di amiche. Perché l’amore conta sempre, da qualsiasi parte venga. Come dice la sigla iniziale della prima stagione di Sailor Moon Crystal, Moon Pride, non c’è sempre bisogno di un principe: ci può essere, ma non è vitale. Non per combattere, non per essere amate.

 

  • Un altro elemento che io penso essere fondamentale è qualcosa che Sailor Moon fa con estrema facilità e semplicità: l’apprezzare la femminilità. C’è una tendenza nel mondo dell’intrattenimento a prendere in giro le caratteristiche prettamente “femminili” da cui Sailor Moon è, per fortuna, lontano anni luce, ed è Usagi stessa ad esserne il perfetto esempio: lei si presenta come “piagnona”, ma è proprio la sua grande emotività a scolpirne il carattere, a renderla così empatica con chiunque la circondi. E sono la sua immensa compassione, la sua capacità al perdono, e anche la sua occasionale debolezza, i momenti in cui sente che sia tutto perduto, a fare di lei una vera leader: se la si confronta con buona parte delle eroine occidentali, per le quali qualsiasi forma di emozione sembra essere bandita a favore dell’essere il più “maschili” possibile, la differenza è lampante. Si può combattere ed essere forti e salvare il mondo rimanendo femminili e scintillanti. Fight like a girl, insomma.

 

  • Bisogna apprezzare la femminilità, sempre, ma Sailor Moon insegna anche che la femminilità non è una sola, è fatta di tanti tipi e di tante varietà diverse. C’è Usagi, che ama i gioielli ma anche i videogiochi, che è romantica e un po’ troppo drama queen; Ami, ossia Sailor Mercury, che invece è più timida e riservata, brava a scuola e sogna di diventare un dottore; Sailor Mars, che nella sua versione civile, Rei, è una sacerdotessa miko dalla profonda spiritualità e il carattere un po’ brusco; Makoto, Sailor Jupiter, che è più alta e massiccia della maggior parte delle ragazze e quindi viene vista come un po’ strana e allo stesso tempo ama cucinare e curare le piante; Sailor Venus, aka Minako che vuole diventare un’idol e fantastica sui ragazzi più grandi. Non sono tutte fatte con lo stampino, queste ragazze, e quindi chiunque guardi il cartone animato può identificarsi con una di loro, perché insieme offrono un caleidoscopio di caratteri che riflette perfettamente la grande varietà che è quella della vita reale — non rinchiusa in archetipi, ma mobile e vera.




Vedi anche

  • Il mio personaggio preferito di tutte le senshi era Sailor Neptune. E mentre le mie coetanee avevano una cotta per Mamoru o Goku o Vegeta, io ce l’avevo per Sailor Uranus. Diciamo che forse ma forse avrei dovuto realizzare qualcos’altro oltre alla passione per lo spazio, le stelle e il femminismo, ecco. Ma a parte la mia esperienza personale, va detto che Sailor Moon, come buona parte dei prodotti d’intrattenimento giapponesi, stacca di almeno mille chilometri le “censure” occidentali per quanto riguarda il mondo LGBTQ+: personaggi non etero (come Michiru e Haruka, ma anche Kunzite e Zoisite), non-conforming e non-binary (di nuovo, Haruka, ma anche alcuni dei cattivi, come Fisheye), perfettamente integrati nella trama e per i quali la loro ‘queerness‘ non rappresenta la sola caratteristica distintiva. Nessuno batte ciglio quando è pesantemente implicato che Haruka e Michiru siano una coppia, o quando Fisheye si presenta davanti alle guerriere sailor (o meglio, sì, in quel caso sì, ma solo perché le intenzioni di Fisheye sono quelle di farle fuori). E leggendo in giro per Internet, sui forum dedicati alla serie, o semplicemente su varie pagine Tumblr, sembra proprio che io non sia l’unica ad aver realizzato di non essere esattamente etero guardando Sailor Moon (perché alla fine la censura di buona parte dei primi doppiaggi occidentali non ha fatto esattamente questa gran differenza: lo capivano anche i muri che Milena e Heles non fossero cugine, figuriamoci i bambini, che saranno pure piccoli, ma tonti proprio no).


Quindi, se la domanda alla fine di tutto questo è “che bisogno c’è oggi di una storia ‘vecchiotta’ come Sailor Moon?“, la risposta è semplice: tanto. Per l’eterno principio che sì, i prodotti di intrattenimento sono solo film, solo fumetti, solo cartoni animati, ma quello che dicono resta impresso nel loro pubblico, crea la cultura popolare che contribuisce a scolpire il modo in cui pensiamo come società, Sailor Moon insegna valori che ancora si fa fatica a mettere in pratica. E impararli è un po’ più facile con un po’ di magia, no? Quindi, andate a riscoprire la vecchia serie di anime. O quella nuova, se vi piace l’animazione un po’ più moderna: sul sito della casa produttrice, la Toei Animation, è tutta in streaming libero e gratuito, già sottotitolato in italiano.
Perché alla fine, anche dopo vent’anni, Sailor Moon, chi ci difende sei ancora tu.

 
 
 
 
 

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