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Femminismo e religione, quando l’interpretazione vuole un Dio maschile
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Femminismo e religione, quando l’interpretazione vuole un Dio maschile

Lorenzo Gasparrini

Non ci vuole una grande conoscenza dei testi sacri delle principali religioni monoteiste per accorgersi di quanto le loro interpretazioni siano state spesso indirizzate a veicolo di messaggi colmi di sessismo, misoginia, discriminazione di genere. Cominciando col ricordare che – non si è mai capito bene perché – Dio lo si è sempre raffigurato maschio. Per Luce Irigaray l’uomo “assegna il proprio genere a Dio”, e da molti anni tanti femminismi si interrogano allo stesso modo di Luisa Muraro: “Il Dio che fu oggetto dei discorsi dei preti, dei teologi, dei filosofi è mai stato il Dio delle donne?”.

Non ci si deve stupire che De Beauvoir e Kristeva fossero fortemente critiche nei confronti della religione, imputandole il ruolo subordinato della donna all’uomo e il contrasto all’autodeterminazione della donna attraverso l’immagine della madre come unica possibilità – la Madonna col bambino. Per questo buona parte delle posizioni femministe riguardo la religione sono state fortemente critiche della tradizione cristiana e hanno costantemente cercato il dialogo, il raffronto e la contaminazione con tradizioni religiose non cristiane e non occidentali, con diversi linguaggi e agglomerati simbolici che potessero tenere conto delle diversità di genere.

In più, hanno mostrato più volte che lo stesso cristianesimo presenta, in questo senso, profonde contraddizioni. Nei Vangeli, Gesù pare avere un rapporto assolutamente paritario con le donne che incontra: difende l’adultera, dialoga con la samaritana, guarisce una malata, appena resuscitato si rivela a due donne, e il rapporto con Maddalena – narrato dai vangeli apocrifi – rivela una grande stima nei suoi confronti. Al contrario, i Padri della Chiesa non hanno mezze misure nello schiacciare le donne in un ruolo subordinato a suon di ammonimenti e giudizi sommari. Tra i Santi Paolo, Agostino e Tommaso è tutto un ragionare sul destino inevitabile delle donne di essere di servizio, d’aiuto (o comunque non d’intralcio) alla vita dell’uomo perché create inferiori a lui.

Le prime femministe che hanno provato a proporre una elaborazione di divinità femminile hanno agito contro la gerarchia maschile mostrata nei testi sacri. Dio è trascendente, e l’uomo è fatto a sua immagine e somiglianza; la donna nasce dall’uomo: ed ecco tre gradini di potere e di ruoli ben distinti e insormontabili.

La proposta di Charlotte Perkins, per esempio, è di evitare di pensare la religione come una preparazione al post-morte, perché in questo modo si giustifica quella gerarchia verso l’alto, verso un essere “superiore”; si tratta invece di pensare alla religione come una visione del mondo che sia accoglienza per chi nasce, cercando la presenza divina non in un mondo altro, successivo e/o superiore a questo, ma in tutte le espressioni creative e vitali presenti nella realtà. Quella che era la classica “trascendenza” di Dio diviene “immanenza”, il suo essere presente in ogni atto azione creativa tra tutte le cose. La prospettiva femminista è quella di una divinità che è quindi mostrata soprattutto nelle differenze, nelle relazioni, nella continua “dinamica” della vita reale e non in una rigida scala di valori immutabile e giudicante.

Altri femminismi recuperano lo gnosticismo, che interpreta in modo molto diverso dalla tradizione il passo della Genesi “Dio creò gli uomini a norma della sua immagine: a norma della immagine Dio li creò: maschio e femmina li creò”, intendendo il prodotto della creazione divina come androgino. Dio è Padre e Madre quindi crea esseri maschi e femmine, e la separazione dei sessi è solo successiva, un accidente non divino; per questo nelle antiche comunità gnostiche il ruolo della donna non era affatto subordinato o di sottomissione, e potevano anche avere rivestire ruoli nella gerarchia ecclesiastica.

Molte proposte femministe partono da critiche al modo in cui la questione religiosa è posta, rivelando in questi modi dei preconcetti maschilisti. Contro la divisione tra ragione e desiderio, banalmente identificati come componente “maschile” e “femminile” dello spirito umano, Pamela Sue Anderson ha proposto lo yearning, “passione razionale legata all’esperienza corporea”, una vera e propria bramosia che, come nell’esempio di Antigone, permette di superare ogni tipo di oppressione e di costruire un senso del divino che non si stacca da ciò che il corpo rappresenta e desidera.

Grace Jantzen critica l’immaginario religioso costruito sulla sofferenza, sulla violenza e sulla moralità come maschili perché derivate dalla preoccupazione tipicamente maschile per il momento della morte; si dovrebbe sovvertire questo cupo strumento di inibizione con un immaginario costruito sulla natalità, sulla fioritura degli esseri umani. Questa ossessione per la morte ha “costretto” gli esseri umani a immaginarsi un Dio onnipotente e giudice – quindi maschio – che ha popolato la letteratura, il simbolico e ogni espressione culturale, al posto di una divinità panteistica rappresentata dalle tante diversità create in questo mondo e animate da un irresistibile desiderio di vivere.

La proposta di Howard Eilberg-Schwartz consiste invece nel riflettere sulla differenza tra un Dio senza sesso e quindi senza figlio (ebraismo) e uno Padre di un Figlio (cristianesimo). La rappresentazione più lontana dall’umano è la prima; è quella a stabilire gerarchie, perché per definizione si pone in maniera assolutamente distante da tutto ciò che è umano. Il Dio Padre, invece, si “incorpora”, scende nelle cose umane, prende sembianze familiari e potrebbe essere usato per rappresentare una mascolinità non onnipotente e problematica per la sua distanza giudicante, ma amorevole, intimo, tenero con tutte le creature.

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Cosa succede più lontano dai paradigmi religiosi occidentali? Il caso dell’Islam è molto particolare, per due motivi: non è possibile fare immagini del Dio islamico, quindi il problema della sua rappresentazione con fattezze maschili non si pone. In più, nel testo coranico Maometto mostra atteggiamenti sorprendentemente paritari con le donne; infatti fin dal VII secolo, da quando cioè si può parlare di mondo islamico unificato religiosamente e politicamente, le donne hanno visto riconosciuti diritti che alle occidentali sarebbero stati riconosciuti secoli dopo. Consenso al matrimonio e dote come proprietà personale, divorzio, eredità anche femminile, divieto dell’infanticidio femminile – insomma quasi i pieni diritti civili.

Tutto questo però è stato successivamente messo in discussione e non solo da interpretazioni religiose più radicali; è storia accertata che, nei Paesi dove il colonialismo inglese sostituì la sua common law alle leggi islamiche, le donne persero tutte le loro proprietà personali insieme a molti diritti garantiti prima dalla legge islamica. Per questo le femministe islamiche, pur nelle differenze di tempi e modi di azione politica, fondano le loro argomentazioni nella religione islamica e nei suoi testi sacri, senza criticare i fondamenti della loro religione; vogliono la piena uguaglianza di donne e uomini nella sfera pubblica e personale così come era già codificato nella legge islamica più antica.

Per questa ragione il femminismo islamico è definito “più radicale” del femminismo laico che pure esiste nell’Islam: è del tutto incentrato nel Corano come suo testo centrale, perché il problema di genere nell’Islam è identificato nelle interpretazioni della Shari’a e non nella tradizione religiosa in sé. Questo elemento, per esempio, rende molto complessa allo sguardo occidentale la questione del “velo” – che su Bossy abbiamo già affrontato.

L’Estremo Oriente, religiosamente parlando, non ha invece alcun problema ad avere un pantheon pieno di figure femminili importanti. Buddismo e Induismo sono pieni di dee, e la questione della rappresentazione divina femminile mancata non si pone affatto. Eppure di femminismo buddista si parla eccome, e di nuovo non come critica diretta alla religione o ai testi sacri ma alle modalità con cui uomini e donne si avvicinano alla vita religiosa, e ad esempi di discriminazione riferibili agli insegnamenti di Buddha stesso. Nel caso del buddismo sono quindi in discussione da tempo le regole che istituiscono la vita religiosa di monaci buddisti e monache buddiste, sentite come discriminanti.

Bibliografia di riferimento:
Luce Irigaray, Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri 1992
Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Il Margine, 2012
Charlotte Perkins Gilman, His Religion and Hers, AltaMira Press, 2003
Pamela Sue Anderson, Re-visioning Gender in Philosophy of Religion, Ashgate Publishing, 2012
Grace M. Jantzen, Becoming Divine: Towards a Feminist Philosophy of Religion, Manchester University Press, 1998
Howard Eilberg-Schwart, God’s Phallus: And Other Problems for Men and Monotheism, Beacon Press, 1995
Photo by Aaron Burden on Unsplash
Leggi i commenti (1)
  • insomma delle tre l’islam sarebbe l’unica religione monoteista non patriarcale (se lo è diventato la colpa è tutta dei colonialisti europei che l’hanno costretto a diventare ciò che non era). Ne dubito.

    e anche il velo può essere liberamente scelto, ognuno faccia come vuole (basta non imporlo alle figlie) ma simbolicamente ha poco a che fare col femminismo.

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