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Femminismo e prostituzione: la storia di Virginie Despentes

Femminismo e prostituzione: la storia di Virginie Despentes

“Hanno ‘un po’ forzato’ una ragazza, hanno fatto ‘un po’ gli stronzi’, lei era ‘troppo ubriaca’ oppure era una ninfomane che fingeva di non volere: ma se si è potuto fare, è perché in fondo la ragazza era consenziente. Che ci sia bisogno di picchiarla, di minacciarla, di essere in diversi per obbligarla e che pianga prima e dopo non cambia niente: nella maggior parte dei casi, il violentatore si sente la coscienza a posto […]”

Scrittrice, regista e grande spirito libero francese, Virginie Despentes racconta la propria esperienza di prostituta, in un’occasione anche stuprata, in King Kong Girl, opera pubblicata nel 2007.
Con uno stile diretto e disinibito, Virginie Despentes colpisce immediatamente il centro del bersaglio: distruggere il “silenzio incrociato” che fa ruotare vittime e violentatori intorno ad un solo termine: stupro.
“Nessuna donna” racconta la Despentes “dopo aver vissuto lo stupro era ricorsa alle parole per farne il soggetto di un romanzo […] nessuna indicazione di sapere, né indicazioni di sopravvivenza o semplici consigli pratici.” Proprio da qui ha inizio il viaggio di Virginie Despentes.
È necessario capire, conoscere, parlarne.

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Come lei stessa rivela all’interno di questa piccola e cruda autobiografia, all’inizio tutte le donne vittime di violenza credono sia inutile rivelare di essere state stuprate: perché passare dalle mani dello stupratore (uomo) a quelle di un poliziotto (sempre uomo)? Perché farsi additare da tutti come “una puttana che se l’è andata a cercare”?

È il luglio del 1986 quando Virginie e una sua amica stanno ritornando a Parigi facendo l’autostop e chiedendo l’elemosina tra un viaggio e l’altro. Riescono ad ottenere il passaggio da tre uomini “tipici ragazzi di periferia, bianchi”. All’inizio rifiutano il loro aiuto, poi si fanno forza, già sapendo come sarebbe andata a finire e che era “una stronzata”. È proprio nel momento in cui tre uomini si trovano da soli con due donne in minigonna che la loro complicità maschile si stringe, facendo il patto a “chi ride più forte”, basato sull’inferiorità fisica della donna.
Virginie lo definisce “Damocle fra le cosce” l’obbligo da parte di una donna stuprata di dover soffrire, di non potersi vendicare né difendere, di dover necessariamente tacere.
Aveva diciassette anni Virginie Despentes quando fu stuprata. Allora non era ancora una femminista, poiché credeva fosse “un argomento troppo perbene”; e lo ha creduto ancora per qualche anno, almeno fino allo stupro di un’altra sua amica. La cicatrice dello stupro subito nel 1986 che Virginie portava con sé non si era rimarginata, non era in alcun modo guarita, ma quell’evento – lo stupro della sua amica – la fece riaprire in modo incontrollabile, stillando le gocce di sangue necessarie a farle cambiare idea, a farla diventare quella che oggi è conosciuta come l’anarco-femminista di Francia.

“Dato che dopo hai continuato a fare l’autostop, se non ti sei data una calmata, vuol dire che deve esserti piaciuto” le è stato detto durante un’intervista.
Sì, Virginie ha continuato a fare l’autostop, ha continuato ad andare ai concerti senza pagare il biglietto del treno e non ha raccontato ai genitori quanto le era successo; voleva semplicemente continuare ad essere libera.
E no, non le era piaciuto.

Molte sono le donne, dice la Despentes, che ritengono inutile la violenza durante uno sturpo. “Eppure, il giorno in cui gli uomini avranno paura di farsi ridurre il cazzo a brandelli a colpi di coltello […] sapranno controllare meglio le loro pulsioni maschili, e capire quello che “NO” vuole dire.”
Proprio quella sera del 1986, Virginie portava con sé un coltello a serramanico nascosto in tasca, ma non l’ha usato. In quei minuti in cui si è sentita ‘donna’ nel senso più medioevale del termine, il luogo comune della donna sottomessa all’uomo ha avuto la meglio; ha avuto paura e non ha difeso lei e la sua amica, timorosa che quel gesto potesse ritorcersi contro di lei.
È una paura che accomuna tutte le donne, quella della morte. Una paura che “rende lo stupro ossessionante”. Una paura comprensibile, ma che non deve tramutarsi in un impedimento alla denuncia, alla testimonianza.

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In King Kong Girl, così come in molte interviste, la Despentes non si è mai vergognata del suo passato da prostituta ma anzi, si è sempre chiesta il motivo per il quale gli uomini o le donne che decidono di praticare questo mestiere vengano additati dalla società come “sporchi”, mentre gli uomini o le donne che pagano quelle stesse persone non vengano nemmeno presi in considerazione.

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“Dire che ci si è “fatti dei clienti” significa autoescludersi e sottoporsi ai fantasmi più diversi. Dire che si va a puttane, è un’altra cosa.”

Insieme alla drammaticità dello stupro, Virginie dedica molte pagine alla libera prostituzione vista come atto di emancipazione femminile: “Ciò che disturba la morale nel sesso a pagamento non è che la donna non ne tragga piacere, ma che si allontani dal nucleo famigliare e si guadagni i suoi soldi.” È partendo da questa affermazione che Virginie ci racconta della sua vita da prostituta, di quanto sia stato difficile smettere questa attività considerata terribile dalla società, ma che permette di guadagnare molti soldi con poco sforzo.
È giusto che una donna decida liberamente: ogni parte del corpo di un individuo è sua ed è giusto che ne faccia ciò che vuole. Allo stesso modo, un individuo che decide autonomamente di prostituirsi ha la possibilità di emanciparsi scegliendo il proprio partner e decidendo come portare avanti il rapporto sessuale; può dire semplicemente di no se non vuol fare questo o quello, e la donna sarebbe portata alla piena autonomia grazie al suo potere decisionale.
Per secoli molti uomini hanno creduto che il sesso fosse una prerogativa esclusivamente maschile, che la donna non tragga da questa azione un piacere pari a quello del maschio.
Non è mai stata creata un’educazione sessuale per le donne, che si sono ritrovate a dover vendere se stesse solamente in quanto oggetti.

In King Kong Girl la Despentes non parla solo di emancipazione della donna, ma anche di emancipazione maschile.
Che cosa significa essere un uomo, uno vero? Reprimere le emozioni, non mostrare la propria vulnerabilità, “vergognarsi della propria delicatezza (…) indossare abiti di colori spenti, portare sempre le stesse scarpe goffe, non giocare con i propri capelli, non portare troppi anelli, braccialetti eccetera, non truccarsi. Dover fare il primo passo, sempre. (…) Dar prova di aggressività. Temere la propria omosessualità perché un uomo non deve essere penetrato.”
Spesso capita di incorrere in discussioni del tipo: “No, ma il femminismo è roba per donne!”.
No. Femminista è chiunque creda nella parità dei diritti inviolabili dell’umanità, e che quindi pensi sia giusto che anche un uomo possa piangere, indossare i tacchi o non saper fare a pugni.

King Kong Girl è femminismo puro e la Despentes, alla fine, vuole semplicemente spiegare cosa comporta essere un uomo o una donna femminista.
È una lettura breve ed intensa di quella rivoluzione culturale che molti di noi portano avanti e che non posso non fare a meno di consigliare a tutti. È un’opera scritta con uno stile che potrebbe essere considerato volgare, ma che io ritengo sia perfetto per interiorizzare la storia di un individuo che ogni giorno, con il suo lavoro, lotta per tutti, non solo per le donne.

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