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Framing Britney Spears: cosa hanno fatto a Britney (e non solo a lei)
Dark Light

Framing Britney Spears: cosa hanno fatto a Britney (e non solo a lei)

Attilio Palmieri

Che fine ha fatto Britney Spears?

Non sono poche le persone che se lo stanno chiedendo, dato che da cinque anni non esce un suo nuovo album e da due non si esibisce in concerto. Per fortuna però, ci sono tante altre persone (sicuramente un nicchia, ma in costante crescita) che sanno benissimo che fine abbia fatto Britney Spears. Da chi ha amato la musica e i messaggi veicolati dall’autrice di “Baby One More Time” ed è volutə rimanere aggiornatə sulle vicende che l’hanno coinvolta fino a chi in modo più militante ha animato il movimento #FreeBritney, la verità su ciò che accade alla vita di Spears da ormai quasi quindici anni a questa parte sta diventando sempre più di dominio pubblico.

A dare una sterzata importante al dibattito su ciò che sta accadendo alla vita di Britney Spears arriva il documentario prodotto dal New York Times per Hulu e FX intitolato Framing Britney Spears, che oltre ad avere il merito di affrontare in profondità quello che è accaduto alla cantante (e ciò che sta vivendo ancora oggi), sceglie di metterlo in relazione con il contesto in cui determinate cose si sono manifestate, facendo di questo caso non un’eccezione stupefacente ma quasi la naturale conseguenza di un sistema disfunzionale e profondamente tossico.

Il documentario diretto da Samantha Stark ha nella sua struttura una vera e propria dichiarazione di intenti, perché comincia mostrando alcune facce del movimento #FreeBritney, dalle testimonianze alle manifestazioni, mettendo così un punto fisso riguardo alla prospettiva della narrazione. Tutto quello che vediamo dopo è una sorta di recap della vita personale e professionale della protagonista, costantemente filtrata dalla consapevolezza della sua attuale condizione. Da quasi quindici anni, infatti, la popstar è vittima della conservatorship, una misura che in genere è pensata per le persone molto anziane e che è decisamente insolita per le persone con le caratteristiche di Britney Spears; una condizione che la priva di autonomia e della possibilità di autodeterminazione e che affida al padre Jamie Spears la gestione integrale della sua vita, a cominciare dalle finanze (recentemente le cose sono leggermente cambiate, ma non di molto, come sintetizza in modo puntuale Il Post in questo articolo).

Framing Britney Spears racconta un percorso di ascesa e caduta, che a differenza delle classiche storie di questo tipo (pensiamo a quelle dei gangster, ad esempio), viene analizzata con uno sguardo moto critico nei confronti del contesto in cui la protagonista su muove. Negli anni abbiamo infatti assistito a un vero e proprio assalto dei media alla vita di una persona, che comincia con l’immediata celebrità e il successo globale, per poi diventare progressivamente più feroce.

Quello restituito dal documentario è un mondo in cui le star musicali sono delle vere e proprie marionette, in cui una Britney Spears giovane e talentuosa viene stritolata dagli ingranaggi di un sistema fatto per distruggerla, bombardandola con una visibilità ingestibile per una donna di quell’età, sparandola nella stratosfera della popolarità solo per mostrare a reti unificate il suo conseguente tonfo – accuratamente provocato.

Una delle cose che emergono più chiaramente dal documentario è la brutalità con cui il sistema mediatico tratta le donne celebrity, la ferocia con cui le manipola, le oggettifica e le stereotipizza al solo scopo di trovare un modo per costruire una macchina da soldi (spesso attraverso l’edificazione di una macchina del fango). Questa modalità è ormai da anni molto chiara e rivela un sessismo sistemico disarmante, perché ciò che per i divi maschi è spesso parte del gioco – dagli eccessi di ogni tipo all’abbondanza di partner, dalle trasformazioni fisiche alle scenate a favore di telecamera – per le donne diventa automaticamente il salto nel vuoto al termine del quale c’è solo lo schianto mortale (metaforico ma a volte anche, purtroppo, letterale).

Come il caso di Britney Spears mostra alla perfezione, c’è la tendenza a dipingere le donne che non si adeguano agli standard che la società ha costruito per loro come dei disastri umani, rappresentandole come “cattive”, “spazzatura” e “inadatte alla vita” ogni volta che escono fuori dai ruoli di genere precostituiti o che osano metterli in discussione. E non è difficile trovare casi di donne a cui a un certo punto i media hanno messo il bersaglio sulla fronte, da Lorena Bobbitt a Tonya Harding passando per Amy Winehouse, esempi di un novero di cui fa parte anche Britney Spears.

Framing Britney Spears mostra con lucida chiarezza l’enorme differenza tra come vengono trattati gli uomini e le donne nel mondo delle celebrity, grazie anche a un focus sulla separazione tra la protagonista e Justin Timberlake, terminata con la passivo-aggressività di “Cry Me a River”, canzone che ha a tutti gli effetti messo messo i tabloid alle calcagna di Spears. Questo ovviamente non giustifica i media, che sin dall’inizio e in massa hanno avuto un atteggiamento predatorio nei confronti della cantante, tendendole imboscate di ogni genere e mostrando oltre che una spiccata misoginia anche una totale irresponsabilità e inconsapevolezza (o noncuranza) del fatto che dall’altra parte c’è in ogni caso un essere umano.

La narrativa che è stata cucita addosso a Britney Spears si basava sul controllo, sul ritenere che non fosse in grado di gestire la propria vita, che fosse unfit come madre e professionista, ma di contro il documentario mostra con precisione e con testimonianze dirette quanto sin da giovanissima lei fosse in totale controllo di tutto, di come avesse una visione ad ampio spettro e sistemica di tutto ciò che riguardava le sue esibizioni.

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Ciononostante, quando un intero sistema ti vuole annientare non esiste rimedio, perché è la tua stessa vita a essere in debito di ossigeno con i paparazzi che si fanno sempre più molesti e a un centimetro dalla porta di casa, pronti a provocarti in qualsiasi modo per farti reagire in maniera scomposta e portare a casa lo scoop della settimana. Il piedistallo paternalista e giudicante da cui si pongono Matt Lauer (poi accusato di stupro e sulla cui vicenda è parzialmente ispirata The Morning Show) e Diane Sawyer, nelle interviste televisive in cui la umiliano in ogni modo, costituisce solo una delle tante e brutali testimonianze di ciò che è successo e che ha portato al limite Spears.

Ma non è solo di misoginia che ci parla Framing Britney Spears, perché ciò che emerge sottotraccia, accanto a un sessismo sistemico che non vede l’ora di distruggere l’immagine delle donne per trarre profitto, è anche un classismo evidente. Britney Spears non viene da una famiglia ricca di New York, ma da un contesto di provincia nel profondo sud di Mississippi e Louisiana, un mondo che le città ricche e popolate da persone istruite e benestanti guardano non di rado dall’alto in basso.

Come ricorda anche Willa Paskin in un puntuale articolo su Slate, il circo mediatico che si è messo in moto contro Spears aveva come obiettivo il disvelamento di quella credeva essere la sua vera identità, inchiodandola a uno stereotipo degradante e convincendo gli americani del fatto che Britney può anche arricchirsi ma rimarrà sempre white trash. I tabloid ci hanno provato in tutti i modi e purtroppo in parte ci sono anche riusciti a declinare ogni cosa che raccontavano di Spears sotto il filtro della classe sociale: dal modo in cui veniva ritratta con i suoi figli a come e quando si è separata dal loro padre, dai capelli non perfettamente pettinati ai momenti in cui viene colta mentre mangia junk food, ogni cosa voleva dire che la all american girl era in realtà white trash, ciò che nessuna persona bianca vorrebbe essere negli Stati Uniti.

Framing Britney Spears non è una visione semplice perché mostra con trasparenza e schiettezza momenti di violenza psicologica reali, ma è anche un documentario di cui avevamo bisogno perché al contempo ci dà speranza: non tanto perché ci mostra un futuro roseo per la cantautrice di McComb, ma perché ci ricorda a che punto siamo oggi. Nel lanciarci dritto in faccia la crudeltà del mondo degli anni Duemila – che a volte ci sembra ieri –  ci dice quanta strada abbiamo fatto in questi anni e che tutte le lotte portate avanti con impegno e costanza di risultati ne hanno avuti eccome, perché la nostra cultura si è evoluta in un modo tale per cui ciò che ha subito Britney Spears oggi non accadrebbe a un’altra popstar in quel modo così sfacciato, arrogante e irresponsabile.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Sam Moqadam su UnsplashEva RinaldiDrew de F FawkesGlenn Francis.
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