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Gay effeminati: 5 miti da sfatare
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Gay effeminati: 5 miti da sfatare

Redazione
Articolo di Angelo Serio

Immaginatemi con gli occhiali da professoressa sexy perché oggi facciamo una lezione sulla “mitologia”.

Ma non parleremo dei Maya, dei Norreni, degli Inca. Né parleremo di grifoni o di rinoceronti su narvali.

Oggi parleremo di mitologia gaya e illustreremo il mito- che per tanti è una corrispondenza obbligata- del “gay effeminato”.

Con questa espressione si vuole indicare un uomo omosessuale che adotta comportamenti, modi di fare, stili o prossemica di solito attribuiti alle donne. A Oxford sono chiamati, in luogo di appellativi più volgari, “femmine mancate” o “passive-favolose” e su di essi si costruiscono proiezioni mitologiche.

Proviamo a sintetizzare le più simpatiche.

1. Partiamo dall’equazione “gay=orde di ragazzi che fanno ciaociao con la manina moscia”. Che poi è la proiezione creata da quelle carissime personcine che iniziano le frasi con: “io ho tantissimi amici gay […]”. Vi dico una cosa: questi non solo non hanno manco un amico gay, ma di gay non ne hanno visto nemmeno uno.

Mai.

Forse, ma forse, avranno visto qualche drag queen alla festa di addio al celibato del cugino. E quindi per una sorta di teoria dei memi, quando leggono la parola “gay”, nel loro cervello scatta il meccanismo per il quale immaginano tutti gli omosessuali vestiti old-stylecon culotte rosa, maglietta corta che fa vedere l’ombelico, occhiali con gli strass, parrucca, boa di piume e l’immancabile bocchino per fumare le sigarette ultra-slim.

Eppure io di Ivane Trump maschi, in giro per la Capitale, non ne ho mai visti. E anche se li notassi che attraversano le strisce pedonali insieme a me, pazienza. Perché da che veniamo al mondo e indossiamo la prima tutina che ci ha regalato la zia, siamo tutti delle drag. Noi nasciamo nudi: l’abito è cultura, mentre il gusto è personale (e sociale, per Bourdieu).

E poi, se proprio vogliamo metterla su questo piano, buona parte della gente che vedo sulla metro è vestita male: io che dovrei fare? Dovrei fare una raccolta firme per vietare il matrimonio a tutti quelli che escono di casa con le crocs? Dovrei organizzare conferenze per proibire la stepchild-adoption a quelle che usano i leggins a mo’ di tailleur? Dovrei organizzare delle parate contro quelli che camminano con le infradito e i piedi neri sotto? No.

2. Poi ci sono quelli che identificano gli effeminati con i Gay Pride e con gli eccessi ad essi legati: fetish, jockstrap, perizomi, uomini vestiti da donna. Insomma: delle maschere di Carnevale osé.

Lo vogliamo dire? I Gay Pride sono un Carnevale! Urliamolo liberamente, checché ne dicano i middlebrow che li vogliono far passare come “concistori dell’uncinetto”.

Ripetiamolo insieme: “I gay pride sono dei carnevali”, perché sono dei momenti di sovvertimento della norma. È dai tempi dei greci e dei romani che è così: nelle dionisiache e nei saturnali si realizzava uno stop degli obblighi sociali e dalle gerarchie per rovesciare l’ordine costituito.

E i Pride sono anche questo. Sono la sfida dell’orgoglio contro la vergogna di essere ciò che si è o che si può essere: gli altri si vergognano di sfilare come fossero Isadora Duncan sulla Promenade des Anglais? Beh, loro no. Che poi, tra l’altro, si può andare al Pride anche solo per manifestare a favore dei propri amici o per la propria dignità di persone innamorate, andando vestiti con gli abiti da ufficio. C’è gente di tutti i tipi.

3. Arriviamo a quelli che: “ma lo hai visto quello, è più truccato de me! Guardalo come si atteggia, pensa di essere una donna?”.

Forse chi pronunzia questa frase si crede la pietra di paragone a partire dalla quale si può stimare quanto è truccata una persona. Ebbene: si truccavano i Sumeri, gli Egizi, gli antichi Greci e i Romani. L’obiettivo era, e spero che lo sia ancora, quello di sembrare in salute: si cancellano occhiaie, couperose, brufoli. Si vuole apparire più belli e più avvenenti. Che poi tanti finiscano per sembrare dei mimi di gesso, è un altro conto.

Ma poi, come dico sempre: si trucca Berlusconi, e non mi posso truccare io? Ma andiamo.

4. Crème de la crème, quelli che: “Guarda, tesoro, lo sai che io non ho nulla contro i gay, ma perché ostentare?”.

Che non abbiano nulla contro i gay, magari è pure vero. O meglio: per odiare non li odiano, hanno davvero tanti amici omosessuali. Vanno pure nei locali gay, si ammazzano dalle risate.

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Ma l’ostentazione, no. Non la sopportano. Ma non perché a loro dia fastidio, no! Ma “perché poi la gente si fa un concetto sbagliato e pensa che tutti i gay siano così”.

Mannaggia.

È vero che tutti i gay non sono effeminati, ma è vero anche che ci sono i gay effeminati.

E quindi?

Ma soprattutto: “Ostentazione de che? Dell’omosessualità? Della femminilità? Della non-mascolinità?”.

Semplicemente i gay “effeminati” (lo confesso: è un aggettivo che, filosoficamente, trovo insopportabile) sono così e non ostentano un bel niente. Non mostrano più di quello che si sentono di essere: non c’è un corso per essere effeminati. Né, che io sappia, c’è un corso per reprimere la propria effeminatezza e non “ostentarla”.

5. A chiudere la lista, ci sono i gay mascolini che non sopportano i gay effeminati: “Ma anvedi quello come s’è conciato. Poi dici perché li menano”.

Questa è la battaglia delle battaglie. E’ una guerra civile fatta di nasi arricciati e sopracciglia alzate. È il bue che dice cornuto all’asino. È una lotta armata tra chi è meglio. È l’inno di chi su Grindr si definisce insospettabile e cerca solo uomini veri; di chi con un effeminato non si fa vedere nemmeno a un concerto di Madonna; di chi, sì, canta Ivana Spagna, ma con il vigore di un maschio (vuoi mettere?).

L’inno di quelli che, alla fine della fiera, sono le più passive di tutti.

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